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La cicuta di Velenitaly: Gily condannato a 5mila euro perchè troppo aggressivo

Quotidianamente i giornalisti sono alle prese con questo problema. Esercitare il diritto di cronaca e di critica facendo molta attenzione al rispetto della persona. Di questo è impegnato soprattutto chi scrive di cronaca, ma anche chi fa il recosonto di un semplice dibattito o di una festa deve stare attento. È il codice deontologico che lo chiede al giornalista, il quale deve metterlo in atto. Conosciamo Maurizio Gily da tantissimi anni. Ne apprezziamo lo stile, la professionalità ma soprattutto la schiettezza e la chiarezza con cui trasmette le sue idee ed in particolare la misura con cui dosa le parole. Proprio in questi giorni è stato condannato dal tribunale di Rovereto per non aver usato “continenza” espressiva in un articolo scritto su Millevigne, giornale di cui è direttore. Ma cosa è successo? Spiega Gily sul blog di Millevigne: «Più di cinque anni dopo il caso “Velenitaly”, la bomba atomica calata su Vinitaly dal settimanale l’Espresso, che denunciando, correttamente, alcuni casi di frode e sofisticazione, parlava, non altrettanto correttamente, di centinaia di migliaia di bottiglie di vino avvelenato (veleno mai trovato), e, in un altro articolo, del caso brunellopoli, accostando in una gran confusione l’inquinamento da agenti cancerogeni (mai trovati) con l’inquinamento da Merlot nel Sangiovese (che ovviamente non uccide nessuno), un giudice del tribunale di Rovereto mi ha condannato a risarcire il giornalista dell’Espresso che avevo attaccato su Millevigne. Ne avrei leso la reputazione». Dopo l’assoluta incredulità iniziale «sulla possibilità di essere riconosciuto, io, non altri, colpevole di qualcosa, ho provato a mettermi nei panni di un giudice e mi sono reso conto di quanto sia difficile, per chi non ha vissuto dall’interno l’esperienza di quei giorni, “contestualizzare” quell’episodio ormai lontano nel tempo (il giornalista in questione si è accorto del mio articolo tre anni dopo, grazie a internet, il che dice da solo quanto danno può averne sofferto), i devastanti effetti che ebbe sul settore nel momento cruciale del Vinitaly, l’impatto sull’opinione pubblica e sugli operatori internazionali, lo sdegno generale nel mondo della produzione e tra gli stessi organizzatori di Vinitaly. Senza contare la difficoltà di valutare dettagli tecnici su una materia di cui ovviamente un magistrato può avere solo una conoscenza vaga». E così è arrivata la sentenza «Il giudice scrive infatti che non avrei usato “continenza” espressiva. La verità di quanto ho scritto non è messa in discussione: “… atteso che non vi è questione in ordine al fatto che il dott. Gily, nello scrivere, abbia riportato notizie vere”, ma è la forma, sfociata, a detta del giudice, in un “attacco personale” che avrebbe travalicato il diritto di critica ledendo l’onore del collega, che vale una condanna al risarcimento, sia pure decimata rispetto alla richiesta della controparte, che era partita da dieci volte tanto (50mila euro). Eppure non ho fatto uso di turpiloquio, né ho accusato qualcuno di qualcosa che non aveva fatto: ho solo scritto che una notizia non era vera (non la frode con annacquamento e arricchimento dei mosti, quella era vera, ma l’avvelenamento), dopo che due ministeri e un magistrato inquirente sull’inchiesta in questione lo avevano già detto in comunicati ufficiali, da me diligentemente riportati. Non ho neppure parlato di mala fede, ma solo di eccesso di fantasia (“fantasie horror” per la precisione) nel riportare notizie raccolte in una procura ed elaborate in modo creativo». Paghi e vai anche in Appello? «Nel paese riconosciuto al 57esimo posto al mondo per la libertà di stampa, secondo la classifica di “reporter senza frontiere”, preceduto da molte nazioni non famose per le loro democrazie, la verità va detta con moderazione. Pardon, con continenza. Soprattutto quando si vanno a toccare aziende, gruppi e persone con le spalle più larghe delle vostre. Come Millevigne contro Espresso- Repubblica: una pulce contro un carro armato. Le sentenze si rispettano, ed io la rispetto. Non ho ancora deciso se presentare ricorso in appello. I legali me lo consigliano. Intanto bevo la mia cicuta. Come Socrate, senza alcun peso sulla mia coscienza». Questo scrive Gily... ma il grande sostegno e l’affetto manifestati da ogni parte d’Italia (si vuole fare una colletta per pagare il ricorso in Appello), stanno facendo riflettere il giornalista monferrino: «Intanto pago. Poi vedrò. Da subito ho pensato di lasciar perdere. Adesso, dopo tutti questi messaggi, ci sto pensando». A lui, da parte della redazione de “ll Monferrato”, la solidarietà in questo difficile momento. Questo è il messaggio che ci è arrivato nel weekend da Maurizio Gily: «Innanzi tutto voglio ringraziare con affetto tutti quelli che mi sono stati vicini e hanno dato risonanza sui loro mezzi di informazione a questa vicenda surreale, in cui un giornalista, specializzato nel settore di cui scrive, viene condannato per aver scritto la verità. La straordinaria solidarietà che mi è arrivata non solo da voi, ma da gran parte del mondo del vino, in particolare dai vignaioli italiani, mi ha convinto a presentare ricorso in appello. Da loro, e da voi, è arrivata anche la spinta ad aprire, superando il mio naturale imbarazzo, una sottoscrizione pubblica per finanziare le spese di questo ricorso, che né io, né l’editore di Millevigne (che tra l’altro non è più lo stesso del 2008) siamo in grado di sostenere. Su questo link (http://www.buonacausa.org/cause/velenitaly-ricorso-in-appello-per-maurizio-gily) c’è la sottoscrizione pubblica su buona causa.org e una serie di informazioni, con link a vari articoli usciti sulla vicenda e alla sentenza, pubblicata da Luciano Pignataro».

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Barbara Marini

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