La testimonianza di una volontaria casalese in Palestina - Il conflitto Palestinesi - Israeliani e l'aspirazione alla pace
(l.a.) - E’ tornata a fare servizio in un’area calda come la Palestina una volontaria monferrina che qui chiameremo col soprannome che si è guadagnata sul campo: “JuGiù”, è un vezzeggiativo ispirato alla sua modalità dolce di porsi...
Fa servizio sulle ambulanze dalla centrale operativa di Hebron in particolare con l’Emergengy care staff del PRCS (Palestinian Red Crescent Society).
Spiega la nostra volontaria. "In Palestina desideravo vivamente tornare e stare anche un poco con la gente di Al Tuwani (West Bank, a sud est di Yalta, distretto di Hebron, ndr) con cui avevo vissuto più di un anno con Operazione Colomba (Corpo non violento di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII., ndr.)".
Ufficiosamente è sul campo anche per conto dell’Universita’ di Torino (sezione di Asti), per fare la tesi in Infermieristica (seconda laurea) in area critica in West Bank appunto (Palestina, zona di conflitto).
Confessa: “Insomma sono free lance ‘volunteer’, se così si può dire... Anche se prima di tornare ho contattato gli amici per chiedere se per loro andava bene”.
-Riassumiamo alcune testimonianze di 'JuGiù' giunteci in e-mail:
"Dai pdf de ‘ Monferrato’ appena ricevuti vedo che tutto procede piu’ o meno uguale (le abbiamo spedito alcune prime pagine in e mail, ndr.).
Sembra un altro mondo, Eppure non e’ cosi’ lontano da qui. Solo tre ore di aereo,
ma quanta distanza nelle vite delle persone...
A TUWANI
A Tuwani dove sono stata per cadodanno e per il mio compleanno...
Di notte alle 11,30 pm circa sono
arrivati un furgone ed un hammer di soldati israeliani.... Hanno svegliato e
spaventato tutti.... Sono entrati in cinque case, alcuni presentandosi a volto
coperto, e consegnato un avviso di convocazione alla DCO di Kiriat Arba
(colonia Israeliana poco fuori da Hebron)....
GERUSALEMME MEMORIALE DELL’OLOCAUSTO- UN CARICO DI RESPONSABILITA’
La visita ieri a Yad Vashem (a Gerusalemme, sulla cima di Har Hazikaron, è il memoriale ufficiale di Israele delle vittime ebree dell’olocausto, ndr.) forse non e’ stata una grande idea, anche se ci tenevo molto a tornare.
Il Memoriale dell’Olocausto, rispetto alla volta precedente due anni fa, è stato ammodernato, con infiniti schermi e video-testimonianze, credo per rendere se possibile ancora più reale, una tragedia come la Shoà che non sembra possibile sia potuta accadere. Eppure è cosi’. Entri nel Memoriale come fosse una visita all’Inferno.
Sono uscita’ sentendo un carico di responsabilità ed oppressione fortissimo. Oltre a me allo Yad Vashem c’erano tanti gruppi di soldati Israeliani e studenti.
La parte pero’ che mi ha colpito di piu’ e’ il Memorial dei Bambini. E’ situato in un’area separata dal resto del Museo, in un altro edificio.
Giusto il tempo per riprendere il fiato e poi ci si immerge in un’altra oscurità piu’
profonda. Si entra nel Memorial dei Bambini per un corridoio assolutamente
buio, si fatica a seguire il percorso, finche’ non si giunge in una stanza in
cui si e’ soppraffatti da migliaia di luci di candele, flebili, ovunque.
E in quest’ oscurità interrotta da tante piccole stelle una voce inizia a
parlare, sono i nomi, di tanti bambini e per ogni nome un’eta’.
Esci dal Museo con tutt’altri pensieri che quelli di Pace, con cui cerco di operare qui.
Ma allora mi chiedo, a cosa serve questo tipo di memoria se lascia nelle persone
un senso di rivalsa e di inquietudine, un vuoto che si riempie di rabbia? Non
lo so’.
Esci e ti trovi in mezzo ad una riserva d’alberi immensa, la città e’
lontana, c’e’ molto silenzio. L’unica cosa che si puo’ fare dopo Yad Vashem e’
stare in silenzio.
