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Congresso sull’omofobia: le polemiche non si placano. Gli interventi di Voci della Memoria e di Giorgio Razeto

Non si placa l’eco delle polemiche sollevate dal convegno del 22 settembre scorso all’auditorium San Filippo che aveva come tema la legge sull’omofobia. Molteplici infatti le prese di posizione da una parte e dall’altra che ci sono state inviate e alle quali il nostro giornale ha dato spazio. In queste pagine riportiamo altri interventi, tra cui quello dell’associazione “Voci della Memoria” e quello di uno dei relatori della serata, l’avv. Giorgio Razeto, in merito alle considerazioni dell’Ordine degli Psicologi pubblicate sul numero di venerdì 4 ottobre.

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Voci della Memoria Siamo consci del fatto che, per dovere di ospitalità che il vostro giornale non fa (quasi) mai mancare a tutte le opinioni che vi vengono inviate, a distanza di quasi due settimane dall’accaduto si possa ancora tornare sulla serata del San Filippo del 22 settembre scorso, siamo però fermamente convinti che non si può tacere di fronte a inesattezze che mettono in cattiva luce tantissimi cittadini casalesi e che sono giunte fino in Parlamento, dove una versione distorta dell’accaduto è diventata materia di un’interrogazione da parte di tre parlamentari (peraltro non presenti quella sera a Casale) al Ministro dell’Interno con relativa risposta, ma siamo convinti che la nostra dignità di cittadini prima ancora che di casalesi e l’amore per la verità, vengano prima di valutazioni d’opportunismo che avremmo potuto fare tacendo a fronte delle affermazioni degli organizzatori della serata del 22 settembre, prima, durante e dopo la stessa. Come si sono svolti i fatti E allora diamo conto dei fatti, così come si sono effettivamente svolti. Alcuni cittadini hanno semplicemente iniziato a veicolare sui social network la notizia dell’incontro pubblico che si sarebbe tenuto al San Filippo domenica 22 settembre circa una settimana prima dello svolgimento dello stesso, senza che però per tutta la settimana precedente sia girata una sola locandina o sia stato fatto un solo appello: tutto verificabile. Come Voci della Memoria, da sempre attenti ai temi dei diritti civili, abbiamo espresso la nostra vicinanza e ci siamo offerti di partecipare con una nostra rappresentanza. Così, quando la mattina di sabato 21 settembre abbiamo saputo che sarebbero giunti a Casale da Torino due esponenti di Arcigay Torino e tre di Arcigay Vercelli per distribuire alcuni volantini da loro creati per l’occasione, abbiamo ritenuto doveroso mandare immediatamente un nostro volontario al Commissariato di Polizia di Casale ad informare del tutto, munito di una copia del volantino che avevamo ricevuto via mail e dell’assenso di un Parlamentare della Repubblica Italiana (di Casale Monferrato) che aveva annunciato avrebbe partecipato all’iniziativa. Dopo aver lasciato volantino e riferimenti telefonici per essere rintracciati in qualsiasi momento, siamo stati invitati a ritornare il giorno successivo, la mattina di domenica 22 settembre, cosa che si è fatta incontrando il vice commissario della Polizia di Casale, che si è dimostrato persona professionale, attenta e disponibile ad ascoltare come era maturata la decisione e ad accogliere il nostro invito a inviare qualcuno per precauzione, anche se eravamo sicuri che non ci sarebbero stati atti di violenza (come d’altronde è stato, con buona pace di parlamentari non sufficientemente informati): anche questo è tutto verificabile. La gente intervenuta Alle 21 di domenica 22 settembre quello che fino a poche ore prima si sarebbe potuto sperare, ma decisamente difficile preventivare, è che una sessantina di persone, giornalisti compresi, entrano al San Filippo per ascoltare, ma sono circa novanta quelle fuori che silenziosamente (tranne che per l’arrivo del sindaco di Casale che per l’ennesima volta si dimostra non “di tutti” i cittadini) presenziano: due esponenti di Arcigay Torino, tre di Arcigay Vercelli, quattro ragazze del collettivo femminista Altereva, alcuni dell’Associazione LGTB Tessere le Identità di Alessandria; vogliamo dire, abbondando, che una ventina di persone erano giunte da fuori Casale, mentre circa settanta persone erano di Casale Monferrato, e fra loro impiegati, pensionati, insegnanti, operai, studenti, militanti di partiti cittadini, mamme con bambini, disoccupati, tutti presenti ma che sono stati inspiegabilmente “cancellati” dall’informazione e dagli organizzatori nei loro comunicati. Certo, fra questi c’erano anche alcuni omosessuali, ma qualcuno vuol forse dirci che non sono cittadini tanto e quanto gli altri? Speriamo proprio di no, ma viste le discutibili “opinioni” ascoltate e lette nelle ultime due settimane, la domanda sorge spontanea. Verso le 21,15 di quella domenica, atteso che quello che si stava svolgendo al San Filippo era pur sempre un incontro pubblico (e non la riunione di un circolo privato), la stragrande maggioranza delle persone fuori decideva di entrare, sedersi