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Stranieri "cattivi"? Lo 0.03%. Ma alimentano profondi sentimenti xenofobi

Alla fine del 2006 i nuclei familiari stranieri residenti nel circondario dell’Asl 21 erano 1411. A novembre del 2007 il numero è salito a 1889. Appartengono ad almeno dieci nazionalità le più numerose delle quali sono rumena, marocchina, albanese, ucraina, moldava. Va aggiunta la comunità cinese ma è la più isolata, racchiusa su se stessa e non richiede l’intervento dei servizi sociali. Questi dati sono forniti, infatti, dallo sportello per gli stranieri «Agenzia Famiglia» dell’Associazione «Alt 76» e li commenta la mediatrice culturale libanese Kassida Khairallah. Laureata in Affari Internazionali all’Università Americana di Beirut, una perfetta conoscenza oltre che dell’arabo, dell’inglese, del francese, dell’italiano e di alcuni dialetti africani tra cui l’ashanti del Gana, la Khairallah vive a Torino con il marito italiano e le figlie gemelle tredicenni. Da dieci anni, una volta alla settimana, è mediatrice all’Agenzia Famiglia di Via del Carmine, in attività dal ’97 e presieduta da Paolo Gotelli. Secondo l’esperta non c’è «un’unica condizione di stranieri ma stranieri diversi in condizioni diverse» ed essi non vanno quindi generalizzati ma considerati di volta in volta per la regione da cui provengono, per l’etnia e per il loro personale livello socioculturale. Il fortunatamente basso numero di residenti precari con situazioni economiche e abitative incerte non espone il casalese a frequenti casi di delinquenza. Il territorio ospita soprattutto famiglie fisse con lavori regolari nell’edilizia, nell’agricoltura, in piccole imprese e nell’assistenza domiciliare agli anziani. Si tratta però di occupazioni non qualificate per l’assenza del titolo di studio adeguato anche se non pochi fra gli stranieri sono in possesso di diploma o di laurea conseguiti al paese d’origine e non validi in Italia. Per la mediatrice occorre che gli enti pubblici dedichino maggiori risorse ed energie ai concittadini d’oltre confine. Prima di tutto con la realizzazione di progetti «al femminile», che puntino cioè al miglioramento della condizione della donna inserendola nel lavoro e nella società. E poi iniziative di accoglienza per i giovani, come attività di socializzazione e corsi di alfabetizzazione. I problemi più gravi per i ragazzi catapultati di colpo all’estero insorgono infatti proprio a causa dell’isolamento originato dall’ignoranza della lingua che può ispirare anche comportamenti aggressivi. Grande attenzione dovrebbe inoltre essere attribuita agli stranieri di seconda generazione con la valorizzazione delle diverse culture e l’inserimento nel lavoro di uomini e donne. Naturalmente occorre sinergia tra le varie Amministrazioni, il Comune, la Provincia, la Regione, le aziende e la scuola che può svolgere un ruolo fondamentale nell’ integrazione di bambini e adolescenti. Secondo la Khairalla, infatti, l’errore che più frequentemente viene commesso dai vari governi è non comprendere che le trasformazioni di tradizioni e modi di vita sono sempre uno choc e richiedono un processo lento e lungo. Gli stranieri vanno quindi assistiti e accompagnati nel cambiamento. Come? Le amministrazioni hanno il compito di attuare progetti in comune con i rappresentanti dei gruppi sociali arrivando anche a contrattazioni a tavolino. Il riferimento è soprattutto ai rom per i quali le città devono creare situazioni abitative adeguate alle loro tradizioni e cultura di «nomadi» con l’intento di controllarli e, riconoscendone i diritti, pretendere i doveri. Invece i rumeni, popolazioni diverse dai precedenti, sono aumentati perché, in previsione di diventare comunitari, hanno potuto entrare nel paese senza visto ma si tratta di cittadini che nelle attività scolastiche o lavorative producono bene e sono onesti. Purtroppo per motivi politici ed elettorali l’informazione ne esalta i «cattivi» che «con lo 0,03 per cento sono la minoranza delle minoranze» e comunque con gravi responsabilità nel favorire l’insorgenza di sentimenti xenofobi. I tantissimi stranieri «buoni» e i numerosi matrimoni misti riusciti, secondo la mediatrice, non finiscono mai sui giornali o in tv a fare notizia. Infine un immigrato non è più solo se stesso ma sempre la sua nazione. «Gli italiani ci caricano di una responsabilità non da poco», conclude Kassida Khairallah.

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Barbara Marini

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