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Camino: un castello che evoca Garoglio, il Bandello, il pittore Guala, il fantasma di Scarampo Scarampi e l'attore Leonardo DiCaprio

''M’inviti a visitar, nobile Amica, / nel Monferrato i turriti castelli, / che sono ancora – pur diruti – quelli / memori della nostra forza antica; / cari a guerrieri e cari a menestrelli, / perch’io l’arme ed i canti ne ridica…”. Così scrive nella poesia “Castelli e una badia” il poeta monferrino Diego Garoglio di Lussello di Villadeati. E poi aggiunge: “Ma più mi piace l’umile fatica / oggi dei Monferrini miei fratelli, / curvi al quotidiano aspro lavoro / sopra la dura ma feconda terra. / Empia fu sempre la feudale guerra / sul patrio suolo e gli animi più foschi!”. Originario di Montafia, in provincia di Asti, dove era nato nel gennaio 1866, dopo gli studi fu insegnante in varie città italiane, tra cui Roma, Aosta, Genova, Pisa e infine Firenze, che diventa la sua seconda patria. Qui egli fonda con altri intellettuali il “Marzocco”, il giornale letterario fiorentino che ebbe tra i suoi collaboratori Giovanni Pascoli e Gabriele D’Annunzio. Prende parte alla vita politica cittadina come consigliere comunale e svolge la sua attività di insegnamento annoverando tra i suoi discepoli allievi famosi, come Giovanni Papini. E nel capoluogo toscano si spegne nel novembre del 1933. Tre anni dopo la scomparsa i suoi versi furono pubblicati a cura della città di Casale, con il concorso dell’amministrazione provinciale di Alessandria e della città di Asti, nel volume “Vecchio nido. Canti del Monferrato” (Tipografia Miglietta, Casale Monferrato 1936). “Poeta delicato e dolce”, come lo definì Ada Negri, cantore delle piccole cose monferrine con il “sapore schietto di mele raccolte nel proprio orto”, Diego Garoglio non dimenticò mai la sua terra, tornando ogni anno nel piccolo borgo di Lussello circondato dal gran mare di colli del Monferrato, per la lunga pausa delle vacanze estiveß interrotta solo da lunghe passeggiate. Anima semplice, come semplice fu la sua poesia, egli era affascinato dal mistero della “Badia”, la celebre abbazia di Vezzolano che gli parlava “più di poesia arte, natura e Dio con sovrumano sogno d’eternità”, senza disdegnare il paesaggio monferrino segnato dai “turriti castelli”, tra cui in particolare quello di Camino della nobile dinastia degli Scarampi. “Ma, ritornando fra la vita eguale, / forse risalirò – nel mio cammino - / ancora su al castello di Camino, / alto fra i colli sovra il Po regale, / (non lungi alla diletta mia Casale) / che se stupì il mio cuore di bambino, oggi m’appare simbol monferrino / di forza e di bellezza trionfale. / Mi tufferò con l’anima sognante / nel fresco intrico delle annose piante, / e volto ancora a tutti gli orizzonti, / ricontemplerò i colli, il fiume, i monti / nivei dell’Alpi e il piano interminato, / benedicendo in cuore al Monferrato”. Dionigi Roggero UNA VISITA APPROFONDITA ASPETTANDO LEONARDO (DICAPRIO) Alzando le tapparelle dello studio al mattino se il sole illumina la torre del castello di Camino e dietro spuntano le montagne sono quasi sicuro che il tempo è bello... Venerdì invece nevica ma poi si rasserena, così al pomeriggio puntiamo al maniero con il permesso di Donata Gutris (proprietaria di questo fascinoso complesso dove la storia si è fermata insieme alla sorella Francesca e al padre ing. Giorgio, 97enne). Conosciamo da tempo il grande edificio sul Po ma andiamo al ‘‘ripasso’’ intrigati dalla notizia dell’acquisto da parte del notissimo attore americano Leonardo DiCaprio. In auto fino al centro paese, poi svolta a destra, si sfiora la chiesa di S. Gottardo, stop a un cancello verde. Suoniamo ci risponde e apre la custode Marisa Lavagno. Breve passeggiata in mezzo al parco che ci permette di ammirare i primi scorci delle merlature e della grande torre. Un furioso abbaiare annuncia un primo portone ma noi siamo attesi a quello rosso. Tanti anni fa qui l’avv. Baudoin e il dottor Serrafero avevano organizzato una mega festa rotariana (e non solo) per il millenario del marchesato del Monferrato (siamo appena stati a trovare Aleramo, pensa un po'), vi arrivammo in macchina (e in smoking) e trovammo un posteggiatore che non sapeva mettere il freno a mano a una 750 Vignale coupè (o era il freno che non teneva?) e un Gipo Farasssino (si lo chansonnier, molto giovane) altrettanto spaesato (‘‘Non è il mio ambiente’’) Il portone dopo un bel po’ si apre (qui i percorso sono lunghi). Con la custode arriva anche il marito geom. Beppe Lavagno e, altra carrambata, rievochiamo con lui i tempi d’oro della Junior Vibac pallavolo da lui seguita come