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  • 26 luglio 2023
  • Casale Monferrato

Razza, etnia, cultura e le idee complottiste vecchie di cento anni

Razza, Etnia, Cultura: sempre più spesso qualche politico tira fuori queste parole senza definirle, e quindi quasi sempre a sproposito. Un vero performer è il ministro Lollobrigida, prima per paventare il pericolo della “sostituzione etnica” degli italiani (e degli europei) da parte di africani e asiatici: idea razzista e complottista vecchia di cento anni e abbondantemente smentita. Poi, fattagli notare la sua ignoranza, passa a difendere l’etnia (la cultura) italiana, come beni messi in pericolo sempre dagli stranieri.

Ma come stanno le cose? Qualche precisazione per definire di che cosa stiamo parlando.

Parto dalla definizione dei due concetti fondamentali di Nazione e di Popolo.

La Nazione Intesa in senso moderno nasce con la rivoluzione francese: sono una Nazione i francesi che professano i diritti dell’uomo e si battono per essi. Cioèappartenere ad una nazione non e’ questione di discendenza, ma di adesione ad una volonta’ comune. Il concetto viene ribadito da Renan che sostiene che la nazione e’ un “plebiscito quotidiano”, cioè il frutto della volontà, nata dal passato, di rinnovare ogni giorno il patto di fratellanza da parte di tutti i cittadini. 

Più ambiguo il concetto di popolo, talvolta usato per sostenere concezioni che si richiamano al “sangue e suolo”. Mazzini da parte sua invece sostiene che il popolo, nel quale Dio rivela la sua potenza, deve essere educato per realizzare la sua missione di liberta’ e di progresso: “Quando il popolo si desta / Dio combatte alla sua testa / la sua Folgore gli da’” (Mazzini-Mameli).

Le idee di Nazione e Popolo vanno depurate da ogni influenza razzialista e di chiusura verso gli altri gruppi umani. Entrambe sottolineano il carattere storico delle nazioni, quali entità che nascono, si evolvono, cambiano, si adattano e crescono ma possono anche indebolirsi e sparire.

Ma come possiamo ora definire la Nazione dal punto di vista storico?

Ci viene in aiuto Carlo Tullio Altan che indica sei elementi che caratterizzano ogni nazione: tre di carattere “materiale”, e tre di carattere “spirituale”.

1.Il Genos, cioè i vincoli della parentela e della stirpe;

2.Il Topos, cioè il territorio originale dove e’ stanziata la comunita’;

3.L’Oikos, cioè il territorio in quanto trasformato dal lavoro e dalla presenza operante della popolazione;

4.L’Epos, la memoria storica, costruita, trasformata, mitizzata, del passato, costituita da racconti, miti, commenti (rilevanti gli studi in questo ambito di Hobsbaum sull’invenzione della tradizione e di Poliakov sui Miti ariani);

5.L’Ethos, le norme di convivenza e delle istituzioni vissute come valori che diventano parte integrante della coscienza dei cittadini;

6.Il Logos, cioè la lingua parlata in comune.

Riflettiamo applicando questi elementi su come si e’ formata la nazione italiana.

1.I vincoli della parentela e della stirpe sono talmente flebili da sembrare quasi inesistenti: tuttavia, pur attraverso migrazioni e invasioni, una continuità di stanziamento e di popolazione e’ rilevabile da millenni, e la sua composizione e’ meno variopinta di quella di altri popoli.

2. Il territorio della penisola, ben separato ma anche riunificato dalle montagne e dal mare col resto dell’Europa e dell’Asia/Africa, e’ stato talmente trasformato dalla presenza degli italiani da assumere caratteristiche spiccate ben definite, oltre che ammirate in tutto il mondo: il problema maggiore qui e’ la trasformazione provocata dallo sviluppo disordinato e distruttivo soprattutto degli ultimi settanta anni. Ma con tutto ciò chi oggi nel mondo dice “Italia” pensa subito a quella meraviglia che noi viviamo quotidianamente (e spesso con poco merito). 

3.idem

4.l’Epos italiano attuale si e’ formato alla fine dell’Ottocento ed e’ il frutto di elaborazioni contrastanti: da una parte il ricordo della grandezza di Roma, dall’altra quello del Medioevo e del Rinascimento, cioè i due periodi storici in cui l’Italia fu una “superpotenza” (Giorgio Ruffolo) . Ma quale Roma? Quella repubblicana come pensavano i patrioti risorgimentali o quella imperiale (I colonialisti e poi Mussolini)? E quale Medioevo: quello dei liberi comuni o quello dell’Impero? Tendenze politico/storiografiche patrocinavano interpretazioni diverse (e Carducci passo’ tranquillamente dall’una all’altra, ammirando prima la madre dei Gracchi e poi la regina Margherita…). Il Risorgimento, il Piave, la Resistenza restano come possibili riferimenti di un epos contemporaneo, che tuttavia non sembra radicato nel popolo.

5.qui si tocca il punto più debole della nazione. Il passaggio dal “Franza o Spagna, purchè se magna” ad una religione della Patria e della Costituzione e’ da sempre patrimonio di coraggiose minoranze ma non di tutti. 

