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Premio Ambientalista dell’Anno 2015 “Luisa Minazzi” - intervista a Elena Carmagnani: quando il tetto diventa orto

Un orto che diventa tetto? O un tetto che diventa orto? Un dilemma che Elena Carmagnani, architetto torinese, ha brillantemente risolto creando, con la collega Emanuela Saporito, la start-up di innovazione sociale “OrtiAlti”, finalizzata a rigenerare l’ultimo piano degli edifici trasformandoli in luoghi dove coltivare frutta e verdura in forma conviviale. Un tetto trasformato in giardino riduce fra il 10 e il 30% i consumi energetici, permette di controllare il flusso dell’acqua piovana assorbendone oltre un terzo, mitiga l’effetto delle isole di calore, assorbe CO2 e riduce l’inquinamento acustico. E, oltre a questi significativi vantaggi, vuoi mettere la soddisfazione di dire che carote e zucchine le hai colte guardando la Mole Antonelliana? Per saperne di più su Elena, che fino al 2014 è stata anche responsabile comunicazione e attività culturali di Urban Center Metropolitano di Torino, leggi la nostra intervista. Quando ha iniziato ad occuparsi di ambiente in ambito professionale? Il mio interesse per il paesaggio, l'ambiente naturale e l'ambiente urbano è confluito nella mia professione e nel mio studio di architettura a partire dal 2008, quando abbiamo iniziato ad occuparci di verde urbano e di orti. In quegli anni ho seguito un corso sugli orti urbani di Legambiente, se ne iniziava appena a parlare, e nel 2010 abbiamo pensato di trasformare il tetto piano del nostro studio (lo Studio 999 nel quartiere San Salvario) in un orto a servizio di tutto il condominio. L'ho chiamato Oursecretgarden perché è nascosto, non si vede dalla strada. Da questo momento ho aperto una nuova linea di attività nello studio, dedicata al paesaggio, alla progettazione del verde e in particolare al verde pensile, come strategia di miglioramento ambientale della città. Come nasce l'idea della start-up "OrtiAlti"? L'idea di OrtiAlti nasce proprio dall'esperienza di questo primo orto pensile sul tetto del nostro studio. Nei mesi successivi, grazie anche al grande successo mediatico e di pubblico che questa idea ha avuto, ho intuito che potesse diventare qualcosa di più, che potesse essere una strategia per rigenerare le città e il tessuto sociale. Ho coinvolto Emanuela Saporito, una giovane ex allieva del mio corso al Politecnico, urbanista, e insieme a lei abbiamo messo a punto il progetto che subito è stato selezionato dalla European Investment Bank, e successivamente da altri soggetti per importanti premi e accelerazioni. Gli OrtiAlti sono orti realizzati sui tetti degli edifici coinvolgendo le comunità che li utilizzeranno. Grazie alla tecnologia che utilizziamo, il giardino pensile permette di isolare l'edificio, ridurre il consumo energetico, ridurre le emissioni di C02, abbassare le isole di calore urbane e gestire le acque piovane. In più, l'orto diventa un luogo di produzione di vegetali e un incredibile spazio di aggregazione e scambio di pratiche tra abitanti, di generazioni e origini diverse. Dove affonda le radici la tua sensibilità verso l'ambiente? Il mio interesse per il paesaggio e per l'ambiente è nato subito dopo la laurea in architettura quando ho vissuto per alcuni anni in Germania, a Stoccarda, presso un'accademia per artisti. In quegli anni ho condotto diversi progetti strettamente legati all'ambiente e al paesaggio ma che incrociavano anche altri campi disciplinari. Grazie al confronto con artisti visuali, scrittori e musicisti, il mio approccio alla progettazione si è molto arricchito, accogliendo sempre di più uno sguardo allargato sull'ambiente naturale e urbano che portava al centro le persone e i loro modi di abitare e usare gli spazi. C'è qualche persona che ha ispirato o influenzato in modo particolare il tuo lavoro? Vorrei citare due nomi che hanno profondamente ispirato e influenzato il mio lavoro. Il primo è l'architetto Giancarlo De Carlo, che negli anni '60 e '70 del '900 ha teorizzato e sperimentato in architettura la partecipazione da parte degli abitanti e utenti alle diverse fasi della progettazione. Queste metodologie sono centrali nel lavoro di OrtiAlti e fondamentali per la nostra mission. Il secondo è Gilles Clément, scrittore, entomologo e paesaggista francese, che ha portato un approccio del tutto originale alla progettazione e cura dei giardini, con il concetto del "giardino in movimento", spazio in cui la natura non è assoggettata alle briglie di un progetto, di uno schema preconfezionato, ma dove l'architetto del paesaggio/giardiniere deve favorire e incoraggiare le trasformazioni che sconvolgono costantemente il disegno del giardino. Questo approccio è molto importante per i nostri OrtiAlti. Come è stato accolto il tuo lavoro? OrtiAlti ha avuto un successo enorme, davvero sorprendente. Già il primo orto Oursecretgarden era stato premiato come Innovazione Amica dell'Ambiente di Legambiente Italia nel 2010 e nel 2013 era stato