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  • 15 giugno 2009
  • Casale Monferrato

La rubrica di Romanelli - Abbate- Anita Virga De Angelis

POESIE (e non solo) DA TUTTI E PER TUTTI IL MIO GRAZIE A GIANNI ABBATE Il riconoscimento alla professionalità di Gianni Abbate, in veste di docente e dirigente scolastico, accompagnata da una profonda erudizione della quale è portatore sano, sperabilmente contagioso per coloro che lo frequentano, è da molti anni unanime. Parecchi colleghi e discenti hanno però voluto testimoniarlo nel corso di una cerimonia tenuta nell’Aula Magna del liceo Balbo, della quale sono comparse esaustive cronache sul nostro giornale. A ricordo di questi trascorsi umani di Gianni è stato edito un volume costellato di memorie e saggi di professori e alunni, dal pregnante titolo di “Lycaeum 2”. Tuttavia, arrogandomi una preminenza irrispettosa delle altrui sensibilità, quanto sopra non deve intralciare il mio, di ricordo, essendo esso un condensato di amicizia scevra d’interessi da parte di entrambi. Se non fosse per quel tenace filo conduttore che fa scattare la complicità tra due spiriti bisognosi di reciproci scambi di nozioni, provenienti da così disgiunte eppure paradossalmente affini umoralità. Per parte mia devo semplicemente confermare in toto ciò che espressi su Gianni nei ringraziamenti a margine dei miei libri, circa l’importanza fondamentale dei suoi suggerimenti nel rendere più discernibili le contorsioni insite nel mio fraseggio. E se gli sparuti lettori che mi rimangono non sanno ancora districarsi dai garbugli che propongo, vorrà dire che la mia capoccia non ha saputo recepire pienamente le moderazioni instillatemi dall’amico Abbate. Darei un taglio alle piacevoli disquisizioni sulla valentia di un letterato che rimarrà nella memoria di quanti l’hanno conosciuto, e quindi logicamente apprezzato (parlo di Gianni, è ovvio, “Honni soit qui mal y pense” chi insinua personali megalomanie!). E come concludere in gloria se non con un mio altisonante tributo poetico? Eccovi dunque, abbuffoni del verso, l’omaggio di Maurizio Romanelli all’amico che ha condiviso le sue più grate presentazioni in campo letterario: “La tua disinvolta traslazione dalla declinazione ellenico - latina sbigottì sovente i miei plebei inciampi nel disquisire d’italianità: Eppure non te ne volli mai! D’altronde come oserei adirarmi con chi mi si professò amico sin dalla nascente conoscenza? E amico fosti, sei e sarai, a scapito di un’evidente diversità: parlo di peso, naturalmente, e non esclusivamente culturale! Ad maiora, professore, con l’augurio che entrambi non dovremo commemorarci mai, convinti come siamo che ci spetti quella bazzecola che i dubbiosi spiriti chiamano ‘immortalità’! Post scriptum: se ‘traslazione’ lo trovassi azzardato ma preferissi non obiettare, ti comprendo: cosa non siamo disposti a sopportare per conservare un amico, con la penuria d’affetti che scorgiamo intorno!” Ciao, Gianni, che il futuro ti venga incontro con levità, salvaguardato come sei da tante grate reminiscenze che dispensasti! Maurizio Romanelli ANITA ASSEDIATA DALLA VITA Di Anita Virga, giovane universitaria torinese, mi perviene la prima pubblicazione poetica. S’intitola “Squarci d’anima”, e l’autrice lo divide in più sezioni, dedicandolo alla nonna. Ne traggo tre poesie brevi, di segmenti diversi. Dalla parte “Vorrei” vi offro “Il viale” “Prendo a calci foglie secche/ come fosse la mia vita;/ il viale è lungo:/ non m’importa dove finirà./ Prendo a calci la mia vita/ come fosse foglie secche;/ il cammino che ho davanti:/ non m’importa dove finirò./ Vorrei essere già sull’asfalto/ Tra le foglie secche.” Dalla sezione “Tempi” eccovi “La notte” “Notte foriera di dubbi,/ forse sei la mia salvezza/ giacché la sera, spento ogni riflesso,/ il dolore si precisa/ al confine con il sogno/ ed anche le speranze vengon meno:/ così, morte, non resta che il buio/ di palpebre serrate e l’oblio/ di sonni pesanti/ in attesa di quel giorno,/ preciso come il dolore,/ che verrà e che non sarò più.” Dalla trance “Sensazioni” propongo“Il destino” “Ho capito: non c’è guarigione/ la mia non è una malattia/ è un destino,/ un destino malato, forse./ Dal destino non si guarisce:/ l’ho creduto, in rari momenti,/ ma scorre sempre nelle mie vene,/ in ogni mio globulo di sangue/ ed è lui che cicatrizza le mie ferite./ Questi miei segni/ ogni mia lacerazione/ è rimarginata dallo stesso male che l’ha generata:/ è la mia vita, è la mia morte./ No, dal destino non si guarisce.” E no, Anita, non si guarisce dal destino, ma dimentichi che è il nostro approccio che ne guida svolte e giravolte. E se l’indole la portiamo scritta dentro i geni nulla ci impedisce di combatterla quando essa si mostra virulentemente negativa, obnubilandoci la visione di un futuro che ci apprestiamo a costruire. Suppongo che un’edificazione di futuro sia il tuo caso, essendo studentessa, ma ti auguro che quando sarai una docente (se quella vorrai divenire) l’approccio mentale che insegnerai ai tuoi allievi abbia avuto una salutare rinfrescata d’ottimismo. Converrai che come presagio di vita futura questo augurio sia il più saggio che potrei farti. Ad maiora! Maurizio Romanelli BALESTRA, FRECCIA ZEN SULL’OCCIDENTE Marco Balestra, alle sue poesie acclude considerazioni sulla vanità di troppe parole in libertà. Alla fine egli stesso si risponde, ma prima del mio fugace commento propongo alcune sue massime… “Torna il pellegrino al suo focolare,/ Orme sul sentiero svaniscono come rugiada al mattino;/ cumuli di pensiero si dileguano.” “Sempre ti sono vicino oh profonda verità,/ Non so da dove vieni,/ non conosco il tuo inizio e la tua fine./ Non appartieni al tempo./ Eppure sei la fonte di tutte le cose.” “Ho viaggiato e camminato per lungo tempo./ Ho conosciuto i dolori della fame e/ ho assaporato il vento gelido che si posava sulle mie mani./ I miei piedi conobbero la fatica e le piaghe./ Mi sono spinto più in là./ Ho raggiunto il luogo dove nessun uomo dimora./ Là trovai la pace.” Marco nella postilla dichiara il suo approdo al monachesimo buddista, e ciò offre l’interpretazione delle massime di cui sopra. Perché di massime si tratta, da egli interpretate come espressioni rivolte a una comunità di fratelli, per quanto il distinguo tra massima e poesia mi sfugge. Sempre che non si parli della differenza che esiste tra l’espressione di un qualsiasi sentimento e la valenza poetica della stessa. Chiunque può ammirare un tramonto ed esprimere l’attimo fuggente, ma da lì a chiamarla poesia ci vuole il gatto con gli stivali per raggiungere il crepaccio della disquisizione, correndo per di più il rischio di cadervi. Pertanto, con tutto il rispetto che m’ispira la scelta di Marco, lascio che prosegua sulla strada della conversione. Sicuramente il suo approdo alla saggezza non interferirà con gli inutili dibattiti moraleggianti della nostra morente cultura occidentale. Con buona pace a lui e ai poveri mortali che sgobbano dalla mattina alla sera per il vezzo assurdo di cambiare il telefonino. Uno spreco abissale rispetto alla ciotola di riso dei frugali sacerdoti zen. Auguri Marco… Maurizio Romanelli DE ANGELIS A Villa Maria della Colma, dove aleggia ancora la storia del divisionismo con Angelo Morbelli, si è volato alto sabato con “il gusto della poesia” organizzata dall’Associazione Amis d’la