ed ascoltare i contenuti dell’incontro pubblico, altre invece tornavano a casa. In questo stesso momento veniva comunicato al rappresentante di Polizia presente fuori dal San Filippo l’intervenuto scioglimento del presidio con volantinaggio che era stato debitamente annunciato (anche questo è tutto verificabile con foto, riprese e una quantità innumerevole di testimonianze). Cosa avvenne all’interno E andiamo all’interno, tralasciando la parte del comunicato delle associazioni organizzatrici riguardante Massimo Battaglio (che auspichiamo si vorrà tutelare in sede legale e al quale, nel caso, garantiremo il nostro appoggio), è stato un crescendo di tensione verbale dettato dalle gravi affermazioni dei relatori che hanno generato alcuni interventi di singole persone presenti in platea che, indignate ed offese da talune affermazioni (quali, ad esempio: “non esiste l’omofobia”, “l’omosessualità favorisce la cultura degli uteri in affitto”, oltre all’odioso ed infondato accostamento fra omosessualità e pedofilia e altre perle simili che solo a riportarle inorridiamo), le contestavano. Crediamo che il passaggio che dimostra incontrovertibilmente la maturità dell’indignazione degli intervenuti, sia stato quando un cittadino casalese si è alzato e si è rivolto ai relatori, quasi fosse un’invocazione laica dettata dalla disperazione e dallo sconforto per le parole ascoltate: «smettetela, smettetela di provocare, sono persone come noi!». Ciò va evidenziato anche per far capire che il messaggio che giungeva dai relatori non era propriamente di (citiamo dal comunicato degli organizzatori) «rispetto, compassione e delicatezza, senza alcun marchio di ingiusta discriminazione» nei confronti della comunità LGTB. Le violenze dei manifestanti Quanto invece alle asserite “violenze” dei “manifestanti”, che hanno spinto gli organizzatori dell’incontro ad interpellare il Ministero dell’Interno, ecco che cosa è accaduto. Prima “violenza”: Selena, cittadina casalese, di sua iniziativa sfila sul palco silenziosamente concludendo con un inchino. Seconda “violenza”: un’attivista di Altereva silenziosamente si pone dietro i due relatori, che avevano già argomentato ampiamente le loro posizioni e si avviavano alle conclusioni, tenendo in mano un cartello contro l’omofobia. Terza “violenza”: spontaneamente, altre tre ragazze salgono sul palco alle spalle dei relatori e poi, altrettanto spontaneamente, parte del pubblico in platea fa lo stesso, salendo alla sinistra dei relatori per affermare la propria solidarietà ai “manifestanti”. Al termine dell’incontro, alcuni dei presenti fra il pubblico si avvicinavano sul palco per chiedere delucidazioni ai due relatori senza tuttavia ottenere alcuna risposta (ci sono le testimonianze degli interessati al riguardo). Alla luce di questi fatti, perché tali sono, e ripensando a ciò che “Il Monferrato” ha pubblicato nelle settimane passate, ci e vi domandiamo: quali sono state le “violenze”? Se la “violenza” del pubblico intervenuto viene giudicata verbale nel dissentire anche animatamente, perché viene invece definita opinione quella che la maggior parte del pubblico ha percepito invece come violenza ed intolleranza da parte dei relatori? Perché alcuni parlamentari della Repubblica non presenti all’incontro hanno formulato un’interrogazione parlando a sproposito di “violenza nei confronti di persone”? Perché viene affermato falsamente che non è stata data comunicazione alle Autorità di ciò che sarebbe avvenuto fuori dal San Filippo? Perché, se non è quello il problema, singoli cittadini dovrebbero comunicare la loro presenza a un incontro pubblico e aperto a tutti? Perché diversi giornali d’area come “La Bussola” e “Tempi” di Luigi Amicone hanno immediatamente sposato la tesi degli organizzatori ed indicato come “violenti” gli intervenuti? Chi o cosa ha originato tutto ciò? Visto che fra gli organizzatori figuravano la Pastorale Sociale del Lavoro di Casale Monferrato presieduta da don Cabrino, Comunione e Liberazione, Movimento per la Vita e Alleanza Cattolica, cosa pensa di tutto ciò il vescovo di Casale? Cosa ne pensano i cattolici casalesi che non erano presenti (peraltro fra coloro che dissentivano c’erano molti cattolici, che non si sentono assolutamente rappresentati dalle posizioni di chi ha organizzato tutto ciò), per loro l’omofobia non esiste? Cosa ne penserà il Pontefice Francesco, al quale indirizzeremo copia della presente, del silenzio assordante della Curia casalese in ordine ai fatti accaduti, a come sono stati raccontati, a come siano stati nelle settimane successive strumentalizzati dalle associazioni che hanno organizzato l’incontro del 22 settembre scorso e poi diffuso comunicati a nostro giudizio errati ed inesatti? Aspettiamo risposte, perché non si può tacere a fronte di quello che è stato artatamente prospettato dagli organizzatori del suddetto incontro rispetto a ciò che è poi realmente accaduto: c’è un dovere di verità, soprattutto nell’informazione, che deve essere chiaramente affermato, tenendosi lontani da colpevoli (anche se probabilmente comodi) silenzi.