premiato da un importante concorso di paesaggio austriaco. L'orto è stato da uubito aperto al quartiere e qui a San Salvario lo conoscono tutti. Con OrtiAlti la grande attenzione verso questo progetto è ulteriormente cresciuta, grazie soprattutto al premio We-Women For Expo che abbiamo vinto all'inizio del 2015. Tutta questa attenzione e successo ci conferma continuamente la "bontà" di questa idea e la sua capacità di andare dritto al cuore delle persone. Il progetto "OrtiAlti" ha già trovato applicazione pratica? OrtiAlti ha in corso due progetti: il primo è un orto sul tetto di Ozanam, una ex fonderia a Torino, oggi data in concessione a una cooperativa di lavoro che gestisce un ristorante e fa inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati. Con loro abbiamo progettato un ortoalto che produrrà vegetali da introdurre nella preparazione dei cibi del ristorante e diventerà luogo di aggregazione e di animazione di tutto il quartiere, un quartiere periferico di Torino dove sono scarsi gli spazi di questo tipo. Il secondo è l'ortoalto sul tetto di un nuovo centro commerciale che Carrefour sta realizzando a Nichelino, in provincia di Torino. E' stato per noi sorprendente che un soggetto come Carrefour accogliesse la nostra proposta e così questo ortoalto sarà il primo su un centro commerciale, verrà gestito dalle associazioni del territorio e avrà principalmente un obiettivo didattico, aprendosi alle scuole per wokshop e visite. Quali sono i tuoi prossimi obiettivi in campo lavorativo? L'ortoalto a Ozanam è per noi l'occasione di testare molti aspetti di OrtiAlti, non solo la progettazione e realizzazione ma anche la collaborazione con altre cooperative e imprese sociali, l'organizzazione di attività che facciano vivere questo spazio anche dopo la realizzazione, la coltivazione dei vegetali e il monitoraggio della quantità e qualità. I prossimi obiettivi sono dunque legati a questo progetto pilota che sarà completato a fine anno. Il momento più emozionante legato al tuo lavoro vissuto fino ad ora? L'anno che si sta concludendo è stato ricco di momenti per me emozionanti. Forse quello più significativo è stato l'invito come keynote speaker alla International Social Innovation Conference a Taiwan nel mese di agosto e l'incredibile viaggio che ho fatto in quel Paese, raccontando a centinaia di giovani startuppers la storia di OrtiAlti ed essendo accolta come mai mi era capitato. Cosa chiederesti a chi ci governa per tutelare davvero l'ambiente? In Italia non esistono reali policies per il verde pensile come invece ci sono in quasi tutti i Paesi europei e nordamericani. L'interesse è crescente ma l'assenza di politiche specifiche (ad eccezione del Trentino Alto Adige) rende questi interventi difficili e onerosi. In parallelo, grazie anche a Expo, i temi del cibo e delle città come luoghi di produzione sono sempre più diffusi e di grande attenzione. A chi ci governa chiederei di mettere a sistema queste due linee di azione in una strategia che favorisca il riuso delle superfici piani per diffondere pratiche di farm urbane. Quale sogno vorrebbe vedere realizzato? Vorrei vedere realizzato ciò che è stata la mia prima intuizione e da cui è nato OrtiAlti e cioè una rete alla scala di quartiere di tetti piani (bassi fabbricati dentro ai cortili, tetti di edifici industriali, tetti di supermercati...) coltivati a orto, gestiti da piccole comunità di abitanti o associazioni di quartiere, che producono e scambiano prodotti... E visto dall'alto questo quartiere sarà costellato da tante piccole superfici verdi che creano un nuovo sistema urbano capace di migliorare l'ambiente e portare la biodiversità nelle nostre case... sembra facile ma non lo è per niente. Eppure sono certa che tra qualche anno ci riusciremo. * * * I candidati al Premio Luisa Minazzi - Ambientalista dell’anno 2015 sono otto. Oltre ad Elena, Eric Barbizzi, Le mamme volanti, Alberto Grossi, Anna Marson, Dimitri Russo, Sergio Costa e il team di avvocati dei Beagle. Il Premio è promosso da Legambiente e dal mensile “La Nuova Ecologia” insieme al Comitato organizzatore di cui fanno parte diverse associazioni di Casale Monferrato. Il vincitore verrà scelto dal pubblico, ma il vero obiettivo è portare in evidenza le storie di quanti s’impegnano nella società civile, nel mondo dell’impresa e nella pubblica amministrazione a favore dell’ambiente, del prossimo e della legalità. I candidati sono proposti dalla Giuria preliminare, passati al vaglio del Comitato organizzatore e sottoposti al voto popolare. Il riconoscimento è puramente simbolico, consiste infatti in una targa e in un abbonamento a “La Nuova Ecologia”. La cerimonia di premiazione si terrà a dicembre a Casale Monferrato. Come votare Per l’edizione 2015 è possibile votare fino al 15 novembre via e-mail scrivendo all'indirizzo ambientalista2015@lanuovaecologia.it indicando il proprio nome, cognome, età e indirizzo più il nome del candidato prescelto.

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