I GIUSTI DI CASALE
Percorro per un tratto il sentiero dei Giusti. L’unica vera Luce di speranza nel memoriale, l’unica via d’uscita dalla frustrazione. E allora ricordo che ci sono anche i Giusti, anche a Casale ho sentito parlare di persone che si sono distinte durante le atrocità della guerra, per aver capito oltre la violenza e la paura, qual’era il sentiero da percorrere.
Alcune piante sono piccole, giovani, fragili, eppure contano.
Mi dico che non puo’ vincere il male. Non ha vinto, nonostante tutto. Spero sia davvero così.
Ma non posso fare a meno di chiedermi chi paga per tutto questo odio e
oppressione che si respira per ciò che è stato.
HEBRON-OSPITALI
Sono poi tornata ad Hebron dove la signora palestinese che mi ospita, mi ha
portato in visita dalla sua famiglia. Tutti talmente gentili ed ospitali che
finalmente ho sentito tornare un po’ di serenità.
Oggi ho fatto servizio tutto
il giorno in ambulanza. Anche qui tutti gentili. Si preoccupano di farmi
sentire in famiglia e si offendono se per caso non ho fame e non accetto
l’invito a mangiare qualcosa con loro.
Oggi tra l’altro mi hanno anche chiesto scusa, perche’ per pranzo l’unica cosa che hanno trovato era del fegato e delle frattaglie. Ma il pane caldo e il pomodoro era già più di quanto avessi avuto bisogno.
Riguardo al servizio in ambulanza che in tutta la citta’ di Hebron c’e’ solo una ambulanza operativa e non ha neanche il
defibrillatore. Oggi ci hanno chiamato per un paziente che stava male. Non
siamo arrivati in tempo purtroppo. E’ morto prima.
I soccorritori della Mezzaluna Rossa (Al Elal Acmar, in arabo) Palestinesi con
cui faccio servizio, dicono che capita spesso purtroppo.
Poi ci hanno chiamato per una persona con trauma facciale e per un pelo, grazie alle strade sgangherate di questo Paese povero e alla guida d’emergenza (molto 'personale'), per poco non ci lascio quel poco di pasto che avevo mangiato. Sarebbe stata la prima volta...
Spero di non dover essere mai “paziente” qui, perche’ il personale è si
molto preparato, ma le condizioni di lavoro sono davvero difficili. Per due
pazienti che necessitavano di cure in un ospedale più attrezzato di Gerusalemme, si e’ dovuto organizzare il rendez-vous al check-point e trasportare il paziente dall’ambulanza di Hebron a quella di Gerusalemme, perchè ai mezzi e al personale Palestinese non e’ consentito oltrepassare il confine con Israele.
Spesso anche per mediare il trasporto con le autorità Israeliane e’ necessario l’intervento della Croce Rossa Internazionale.
C’e’ pero’ un dialogo tra soccorritori Palestinesi ed Israeliani, anche se mediato.
Questa e’ l’unica nota positiva che posso evidenziare per ora.
No anzi, un’altra nota positiva e’ che in team tra i soccorritori stavolta
c’e’ anche una ragazza. Un bel passo avanti. Due anni fa non c’erano donne tra
i soccorrittori di Hebron. Mi hanno programmato molti turni con lei e sono
contenta.
VIVERE IN PACE-CITAZIONE CASALESE
L’unica citazione casalese che mi sovviene ora è una frase che diceva
spesso mia nonna Maria e che ora mi ripete lo zio Carlo, entrambi monferrini,
cioe’ “Tutto il Mondo e’ Paese”.
Forse e’ vero. Qui la vita va avanti, nonostante il conflitto. La gente cerca
di andare avanti, di vivere, nonostante tutto. Cosi’ oggi un soccorritore mi ha
fatto conoscere la futura sposa, e mi hanno parlato del loro progetto di fare
una famiglia con tanti bambini, come si usa qui.
Non siamo poi cosi’ lontani. I sogni ed i bisogni delle persone sono più o
meno gli stessi. E se capisco quando un soldato Israeliano mi dice che il suo
interesse piu’ grande e’ proteggere Israele e così la sua famiglia, e che alla
fine del servizio militare desidera fare l’università, ancora di più mi è
chiaro che la maggior parte dei Palestinesi che ho conosciuto, desidera “solo”
vivere in PACE.