6.La lingua italiana e’ stata fino a ieri elemento unificante solo dei ceti superiori, e solo dopo la diffusione della televisione e della scuola fino a 16 anni e’ stata elemento veramente unificante.

Dunque di che cosa si parla quando si dice ”difendere l’etnia italiana”? Quale e’ la situazione oggi in ciascuno di questi ambiti?

1.Demografia: oggi in Italia l’Indice di Fertilità e’ di 1,24 figli per donna, ben al di sotto del 2,1 necessario per la semplice riproduzione delle generazioni. Questo e’ il vero gravissimo problema, comune peraltro a tutto l’Occidente: meno figli, più invecchiamento, meno produzione e produttività, una società più vecchia, statica, rancorosa, impaurita, con meno risorse e più spese per sanità e pensioni. Ma tutti I provvedimenti, anche i più drastici, che si possono prendere per incentivare le nascite avranno ripercussioni molto limitate: storicamente in tutti i paesi che sono arrivati ad un certo livello di benessere si fanno meno figli perché le scelte individuali e famigliari privilegiano il benessere immediato e le scelte più gradevoli che consentono di adeguare la vita delle famiglie ai desideri e progetti ormai divenuti possibili. Allora per evitare lo spopolamento bisogna far lavorare anche una seconda possibilità: più immigrazione, controllata alla partenza ed integrate all’arrivo, molto ampia, sulle 200/250.000 persone l’anno, appena in grado di pareggiare, con le 500.000 nascite, i decessi annuali (750.000). Quindi: cambiare le regole, ammettere più  migranti, integrarli nel nostro stile di vita: scuola, educazione, sport, strutture. Altro che le chiacchiere demagogiche su invasioni, sbarchi, ecc.

2. Difesa del paesaggio, fine delle politiche di distruzione ambientale, ristrutturazione energetica (rinnovabili e nucleare), infrastrutture e comunicazioni pubbliche.

3.Idem.

4.La didattica e la formazione culturale generale devono attribuire allo studio della storia una funzione straordinaria in tutti i corsi di studio e nella produzione culturale. I cittadini devono rendersi conto di come ci siamo formati come popolo italiano.

5.Rinnovare l’ethos della popolazione e’ impresa quasi impossibile. Certo contribuirebbe che la classe politica per prima lo recuperasse. Forse solo un’educazione profonda e umanistica per i giovani potrebbe modificare il comune sentire secondo il quale anche piccoli atteggiamenti come chiedere raccomandazioni, saltare le code, copiare a scuola, evadere le tasse (mica tanto piccolo) non sono atti di furbizia, ma di disonesta’.

6.La lingua italiana gode oggi di una salute quale mai aveva avuto finora. Certo, l’immensa crescita dei parlanti rischia, in alcuni ambiti, di abbassare la qualità (vedi esami universitari e concorsi statali), o di limitare la capacita’ espressiva sul letto di Procuste dei media. 

Ma non e’ questa la preoccupazione dei suoi difensori stile Lollobrigida. Mi riferisco invece al timore per l’espansione dell’inglese. L’Italiano conobbe in passato una vera minaccia di scomparsa a fronte dell’espansione del francese tra settecento e primo ottocento: ma se la cavo’ bene. Oggi la situazione e’ completamente diversa.

L’inglese non ci minaccia affatto: esso e’ diventato la lingua veicolare del mondo contemporaneo, e ciò ha prodotto immensi benefici. Sempre più diventerà la lingua in cui si esprimeranno le comunicazioni internazionali in ambito scientifico, economico, diplomatico, turistico. Ma le lingue nazionali, e per noi l’italiano, resteranno sempre le lingue in cui si esprimono i sentimenti, l’amore, gli affetti, l’intimità, le chiacchiere, le questioni della vita pubblica, le relazioni tra i cittadini, le questioni giuridiche, la fruizione della cultura, della letteratura, della musica, dell’arte, la poesia. Sara’ sempre la lingua madre, dunque.

Se mai sarà necessario insistere ancor più sull’insegnamento dell’inglese a tutti I livelli per farlo padroneggiare da tutti come lingua veicolare e impedire una possibile nuova e grave disuguaglianza tra chi lo comprende e chi no (e quindi resta escluso da sempre più ambiti di lavoro e di conoscenza).

Allora difendere l’etnia, la cultura italiana, significa fare il contrario di quello che una nuova classe di governo, superficiale e priva di spessore storico, predica e pratica sui due versanti più contrastati, quello della demografia e quello della cultura: l’apertura e’ la soluzione, la chiusura e’ l’aggravamento del problema.

Aprire agli stranieri e integrarli significa ridurre gli effetti della diminuzione della popolazione italiana.

Aprire sempre più all’inglese e trasformare l’Italia in un paese bilingue, con una lingua della comunicazione primaria rafforzata nell’impegno degli studi letterari, storici, artistici, e una lingua internazionale veicolare, l’inglese, che ci connetta sempre più con il mondo.

“Prima gli italiani”: lo slogan della destra non e’ egoistico: e’ controproducente: fa del male agli italiani.


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