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  • 04 dicembre 2018
  • Casale Monferrato

A “Crescere con la parola” si riflette sulla relazione di coppia

Don Patrizio Rota Scalabrini, esegeta, torna per la seconda volta a Casale nel progetto “Crescere con la Parola” per leggere ed interpretare la creazione dell’uomo quale maschio e femmina. Lo spunto per tale riflessione, che avverrà giovedì 6 dicembre, alle ore 21, in Sala Cavalla del Seminario diocesano, viene dato direttamente dal Libro del Genesi “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli corrisponda” (Gen. 2,18).

Spiegano gli organizzatori: «È Dio che pronuncia queste parole che fanno parte del secondo racconto della creazione e che provengono dalla tradizione jahvista. Si tratta di un testo bellissimo e, come ebbe a dire in una straordinaria udienza generale San Giovanni Paolo II il 10 ottobre 1979: “L’uomo (“adam”) creato dalla “polvere del suolo” diventa maschio (“ish”) soltanto dopo la creazione della donna e solo così supera la solitudine che va riferita quindi all’ uomo in quanto tale e non soltanto al maschio”».

«Solitario è quindi l’uomo senza il riferimento alla sessualità, ma soprattutto senza che si sviluppi una vera “alterità”. Solo con il rapporto con l’altro l’identità dell’uomo si apre alla ricchezza piena di Dio e l’uomo diventa persona».

Come proprio mons. Scalabrini ha scritto in tante sue lucide pagine di commento: «L’esperienza dell’abisso della solitudine viene sollevata da un soccorso speciale quello che Dio dona creando la donna come compagna dell’uomo senza nessuna concessione all’ ideale “androgino”...».

Al contrario il “limite” dell’altro diventa il motore della forza che spinge alla comunione e alla relazione: «In questo modo – scrive ancora Rota Scalabrini – in modo gioioso e conciliato, Adamo canta l’inno di giubilo per il dono ricevuto. Il testo che sarà esaminato il 6 dicembre è dunque centrale per la comprensione della teologia biblica perché è chiaro che l’autore non identifica, come fanno i greci o i mesopotamici, la finitudine umana con la colpa. La finitudine non è male! Solo “dopo” con l’episodio del serpente interverrà la “rottura” e ci sarà la necessità della redenzione di Cristo per rompere definitivamente l’identificazione tra peccato e colpa relativa al limite ed alla malattia. Si ricordi, per esempio, che Gesù dirà al cieco nato che la malattia è addirittura il luogo dove si può paradossalmente manifestare la gloria di Dio. L’uomo e la donna della creazione, come tutti noi, dovranno imparare a fare i conti con le fragilità solo nel momento in cui il serpente fa penetrare nella coscienza della coppia umana lo spirito di incredulità che ci accompagna quotidianamente».