Non E’ solo forse per me una questione di comune sentire, di vicinanza , di solidarieta’, ma di VITA, di sopravvivenza.
Ho spesso la sensazione che Israeliani e Palestinesi vogliano la stessa
cosa.
In questo conflitto però i Palestinesi stanno pagando il prezzo piu’ alto,
sia in termini di vita che di vera e propria sopravvivenza.
Mi chiedo allora cosa ha insegnato la Shoa’?
Un detto palestinese dice “Il frutto della Pace e’ appeso all’albero del
silenzio”.
Forse e’ l’unica cosa che ha un senso nella mia mail.
Per ora accenno solo che qui ad Hebron le ambulanze palestinesi a causa dell’occupazione subiscono troppo spesso ritardi di 20 e 30’.....un tempo
lungo che spesso decide tra la vita e la morte...
SOLDATI
Andando nell’appartamento dei CPT, dove ero ospite per dormire, un
soldato israeliano davanti ai miei occhi ha preso dalla strada in malo modo un
ragazzino di 10 anni e lo ha trascinato dentro a BEIT ROMANO (e’ il nome di una
delle quattro colonie di Hebron, e’ stata costruita dove sorgeva una scuola
palestinese. Ora c’e’ una scuola del Talmud ebraica e una base militare
dell’IDF forze di difesa israeliane), intorno alla Old City di Hebron.
C’e’ voluta un’ora per farlo rilasciare.
Ad osservare c’erano anche i TIPH
(Temporary International Presence in the City of Hebron, missione di pace composta
da militari di sei paesi tra cui l’Italia).
Con il soldato israeliano abbiamo parlato di molte cose, tra cui gli ho chiesto che cosa avrebbe fatto se qualcuno avesse trattato cosi’ un suo fratellino.
Lui ha risposto che lo avrebbe ucciso. Un controsenso per me. Pero’ giustificava il
suo gesto dicendo che il ragazzino palestinese aveva dato fastidio a lui e agli
altri soldati.
Quando gli ho risposto che era poco piu’ che un bambino, e come tale andava considerato. Lui ha risposto che ora era un ragazzino, ma poi chissa’ cosa sarebbe diventato.... E che l’Italia e’ molto diversa, mi ha detto.
Io cerco di capire ma forse ha ragione chi sostiene che si rischia di diventare
pazzi, se si cerca di andare troppo a fondo nelle cose che non vanno. Non so’
se sia vero.
Quando il ragazzino e’ stato rilasciato e io mi sono allontanata un attimo
per parlare con i TIPH, il soldato israeliano mi ha chiamato indientro.
Pensavo volesse il passaporto per i soliti controlli, invece voleva parlare ancora,
per chiarire il comportamento di cui sono stata testimone. Cercava di
giustificarsi...... Forse involontariamente, nelle mie parole c’era un giudizio, che non avrei voluto ci fosse. Ma anche se questa e’ la quotidianità del conflitto israelo-palestinese, dove tutto e’ un alternarsi di offesa-difesa- offesa, non mi abituo.
Quando ci siamo salutati, il giovane soldato israeliano mi ha detto che penserà a suo fratello minore, quando avrà ancora a che fare con i ragazzini palestinesi.
Io cerchero’ di restare neutrale verso
le parti, ma non verso le ingiustizie, come insegnano al training di 'Operazione
Colomba'.
UN CARABINIERE DI CASALE
A confermare che il Mondo è piccolo, ne ho avuto l’ennesima riprova ...
Tra i TIPH c’era un carabiniere che ha fatto servizio a Casale Monferrato.. anche se solo per un mese....
Mi ha detto, “Ricorda che quel soldato e’ solo un ragazzo con in mano un fucile”......A essere sincera, è proprio questo che mi preoccupa....
Ora sono a Ramallah.... ma domani o dopodomani riprendo servizio in
ambulanza.
ULTIME Sono appena rientrata da un servizio in ambulanza. Confermo che qui la guida in emergenza e’ davvero “critica”. Ad ogni curva se mi
distraggo, volo.
Lascio con una frase attribuita a M.King, ma bella al di la’ di chi l’ha
scritta.
“anche se sapessi che domani finisse il mondo,
pianterei oggi il mio albero d’ulivo”