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L’avv. Giorgio Razeto Le precisazioni “a carattere prettamente scientifico” dell’Ordine degli Psicologi del Piemonte, sono in realtà ispirate all’ideologia gender. Quest’ultima sostiene, tra l’altro, che spetta a ciascuno, liberamente, stabilire il proprio orientamento sessuale. Da qui la conclusione che l’omosessualità costituisca una “variante” del comportamento umano/animale e come tale non possa essere considerata un disturbo. È precisamente per l’influsso di un tale modo di ragionare che l’omosessualità non compare più nel DSM (Diagnostic and Statistic Manuale) dal 1973 o nell’ICD (International Classification of Disease dell’OMS) dal 1991. Ciò, tuttavia, non dimostra nulla, in quanto il depennamento non è stato frutto di un accertamento scientifico ma di un’operazione ideologica (cfr. Tony Anatrella, La teoria del “gender” e l’origine dell’omosessualità, San Paolo, Milano, 2012, pag. 127 e segg.). Sarebbe magnifico fare scomparire disturbi o malattie dai manuali diagnostici con un tratto di penna, ma non funziona e, sicuramente, non è scientifico. Ciò premesso, affermare che l’omosessualità costituisce una variante del comportamento umano/animale vorrebbe comunicare l’idea che tale orientamento sia “naturale”, ma così non è. L’omosessualità non corrisponde al natural design La popolazione omosessuale è circa l’1.5 - 2 %. In Inghilterra, secondo la ricerca dell’Office of National Statistics gli omosessuali sono 545 mila (1,1%) e i bisessuali 220 mila (0,4%) (cfr. Tempi.it del 4 ottobre 2013; http://www.tempi.it/sei-milioni-di-omosessuali-in-inghilterra-no-sono-545-mila-e-cameron-si-pente-del-matrimonio-gay-tremendo-errore#.Uk-4zlC-2dk). I numeri dicono, quindi, che statisticamente l’omosessualità non è “normale” nel senso che non è un fenomeno diffuso. Oltre a questo, l’omosessualità non corrisponde al “natural design”. Quando guardiamo il corpo umano, quando guardiamo la funzione del corpo umano, l’omosessualità è un sintomo di qualche disordine. La normalità è ciò che adempie ad una funzione in conformità al proprio design; questo è il concetto di natura - e in questo senso l’omosessualità non può essere normale, perché l’anatomia di due uomini, i corpi di due uomini, o due donne, non sono compatibili (Omosessualità & normalità:Colloquio con Joseph Nicolosi, a cura di Roberto Marchesini, “Studi Cattolici” n. 525, novembre 2004, pp. 830 - 832). Nessuna prova neuroscientifica Non possediamo, inoltre, alcuna prova neuroscientifica, né genetica, che possa sostenere in modo credibile e scientifico la pretesa che l’omosessualità sia uno stato naturale dell’essere umano, al contrario, esistono numerosi studi condotti sull’argomento e vi sono abbontanti evidenze empiriche che negano l’esistenza di basi genetiche e neurologiche causali responsabili dell’omosessualità. Gli studi di Simon LeVay sul dimorfismo sessuale dei nuclei ipotalamici anteriori, causa dei diversi orientamenti sessuali, sono stati confutati (cfr. D. F. Swaab, M. A. Hofman, Sexual differentiation of the human hypothalamus in relation to gender and sexual orientation, «Trends Neuroscience» 18, 1995, pp. 264-270). Lo stesso vale per il lavoro di Dean H. Hamer, genetista dell’IstItuto Nazionale del Cancro negli Stati Uniti, che affermò di aver trovato un gene localizzato sul cromosoma X, che avrebbe potuto essere il responsabile dell’omosessualità (cfr. Rice G, Anderson C, Risch N, Ebers G., Male Homosexuality: Absence of Linkage to Microsatellite Markers at Xq28, «Science» 23, 1999, pp. 665-667; ma anche W. Byne, B. Parsons, Human sexual orientation, «Arch Gen Psychiatry» 50, 1993, pp. 228-239). Genetica e omosessualità Gli studi sui gemelli omozigoti, che hanno lo stesso codice genetico, demoliscono la prova “genetica” dell’omosessualità; infatti, se questa fosse causata da fattori genetici e uno dei due gemelli fosse gay, anche l’altro dovrebbe esserlo. Ma gli studi scientifici rivelano che le cose vanno