Articolo »

  • 13 maggio 2009
  • Casale Monferrato

Clima elettorale, ieri, oggi

Lo spessore del “Monferrato” in queste settimane è perlomeno raddoppiato: siamo alla vigilia di elezioni e referendum, e lo sguardo e il pensiero si perdono fra le miriadi di nomi di foto e di programmi, fra l’enorme quantità di parole e di promesse che paiono riunite lì apposta per disorientare chi si appresta a dare il proprio voto. Desto la medesima cosa accade, e moltiplicata, quando si accende la televisione: lì la realtà pare svanire sotto un mare di parole, di volti e di promesse. Per chi ha vissuto con animo poco più che adolescente i primissimi anni del dopoguerra, un confronto naturalmente s’impone. Dopo l’ubriacatura di felicità e di sollievo che si era manifestata di fronte all’inusitata possibilità di muoversi e di parlare liberamente, dopo i balli nei cortili, alla Stazione e alla Filarmonica, in cui con la gestualità si era manifestato quel sollievo, ecco la possibilità di esprimere con un voto la propria visione dell’esistenza. Non per me, allora: non solo la maggiore età si raggiungeva a ventuno anni, ma io non avrei avuto nemmeno i diciotto necessari oggi per votare. A Casale, città allora abbastanza semplice e tradizionalista, i discorsi elettorali che in quegli anni si chiamavano comizi, si tenevano nella Piazza del Cavallo, in cui la gente affluiva dopo il lavoro a piedi o in bicicletta, e in generale i candidati parlavano uno alla volta, non tutti insieme come oggi alla televisione. Le idee erano presentate con una certa semplicità, così che si aveva l’impressione di capirle. Ciascuno pensava che il proprio voto potesse avere un peso e gli si gonfiava il petto di orgoglio e di soddisfazione quando confrontava la propria situazione attuale con quella di pochissimi anni prima, in cui le possibilità di confronto non esistevano. Io ho sempre avuto amici più vecchi di me, e bevevo i loro pensieri e le loro convinzioni di cambiare finalmente qualcosa con il voto che potevano esprimere o convincere gli altri a dare. I partiti erano pochi, i programmi abbastanza definiti. Da Casale, capitale del Monferrato, partivano macchine – qualcuna delle pochissime macchine di quegli anni – con oratori e bandiere a bordo, per andare a tenere comizi nei paesi della collina. Ricordo che a volte, ma raramente, la cosa finiva in una eloquente sassaiola. Tuttavia perfino i discorsi più decisi e violenti, in confronto con quelli di oggi, sembravano pronunciati con ritegno. Anche da noi passavano a parlare i nomi più importanti: ricordo un discorso di De Gasperi pronunciato dal balcone sopra il caffé della piazza; ricordo la modesta sede del movimento che allora si chiamò “Il Fronte”, e che riuniva i partiti della sinistra. Si era perfino creato, con accento vagamente spregiativo, l’aggettivo “frontagno”, e un mio amico, che sarebbe poi diventato un pittore noto dopo essere emigrato come molti altri giovani di allora, dipingeva di verde il soffitto. Dal pulpito, spesso con una certa asprezza, intervenivano i preti, che in quella città in cui dalla mia finestra potevo contare undici campanili, avevano un certo peso. Nelle vetrine di via Roma, ancora piuttosto spoglie, c’erano anche i tessuti UNNRA, che si compravano sempre con i punti della tessera annonaria. Come tutte le cose nuove, le campagne elettorali di allora non erano ancora mosse solo da interessi economici o da scetticismo, agli occhi di noi giovanissimi, ma da passioni vere perché nuove. Elena Cappellano

Profili monferrini

Questa settimana su "Il Monferrato"

Federico Nardi

Federico Nardi
Cerca nell’archivio dei profili dal 1871!