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A Murisengo Monferrato
“Tartufo&Baratuciat”: la masterclass fa centro
A guidarla, il critico enogastronomico Paolo Massobrio
Sorprendente, divertente e interattiva. Così, la Masterclass “Tartufo&Baratuciat” proposta sabato 13 giugno, nell’ex chiesa di San Michele di Murisengo Monferrato, in occasione della Fiera Nazionale del Tartufo Nero Trifola nOiR.
A guidarla, il critico enogastronomico Paolo Massobrio in un dinamico e vivace dialogo con i produttori murisenghesi Enrico Druetto, Gabriele Calvo dell’Azienda Agricola Isabella e Piero Negro di Cascina Voglietti.
In degustazione sei etichette con uve Baratuciat: Monferrato Bianco 2022, Preja 2020 e Preja 2018 di Druetto, Sant’Eusebio 2024 e Arianna 2022 di Isabella e La Tina di Negro. Intervallo con il Gringolino del Monferrato Casalese doc Montecastello 2024 di Isabella e, dulcis in fundo, tre Slarine: Monferrato Rosso etichetta rossa 2020 ed etichetta nera (vendemmia tardiva) 2020 di Druetto e Latur 2017 di Voglietti. In abbinamento: battuta di Razza Piemontese e tartufo nero aestivum, lardo e frittelle verdi monferrine a cura de La Bottega della Carne.
Il Baratuciat, vitigno a bacca bianca che, originario della Val di Susa, era passato dall’essere tra i più diffusi, a fine Ottocento, al perdersi nel secolo scorso, nel Monferrato ci è arrivato, per caso, grazie a Massobrio e a Duretto. Nel 2008, Massobrio lo degustò per la prima volta e ne scrisse intervistando il valsusino Giorgio Falca.
L’articolo dedicato ai vitigni rari accese la curiosità del farmacista e appassionato di viticoltura Druetto, il quale, ne colse i potenziali e decise di farne una sperimentaizone tutta monferrina. Fu così che quest’ultimo si mise sulle tracce di Falca e, tre anni più tardi, nel Monferrato (a Cardona), spuntarono i primi grappoli di Baratuciat. Poi, nel 2012, una violentissima tempesta flagellò quelle giovani viti che, sorprendentemente, ricacciarono e gli consentirono la prima microvinificazione. Dal 2013 inizò così l’epopea del Baratuciat nel Monferrato, guadangando, man mano, terreno e trovando il suo epicentro di produzione lungo la Valcerrina, con Capitale proprio a Murisengo Monferrato/Cardona. Oggi, i produttori di Baratuciat della Val di Susa e dintorni sono una decina, mentre nel Monferrato se ne contano circa il doppio.
“Sono sempre più convinto che il Baratuciat sia un fenomeno rivoluzionario per il Monferrato, al pari, se non superiore, di quanto è avvenuto nel tortonese col Timorasso” ha detto Massobrio. “Ritengo sia anacronistico continuare a piantare nel Monferrato vitigni che non hanno un racconto, quando il Bartuciat, ormai, ha una storia. Su queste colline, il Baratuciat sorprende per la sua identità monferrina, a partire dalle note fruttate di pesca, proseguire con l’evoluzione del terziario e arrivare, nei campioni più invecchiati, agli idrocarburi, che ricordano certi Riesling, nonché la comune nota sapida. Questi Baratuciat esprimono il terreno e la forza del Monferrato, rispetto ad un’antica vocazione che si fonda su basi solidissime e merita di essere guardata con attenzione dai produttori. L’ascesa dei vini bianchi è acclarata e il Baratuciat, nel Monferrato, ha guadagnato un suo racconto”.
Così, ne è seguito il racconto di Druetto che, in quel di Cardona (Alfiano Natta) sperimenta la sua originaria intuizione e, di vendemmia in vendemmia, forte di preparazione, passione ed esperienza, affina il lavoro in vigna e in cantina, dando vita a dorati capolavori enoici. Complice, il suolo che, insieme al lavoro dell’uomo, al vitigno e all’esposizione, a seconda del clima e del meteo, regala ad ogni stagione “pezzi unici”, certamente di identità e riconoscibilità, ma mai perfettamente uguali e sempre sorprendentemente originali. Poi, le radici che, di anno in anno, penetrando sempre più nella profondità del suolo, intercettano i diversi strati geologici delle marne, mutando il prospetto olfattivo. Infine, quel sentor salino dato dall’iperbolica, indemolibile e sempre presente acidità sua propria. Poi, c’è l’oculista/vigneron Negro che il Baratuciat, coltivato nella vigna “del parroco”, ha scelto di fermentarlo in anfora, richiamando le antichissime pratiche georgiane, per poi svinarlo e rimetterlo a riposo nella stessa anfora, per un Baratuciat setoso e leggermente tannico. Infine Calvo, che tenendo le uve coperte dalle foglie, ne rallenta la colorazione per ottenere un vino meno immediato e più complesso, ricco di terziari che restano a lungo in bocca. Il tutto, per una dorata poesia enoica dal sapore monferrino.
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