direttore sportivo e da chi scrive come inviato speciale (Il Monferrato e La Gazzetta del Popolo). Scorrono veloci Palermo, Montagnana, San Lazzero di Savena, Brescia...Oltre la vecchia Leardi. Presidente Battista. Allenatore Furione. Squadra tutta casalese. Partite esaltanti. Bando ai ricordi anni Settanta. Toniamo alla visita che si snoda piacevole (freddo a parte). La prima sala è quella dei trofei di caccia (che ribattezziamo delle corna), suggestivo il chiostro con la tomba di Scarampo Scarampi (‘‘il cortile del decapitato’’). Stop per il piccolo capolavoro di ferro battuto il battente (‘‘schiaccianoci’’) che introduce allo scalone con lo stemma e il motto degli Scarampi. Lascia senza fiato il grande salone da ballo per decorazioni e affreschi e una serie di ritratti degli Scarampi, opera di Pier Francesco Guala (in parte restaurati per la mostra di Torre Canavese curata da Silvia Martinotti). Segue una loggetta panoramica con gli stemmi dei paesi feudatari (qui lapidi e stemmi -come quelli dei Gutris- si sprecano); la sala della musica col biliardo, poi la biblioteca con a parete l’albero genealogico degli Scarampi, e la sala da pranzo con il grande camino e un lampadario (altre corna...) regalo di Vittorio Emanuele II. Usciamo nel cortile del pozzo, scivoliamo attorno alla torre (44 metri) e al ponte levatoio (panorama su Camino). Ultime visite al pian terreno: la chiesetta consacrata alla Madonna (da libro d’arte, quanti particolari, ci intrigano i reliquiari), la sala conferenze (vi lanciammo un 'Le vigne di Natale' ai tempi di Mondo), e la mini-prigione che fotografiamo dalle grate. Usciamo mentre il tramonto aumenta il fascino delle vecchie mura a contrasto con il verde dei prati e delle siepi (chiazzate dalla prima neve). Chissà se l’attore conosce la leggenda del fantasma senza testa di Scarampo Scarampi e se continuerà il B&B nella foresteria... Lo spazio non gli manca: cinquemila metri quadrati arredati ad arte che si estendono su 160 mila metri di terreno, divisi tra parco, campo da tennis, piscina, vigneto e cantina. Luigi Angelino PER SAPERNE DI PIU’ Scarampo e Camino in Matteo Bandello Matteo Bandello (1485-1561) scrittore domenicano cinquecentesco, nativo di Castelnuovo Scrivia (Al), fu il vero “inventore” delle vicende di Romeo e Giulietta che avrebbero ispirato Shakespeare Ambientò anche un racconto nel castello di Camino (Al), luogo che probabilmente conobbe o frequentò essendo non distante dal paese natio. Nella sua XIII novella, infatti, siamo nell’anno 1494 ed il protagonista è il conte Scarampo Scarampi, feudatario del Marchese del Monferrato, accusato di tradimento e dopo un lungo assedio al suo castello venne catturato dalle milizie del governatore di Casale Costantino Aranite Comneno, Scarampo Scarampi venne, senza troppi complimenti, decapitato. Il Bandello racconta di come «la signora Camilla Scarampa, udendo esser tagliata la testa al suo marito, subito muore». Cìè anche chi dice si sia buttata dalla torre. Nel cortiletto interno del castello nel sarcofago mortuario Scarampo Scarampi è raffigurato mentre riposa e si tiene il capo con la mano sinistra. Da allora “si dice” che i fantasmi dei due sventurati vaghino sulle torri merlate del maniero. Ecco la XIII novella del Bandello “Ma il signor Costantino, non so da qual spirito mosso, come ebbe lette le lettere, fece nel castello istesso tagliar la testa al signor Scarampo”. Ma torniamo a la signora Camilla, la quale, intendendo questa acerbissima nuova del marito, che ella amava a par de la vita sua, subito udito il messo s’inginocchiò, e pregando Dio che le perdonasse i suoi peccati, lo supplicò che le desse la morte. Mirabilissima cosa certo fu a veder quella bellissima donna, pregando Iddio restar a la presenza dei suoi morta, ché come ebbe detto: «Signor Dio, poi che il mio consorte è morto, non mi lasciar piú in vita», se le serrò di modo il core, che, senza far piú motto alcuno, cascò in terra. I suoi uomini e donne, credendo che fosse stramortita, se le misero a torno per rivocarle con varii argomenti gli spiriti vitali; ma poi ch’apparve morta a manifesti segni, fu con general pianto e dolor di tutti seppellita”... Un grande attore Leonardo Wilhelm DiCaprio (Los Angeles, 11 novembre 1974) è un attore statunitense di origine italiana e tedesca. È giunto alla fama mondiale alla fine degli anni novanta grazie al suo ruolo nel film Titanic, e ultimamente ha lavorato principalmente con Martin Scorsese, con cui ha stretto un ottimo sodalizio professionale dal 2002. FOTO. Stemma gonzaghesco del Monferrato, la cappella ricca di decorazioni e la torre dal parco. Nel lancio il sarcofago di Scarampo Scarampi