Curma, presieduta da Anita Rosso con il contributo del Circolo Culturale Ravasenga. Questo grazie, lo ha ricordato in apertura il presidente Rosso, al ritorno di Milo De Angelis, poeta, scrittore e critico letterario, tra le voci più significative della poesia italiana contemporanea, nei luoghi della sua adolescenza (leggi I Castagnoni, ndr.). De Angelis. dopo un’introduzione critica di Luisa Ricaldone (che ha fatto da moderatice) e Dario Capello (rigore letterario, parallelismo con Rimbaud)., ha letto alcune sue liriche suscitando grandi emozioni. Il programma della iniziativa (tra i presenti il presidente di Mondo e vice sindaco di Rosignano Cesare Chiesa) è continuato con letture poetiche di Luigi Villa Freddi, Vincenzo Moretti, Maurizio Romanelli, Gianni Giaroli, Paola Rossi (con il violoncello di Erika Patrucco che ha suonato brani di Giulio Castagnoli e Hindemith) e Gianfranco Carbonato (letto dalla moglie Franca Carbonato Gagliardi). Letti anche brani di Giorgio Luzzi e la simpatica napoletan-genovese Paola D'Alessio ha introdotto le sue "fanfole" ("La petulia è sintattica e gialligna/ scrulla e trotalla come una polligna/con fare slaccheroso ti arcidossa/e senza più ritegno ti sgargossa...") Dopo una pausa enogastronomica si è passato al "dialettale" introdotto da Carlo Baviera con liriche lette dagli stessi autori Teresio Malpassuto e Luigi Reposo (91 anni, ben portati complimenti!) e brani di Testa, Romanelli e De Angelis (da Le Terre Gialle, dedicato alla mamma monferrina: Carla del Poggio di Castagnoni), liriche lette da Eiio Botto. Conclusione con “La rata voloira” interpretata da Pier Giorgio Milani. Buona l'idea del "banchetto poetico" (e anche panoramico) della Bibloteca civica di Casale. ------- Poesia del ‘900 “Milo de Angelis – Poesie“ – Oscar Mondadori IV – Le terre gialle A mia madre , monferrina STANSA L’istà a l’era ancur nen finija. Na vidua l’andava al cimiteri. Al crus criavu cme’n gat “Fradé dal gulfin da giuvu, vöj nen andà da sula ‘n tal post ch’aj’ ò pagura: t’at capì….staseira t’aspècc a cà… staseira”. La ment girulava ‘nt al trenu. Altri doni ai purtavu la corda par muntà ansùmma o calà giù. “A man viz ben ‘d la so facia, sniura: j’öcc celest ad cul fazàn in agunija an Chilla j’arsuscitu ciarissimi.” CAMERA. L’estate non era finita. Una vedova andava al cimitero. Le croci gridavano come gatti. “Fratello dal golf da ragazzo, non voglio andare sola nel luogo dove ho paura: tu hai capito…. Stasera ti aspetto a casa mia … stasera” La mente vagava nel treno. Altre donne portavano la corda per salire o scendere. “Ricordo bene il suo viso, signora: gli occhi azzurri di quel fagiano agonizzante in lei risuscitano chiarissimi.” LËTTRA A CLAUDIO An riva al fium in om a se setasi avghinda l’ombra suferta ‘d la so facia. L’era in om semplice e bun. Se bütasi a dì con la vus rutta: “chi l’è che al savrà di sa me vitta?”. “Ven an sa” – a j’a dij l’atar avzin – “T’an nen mantnì la so prumessa, né?” Po a j’a piaij la testa e j’a versaij ansümma l’ultima brancà d’acqua. LETTERA A CLAUDIO In riva al fiume un uomo si sedette e vide l’ombra sofferente del suo volto. Era un uomo semplice e buono. Chiese con la voce rotta: “Chi saprà di questa mia vita?”