Le Serve feroci di Genet. Tra violenza delle parole e deliranti “giochi di ruolo”
di Massimiliano Francia
Intensa, riflessiva, penetrante, con accenti espressionisti.
La rilettura registica di Beatrice Leoni e Lara Miceli de “Le serve” andata in scena sabato sera a Palazzo Vitta esalta ulteriormente gli aspetti schizofrenici e studiatamente deliranti della vicenda portata in scena da Jean Genet, vincenda ispirata a un fatto di cronaca nera.
Massacro e poi strazio
Il fatto: all’inizio degli anni trenta del XX secolo in Francia due sorelle di nome Christine e Léa Papin a servizio presso una famiglia borghese (coniugi di mezza età e una figlia) in seguito ad un rimprovero per un banale incidente, massacrarono la madre e la figlia.
Lo fanno con inaudita ferocia, strappando gli occhi alle donne agonizzanti e seviziandone i corpi. Poi si ritirano nella propria stanza. Ai magistrati non danno alcuna spiegazione o motivazione del loro atto.
L’unica loro preoccupazione apparente fu quella di condividere interamente la responsabilità.
Dinamiche psicologiche
Nel testo di Genet, datato 1946, la vicenda perde i suoi aspetti crudi, violenti, scabri e assume invece rilievo la dinamica psicologica, le ossessioni e i deliri, gli scambi di ruolo e di identità: una delle due “interpreta” la signora, la seconda assume l’identità dell’altra sorella, quella che si trasforma nella “signora”, cosicché - a turno - diventino al tempo stesso ognuna vittima e carnefice di se stessa. Giochi di ruolo al limite del delirio che si concretizzano nella simulazione (o proiezione!) dell’assassinio inscenata dalle “serve” in assenza della “signora”, appunto.
Nella sua camera da letto, con i suoi abiti.
Un rituale ossessivo esaltato - nell’allestimento del Teatro della Nebbia - dalla moltiplicazione delle interpreti delle sorelle Papin, che da due diventano sei.
Spettacolo studiato con scrupolosa passione, assolutamente omogenea la resa delle sei “serve” (Margherita Gebbia, Beatrice Leoni, Lara Miceli, Agata Tinnirello, Anna Volta, Ivana Volta), scelta che trova la propria ragione drammaturgica nella continua traslazione del ruolo delle due sorelle Papin - via via - da una all’altra coppia di interpreti; omogeneità di registri di cui si giova - peraltro - la rappresentazione.
Fa eccezione la dizione ricca di sfumature e finezze di Maddalena Greppi, a proprio agio e del tutto calata nella parte della “signora”.
Ima Ganora, che ha portato nell’ideale ambientazione signorile di Palazzo Vitta “Le serve” per la stagione dell’Accademia delle Muse, sottolinea peraltro «l’espressività corporea, la fisicità del Teatro della Nebbia che è caratteristica della scuola di Dario Fo».
Ne risultano un testo e un allestimento che - depurato della ferocia del reale (il fatto di cronaca e gli evidenti aspetti macro-patologici delle sorelle Papin) - spinge a riflettere sui costi umani e sociali delle disuguaglianze, ma anche sulla ferocia che si annida nelle parole, violenza verbale che gronda dal testo di Genet.
E porta a meditare sulla prevaricazione di quel linguaggio aggressivo in cui tutti noi - tutti i giorni - rischiamo di scivolare e di essere sommersi, al tempo stesso attori e spettatori delle dell’insidia delle ciniche derive della comunicazione.