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"Si apre il sipario"
Un'intensa Valentina Picello con "Anna Cappelli" chiude la stagione al Municipale
Mercoledì 22 e giovedì 23 aprile alle ore 21
Una conclusione della stagione del Teatro Municipale di Casale, in collaborazione con la Fondazione Piemonte dal Vivo, con l’attrice di “casa”, mercoledì 22 e giovedì 23 aprile alle ore 21. Valentina Picello riempie il palco portando in scena una donna che lotta tra il desiderio di autodeterminazione e la mancanza di risorse per realizzarlo. “Anna Cappelli” (regia Claudio Tolcachir, scena Cosimo Ferrigolo, luci Fabio Bozzetta, foto Alfredo Toriello, produzione Carnezzeria, co-produzione Teatri di Bari, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, in collaborazione con AMAT & Teatri di Pesaro per RAM), firmato da Annibale Ruccello, è incentrato sul cambiamento del ruolo della donna nel tempo, e scava nei labirinti della mente di un personaggio inconsueto e pullulante di contraddizioni.
Il testo mescola humour e tragedia, generando un sorriso doloroso, un ossimoro che fa commuovere e imbarazzare allo stesso tempo. Uno spettacolo in grado di percorrere il terreno dell’animo umano nella sua totalità, immergendo la protagonista in una sorta di discarica che accoglie gli elettrodomestici più disparati. Biglietti in vendita sul sito vivaticket.com e le sere dello spettacolo al botteghino del Teatro Municipale (informazioni 0142 444314). Valentina Picello, casalese, nel 2025, ha ottenuto riconoscimenti prestigiosi grazie all’interpretazione del monologo “Anna Cappelli”: Premio Ubu come Migliore attrice/performer e Premio della Critica ANCT.
Perché questo testo le ha regalato tante soddisfazioni?
Il testo di Anna Cappelli viene rappresentato a 40 anni dalla morte di Annibale Ruccello, avvenuta in un tragico incidente stradale nel 1986, all’età di 30 anni. È simbolicamente molto importante perché è l’ultimo testo che scrive prima di morire, l’unico che non ha mai visto rappresentato. Ruccello scriveva per attrici che conosceva, prima fra tutte Isa Danieli, e per donne semplici dalla vita semplice, alla ricerca di un riscatto nella società che potesse avvenire o attraverso l’acquisto di una casa, o attraverso un sentimento ricambiato. Significa molto per me a 45 anni portare in scena una me stessa non in senso biografico, bensì rendendo omaggio sia alla grande scrittura di Annibale Ruccello, sia alla dignità ferita di tante donne.
Che donna porta sul palcoscenico? Chi è Anna?
Anna Cappelli è un simbolo, è una donna, qualunque, senza una particolare istruzione e viene da una famiglia umile. Spesso viene definita una Medea moderna, in quanto donna che uccide il proprio uomo. Mi piace fare una precisazione e dire che Anna non è una persona opportunista, non è una calcolatrice fredda e spietata, non è una persona che ha i mezzi per prevedere le cose o farle andare come lei vuole. La sua è un’emotività istintiva: Anna non uccide per vendetta, ma all’apice di una psicosi, di una solitudine esasperata. Anna è malata a causa di mancanza di amore, fin da ragazzina, fin da quando si ritrova e si sente orfana in famiglia.
Da che cosa è ossessionata Anna?
Anna pensa, mi viene da dire come scriveva Virginia Woolf, che “una stanza tutta per sé”, cioè una casa propria, possa essere un luogo identitario, cioè un nido dove sentirsi protetta e non giudicata, e nello stesso tempo un non luogo fisico, bensì la certezza che il proprio valore umano corrisponde ad avere qualcosa di materiale che ci appartiene. Anna non è però unicamente esasperata dal desiderio di possesso, è alla ricerca di una vita dignitosa di coppia che si addica a una donna della sua età, che vuole essere indipendente con un lavoro indipendente, e non relegata a donna della società Anni Sessanta per forza sposata con figli e magari obbligata dal marito a non lavorare.
Perché ha definito Anna Cappelli un personaggio beckettiano?
Io e il regista Claudio Tolcachir abbiamo immaginato un luogo della mente, non una casa naturalistica Anni ‘60. Per questo Anna Cappelli si muove in mezzo a una terra vulcanica, un deserto in cui stanno sprofondando insieme a lei i rimasugli di un’ ideale casa, qualche oggetto, un paio di elettrodomestici. Ci piace pensare a una sorta di Winnie di Samuel Beckett, protagonista di Giorni Felici,che affonda sempre di più con il corpo nella terra, che parla con un uomo che non riesce ad agire su di lei e con lei. E cosa fa una donna da sola nel nulla? Parla, perché finché parla può dirsi viva. Siamo partiti dal presupposto che forse l’uccisione del convivente sia già avvenuta, e che lo spettacolo riassuma le 48 ore che Anna passa con il cadavere in un flusso di coscienza pieno di ricordi e di rimorsi. Il testo diviene fondamentalmente la visione di tutto quello che ha tormentato Anna fin da bambina.
Una donna sola e tormentata. Quanta attualità c’è nel testo di Ruccello?
La situazione di lotta per i diritti femminili nella società odierna è attualissima. Si tratta, non come all’epoca in cui è stato scritto Anna Cappelli, della società che giudica il more uxorio, cioè la convivenza senza essere sposati, ma di una società che comunque guarda storto una donna che ha una certa età e non ha avuto figli, per esempio. C’è ancora un macrocosmo in cui la disparità salariale è di peso da un pregnante sessismo. Esiste poi ancora la lotta quotidiana per tutta una serie di diritti, soprattutto sul lavoro, che alle donne in quanto donne non sono concessi. Faccio riferimento anche alla mia vita personale: per una donna che fa un lavoro indipendente a tempo determinato e che non ha degli aiuti economici, è molto difficile affrontare l’iter burocratico che necessita l’acquisto di una casa. Oggi è faticoso avere qualche cosa che non sia solamente qualcosa di ereditato, ma un premio alla giusta gavetta, ai sacrifici, all’evoluzione personale affettiva e lavorativa. Soprattutto senza “santi in paradiso”.
Anna-Valentina. Valentina-Anna. Che rapporto esiste tra le due donne?
Nelle interviste e nelle varie recensioni dello spettacolo spesso veniva scritto: Anna è Valentina, oppure Valentina diventa Anna. Sì, è vero, sono entrata visceralmente nel corpo di questa donna, con i suoi tic, con le sue esasperazioni, con i suoi passaggi repentini di umore, che non ne fanno una pazza, bensì una donna che più che ragionare razionalmente è sempre colpita profondamente o nel cuore o nel cervello da tutto quello che le accade intorno. Reagisce istintivamente, non premedita nulla. Ha un’intelligenza emotiva e un’autoironia che mi somigliano molto e che sono armi di sopravvivenza. Parla da sola, ma nel senso che è una donna che si fa molta compagnia, esattamente come succede a me per via del mio lavoro e dei tanti viaggi in solitudine che affronto nei mesi di tournée. È risultato semplice il lavoro, non un processo elaborato di studio o di mimesi. È stato proprio il linguaggio di Ruccello insieme alle cosiddette transazioni emotive (il regista le ha pretese perché voleva non fosse uno spettacolo a sketch, bensì un un flusso di parole, un diario surrealista) a guidarmi a creare un essere umano riconoscibile a tal punto da entrare in empatia sempre.
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