. “Dunque è vero” – disse l‘altro vicino – “è vero che non ti hanno mantenuto la promessa” Poi gli prese la testa, gli gettò l’ultima manciata d’acqua. RUBRICA POESIE DA TUTTI E PER TUTTI : ROMANELLI COMMENTA IL POETA MILO ALLA COLMA Accadimenti astrusi interrompono la fugace e illusoria trascendenza del bipede glabro che s’investe di superbia, supponendosi intoccabile dalle cedevolezze umane. Uno di questi eventi mi toccò privatamente durante l’happening poetico/gastronomico apparecchiato e servito dagli Amis dla Curma, nell’idillica magione d’artista di Morbelliana memoria; un ritrovo che mi ha offerto una grata ricompenetrazione nella mia indimenticata rosignanesità. Sarà stata memoria di annose concessioni al gaudio e alle stremanti languidezze amicali, trascorse grazie alla sovente generosa propensione all’affratellamento da parte di Tiziana e Roberto (Morbelli), ai quali prestava entusiastico bordone l’ammirevole signora che fu mamma Ada, paziente e tollerante verso le mie estrosità come con altri mai, ma l’aura magica di quel tempo svanito rievocai commosso in più d’un tratto del percorso di quella sera, antichizzata dalle poesie di amici presenti e scomparsi. Senza indulgere al sottordine trascurato degli spartitori di circostanze, adusi a obliare le sgradite e pervicaci nell’esaltazione di quelle essenziali al tratto greve, ma pronube della dissacrazione del pensiero, così disturbante per la loro vantata inesistenza spirituale, non temo l’estasi denigratoria di chi vorrà eleggermi a capintesta dei tromboni impudichi, o grancassaioli di celebrità. Perché su una celebrità voglio intrattenermi, anzi, sul personaggio clou presente alla serata, che privilegiò la rimpatriata presso gli amici d’infanzia ad un congresso letterario indetto a celebrazione soprattutto dei celebranti. Senza sorpresa, perciò, Milo De Angelis l’ho riconosciuto eguale a come lo frequentai molti anni addietro quando, poeta già affermato, mi concesse di esternare nei suoi confronti un’amicizia scevra da infingimenti incensatori. Ho ritrovato il Milo cogitante che, anche negli intermezzi ludici trascorsi in piscina, non mancava di intrattenersi a suggere dai libri la linfa secreta dalle cervici di spiriti ispirati, saggiamente memore che alimentare il pensiero è l’essenza dell’essere e la progressione del divenire. Ho riconosciuto l’essere permeato di preveggenza del divenire che egli aveva liricamente espresso negli anni, fruendo d’ambiti riconoscimenti, ma che in mia compagnia quella sera alla Colma scelse di obliare, giostrando a sfiorare appena le nostre reciproche odissee, sapendone affidata la purificazione alla poesia. Della tua odissea, Milo, ci donerai un giorno le novelle scaturigini elaborate da un lustro di lutto terreno, con le quali, favorito inconsciamente dall’estro vigoroso dispensato dal duolo, rinnoverai, con l’incredula scoperta di un’evoluzione del tuo superbo poetare, la fastose intransigenze di Millimetri e i dialoghi insopprimibili di Distante un padre. Arrivederci dunque, Milo, amico mio, magari nell’occasione della presentazione del prospetto lirico che sta evolvendo nei tuoi recessi introspettivi, un embrione che diverrà concreta poesia. Allora sono certo che non mancherai di tornare nell’anfiteatro fitto di sussurri erbosi di Villa Ada, acclamato col proverbiale pudore piemontese dallo scrivente, da Roby e dai vecchi amici della Colma, che utopicamente vorrei rappresentassero l’universalità dell’accoglienza umana. Concludo questo scampolo liso di inadatto estensore, dedicando a te Milo, accomunato all’umile Maurizio dall’afflato poetico, i versi di chiusura di una mia brufolosa escrescenza lirica: …Mi narra, la vita, all’improvviso,/ il suo reggere sospesa al solo istante:/ oltre s’incespica, il bipede pensoso,/ nelle ramaglie di contorte ideologie/ che mai seppero scindere il celeste/ nodo Gordiano della felicità… Ciao Milo, alla prossima! Maurizio Romanelli FOTO nel lancio: l'intervento di De Angelis; nel testo: il pubblico, Paola Rossi con la violoncellista Patrucco (e sllo sfondo il giardino dei bambù...) e Moretti

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