diversamente: le probabilità variano dal 52% nello studio di J. Michael Bailey, Richard C. Pillard, A genetic study of male sexual orientation, in Archives of General Psychiatry, n. 48, dicembre 1991, pp. 1089-1096; al7,7% per i gemelli maschi e 5,3% per i gemelli femmine nello studio di Peter S. Bearman, Institute for Social and Economic Research and PolicyColumbia University, conHannah Brückner, Department of SociologyYale University, October 2001, ISERP WORKING PAPER 01-04. Nessuna persona, dunque, nasce omosessuale e l’omosessualità quindi non costituisce una “variante” naturale del comportamento umano. Ometto il riferimento al comportamento animale perché nonostante l’animalismo imperante, uomo e animale non sono realtà omogenee. In altre parole, non si può considerare naturale un comportamento solo perché lo fanno anche le bestie le quali, peraltro, sono capaci di atti di inaudita ferocia o comunque non umanamente accettabili. Omosessualità sintomo di un qualche disordine Escludere che l’omosessualità costituisca il sintomo di un problema o disordine di qualche tipo significa disconoscere l’importanza di studiosi del calibro di Sigmund Freud, Alfred Adler, Jacques Lacan, Irving Bieber e tanti altri. Non solo. Indipendentemente dalle questioni teoriche, la realtà dimostra che i disturbi psichiatrici sono prevalenti nella popolazione omosessuale(http://www.lanuovabq.it/it/articoli-suicidi-dei-gay-lomofobia-non-centra-7283.htm). Il tasso di suicidi tra le persone con tendenze omosessuali, ad esempio, è più alto rispetto a quello della popolazione generale e questo anche in paesi, come la Danimarca, che non possono essere ritenuti “omofobi” (ROBIN M. MATHY, SUSAN D. COCHRAN, JORN OLSEN, VICKIE M. MAYS, The association between relationship markers of sexual orientation and suicide: Denmark, 1990-2001, in “Social Psychiatry and Psychiatric Epidemiology”, 24 dicembre 2009; MORTEN FRISCH, JACOB SIMONSEN, Marriage, cohabitation and mortality in Denmark: national cohort study of 6,5 million persons followed for up to three decades (1982 – 2011), in International Journal of Epidemiology, vol. 42, n. 2, pp. 559 - 578). Ciò significa che la sofferenza di queste persone è riconducibile a cause endogene (cioè è legato in qualche modo alla tendenza omosessuale stessa) e non a cause esogene come l’omofobia sociale. Pedofilia e ideologia gender L’ideologia gender afferma che l’uomo è esclusivamente un prodotto della cultura e che pertanto l’uomo ha diritto di autodeterminarsi liberamente in tema di orientamento sessuale e di esercizio della sessualità. Dobbiamo seriamente domandarci, tuttavia, esaminando le conseguenze di tale tesi, se tale impostazione sia ragionevole. Infatti, se l’orientamento sessuale e il conseguente esercizio della sessualità sono il portato di una libera scelta, comunque ammissibile, è inevitabile che tutte le condotte dei soggetti (incesto, poligamia, atti omosessuali, pedofilia, etc.), siano accettabili o comunque non vadano giudicate e non possano essere considerate un disturbo o malattia, salvo che non creino problema alla persona (siano egodistoniche). Ecco perché oggi lapedofilia, nel DSM-V, il manuale diagnostico e statistico di disturbi mentali dell’APA (dall’American Psychiatric Association), la stessa che cancellò l’omosessualità dal DSM nel 1973, è ritenuta una malattia solo nel caso in cui provochi “disagio” (distress) al soggetto ovvero provochi danno o disagio alle altre persone coinvolte non consenzienti o incapaci di esprimere un consenso legalmente valido e qui, va ricordato, si tratta di bambini/e (http://www.dsm5.org/Documents/Paraphilic%20Disorders%20Fact%20Sheet.pdf). La pedofilia, dunque, non è un problema specifico dell’omosessualità, anche se numerosi studi indicano una correlazione tra omosessualità e pedofilia (http://it.cathopedia.org/wiki/Pedofilia#cite_ref-46). È un problema di relativismo, collegato all’ideologia gender. Terapie riparative L’omosessualità può essere modificata (http://www.lanuovabq.it/mobile/articoli-omofobia-psicologi-costretti-al-silenzio-7155.htm): lo dimostrano studi scientifici come quello di Spitzer (Archives of Sexual Behavior, October 2003, Volume 32, Issue 5, pp 403-417, Can Some Gay Men and Lesbians Change Their Sexual Orientation? 