Due casalesi che si trovavano all’estero, per dimostrare la comune provenienza, si presentarono l’uno così:- Piacere: pulòt d’ant l’Ala. L’altro di rimando:- Piacere: murlàc dal Pòpal. L’uno era il sottoscritto, l’altro il suocero della mia segretaria Simonetta Pittaluga, Luigi (Bigìn) Costanzo di Casale Popolo.
E, per dirla con Dante, “l’un l’altro abbracciava” al Tibidabo presso Barcellona in terra catalana.
I due termini pulòt e murlàc, indicativi inequivocabili della provenienza dalla nostra zona, non sono precisamente titoli di nobiltà. Infatti il primo indica (in teoria, non vogliamo offendere nessuno) l’abitante povero, sporco e trasandato del quartiere Ala di Casale, il secondo l’abitante zoticone, cafone, di Casale Popolo.
Certo non basta abitare in quelle due località per meritare il titolo. Occorre possedere le qualità distintive. Il pulòt non necessariamente è una ligera: per essere qualificato tale, bisogna che sia “gram”, come acutamente la definiscono Luigina ed Elsa Zai in un loro recente bel libro:“ le ligère, i pulòt gram ovvero i poveri cattivi” (“Piemonte nel cuore e nella memoria”, Vercelli 2009, p. 270).
Il termine, in altri luoghi del Monferrato e del Piemonte, si trova nella forma piulòt (raramente piuròt). Cesare Pavese chiama così i poveri disgraziati: “- 'Ndè a travajè, plandrôn, - poi rivolta al suo compagno: 'Tvôghe lo ch’ôj capita a deje da beive a tucc i piôlòt?”( Ciau Masino,1930-32,in “Racconti” ed. 2006, p.428). Carlo Aletto, che ha fatto un’indagine sulla diffusione dei due termini, mi scrive: “Ho raccolto indicazioni su vari paesi: mettendo su una cartina i due termini, si vede abbastanza chiaramente che pulòt è usato nel casalese-vercellese, piulòt prevale nell'astigiano; nelle aree intermedie c'è mescolanza; però mai si trovano i due termini contemporaneamente.” La situazione si riflette nei cognomi, probabili soprannomi, Polotto/ Polotti, Piolotto. Da tempo ho sottoposto a indagine l’origine del vocabolo, che mi risultava un enigma. Parecchie ipotesi mi si sono affacciate, fra le quali una sembrava foneticamente appropriata : siccome in romeno membro virile (REW p.563 n. 6806) si dice pulă (e così pure in vegliotico,lingua neolatina), si poteva ricostruire pul-ot. Ma non mi pareva una soluzione convincente dal punto di vista semantico. Indagando nelle lingue germaniche, che tanto hanno influenzato il nostro dialetto, finalmente sono riuscito a scoprire che in franco (da cui derivano i termini loira e sloira tra gli altri,come ho recentemente scritto su questo giornale) pôl – a cui si aggiunge il suffisso ot – significa “palude, fango” (Gamillscheg I,p.128, REW n.6632 p.551): palude per metafora significa “putrido, lercio”(così si dice masnà da masnada per indicare in origine un bambino irrequieto: metafora del tipo quell’uomo è un leone per dire che è come un leone). Quanto all’uso di fango per indicare un tipo spregevole si veda il Battaglia, GDLI V, p.639 §6: “Per estens. Materia guasta, corrotta; cosa vile e spregevole; individuo abietto. Esempi : Niccolini:-Han gli Spagnuoli / occupato il castel. – Fango di corte, / codardi e pochi. Rovani : Fango salito in scanno , al cospetto di chi credi tu di trovarti?”, che ricorda il conosciuto proverbio “Quando la m. monta in scanno o la puzza o la fa danno.”Il Baretti scrive: “Dacché quello stronzolo è salito sullo scanno, puzza tanto che appesta da Napoli fino a Roma.” (Battaglia XVII p.813). Quindi pulòt significa individuo lercio e spregevole. E murlàc che cosa vuol dire? Si tratta di un termine germanico (Gamillscheg p.126) : Moorlacke, collegato all’antico sassone môr (palude) e antico alto tedesco lahha (pozzanghera). In tedesco,poi, Lackel vuol dire zoticone. Il termine ci doveva essere anche in franco (môrlakô), perché Morlako era una residenza dei re Merovingi di stirpe franca (Gamillscheg p.127). Dunque il murlàc indicava l’individuo lercio (pozzanghera di fango) e zoticone (Lackel). Pulòt e murlàc sono quindi sinonimi e fratelli, come i due casalesi che si ritrovavano commossi in terra iberica.
Olimpio Musso
Disegno Laura Rossi (pulòt con gatto)