200 Participants Reporting a Change from Homosexual to Heterosexual Orientation,Robert L. Spitzer), lo psichiatra che nel 1973 si è assunto la responsabilità di depennare l’omosessualità (egodistonica) dal DSM, il manuale diagnostico dell’American Psychiatic Association; lo certifica il testoEx-Gays?: A Longitudinal Study of Religiously Mediated Change in Sexual Orientation Paperbackby Stanton L. Jones (Author) , Mark A. Yarhouse (Author), Inter-Varsity Press / 2007 / Paperback;lo conferma l’analisi di Karten (2003); Jones e Yarhouse (2007); lo dichiarano persino gli italiani Dettore e Lambiase (2011). Tutto questo senza considerare il lavoro clinico di Joseph Nicolosi, cofondatore e direttore dell’Associazione Nazionale per la Ricerca e la Terapia dell’Omosessualità (NARTH), e dello psichiatra olandeseGerard J. M. van den Aardweg. In conclusione, affermare che «la concezione di terapie riparative non ha evidenza scientifica» appare poco prudente se non addirittura avventato. Non risponde al vero che gli psicologi, secondo il Codice Deontologico, non possono prestarsi ad alcuna “terapia riparativa”. Al contrario, è proprio il Codice Deontologico degli psicologi che, nell’articolo 4, prescrive: «Nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori». Il «diritto all’autodeterminazione e all’autonomia del paziente», evidentemente, non si concilia con il rifiuto di terapie che accolgano il bisogno di chi esprima la volontà di modificare il proprio orientamento sessuale. Se una persona credente con tendenze omosessuali si rivolge ad un terapeuta perché queste gli causano disagio, lo psicologo non può derogare al rispetto di «opinioni e credenze». Che cosa è l’omofobia Il termine omofobia da un lato è ambiguo, dall’altro è fortemente valutativo. È ambiguo in quanto riguarda sia condizioni che possono dirsi disturbate, come la paura dell’omosessualità o di scoprirsi o divenire omosessuale, sia situazioni del tutto diverse, di semplice critica nei confronti dell’omosessualità (non della persona omosessuale). L’ambiguità del termine è riscontrabile consultando un semplice dizionario. Se cerchiamo nel vocabolario (es.: http://www.garzantilinguistica.it/) troviamo: - omofobìa s. f. [comp. di omo(sessuale) e -fobia]. – Avversione ossessiva per gli omosessuali e l’omosessualità. Nella voce Omofobia del Dizionario di Medicina (2010) ( http://www.treccani.it/enciclopedia/omofobia_(Dizionario-di-Medicina)/), troviamo: Paura dell’omosessualità, sia come timore ossessivo di essere o di scoprirsi omosessuale, sia come atteggiamento di condanna dell’omosessualità. Nel secondo significato, come critica all’omosessualità, il termine “omofobia” è fortemente valutativo in quanto esprime un giudizio a priori negativo su chiunque, a prescindere dalle motivazioni, religiose, filosofiche, etiche, fondate o meno, esprima un giudizio critico sull’omosessualità. E ciò è estremamente pericoloso sotto il profilo della libertà di opinione e della libertà religiosa, soprattutto una volta approvata una legge sull’omofobia. Valore “educativo” della legge Infine, non si può dimenticare il valore “educativo” della legge. L’approvazione di leggi che in adesione alla teoria gender distorcono la realtà,considerano l’orientamento omosessuale una semplice “variante” del comportamento umano, tendono all’equiparazione della famiglia naturale alle unioni omosessuali, aprendo in futuro alla possibilità della fecondazione artificiale, all’utero in affitto, contribuiscono senza dubbio non solo alla crisi della famiglia naturale ma ad una devastante rivoluzione antropologica.

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Barbara Marini

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