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A Cella Monte

«Langhe troppo sfruttate, Monferrato terra ricca di autenticità»

L'intervento di Antonella Parigi, assessore regionale al Turismo

«Fiorella Coppo capì che attorno al tartufo si coagulano interessi, promozione del territorio, valorizzazione delle produzioni autoctone. Ha avuto ragione, decenni fa, dando il via ad un percorso e ad una rassegna dedicata al tartufo che compie ventisette anni». Così Mario Palenzona, ex direttore dell’IPLA, ha aperto sabato il convegno all’Ecomuseo della pietra da cantoni. Convegno che ha visto, quest’anno, la parteciupazione di esperti albesi.

Edmondo Bonelli, di Grinzane Cavour, ha illustrato le iniziative che si stanno portando avanti, in terra di Langa, per la tutela del territorio e le tartufaie. «Le tartufaie stanno sparendo, colpa dell’agricoltura che ruba loro gli spazi. Da noi enologia e coltivazioni agrarie e comparto tartuficolo corrono su binari diversi: non comunicano tra di loro e il mondo del tartufo è pervaso da omertà, silenzi, segreti... I proprietari, spesso, abbattono le piante non sapendo che nei loro terreni ci sono i tartufi. Qui, da voi, in Monferrato, il territorio e il paesaggio agricolo sono ancora poco contaminati, i tartufi ci sono e c’è anche la biodiversità. Ecco allora, e ritorno alla Langa ma vale per tutto il territorio, che diventa fondamentale mettere in comunicazione quei mondi separati che viaggiano per proprio conto, su binari diversi»: Bonelli ha sottolineato le attività realizzate nella Langa: la cura delle terre e l’eliminazione degli incolti tra i vigneti che conducono alla flavescenza. «Le aziende private  e l’associazionismo ci hanno ascoltato e gli agricoltori stanno investendo trasformando l’abbandono in terreni coltivati. I boschi sono più vasti rispetto a quelli d’inizio Novecento ma sono purtroppo abbandonati».

C’è poi un’altra considerazione: «I tartufai sono in età avanzata, i giovani sono pochi, bisogna coinvolgere le scuole portando i ragazzi a vedere le tartufaie. Così abbiamo fatto a Millesimo, San Damiano d’Asti, Alba.Insomma, in tartufaia, si fa didattica: lo testimoniano i turisti provenienti da Stati Uniti, Canada, Nord Europa, Giappone». Palenzona ha aggiunto che il tartufo, oltre ad essere un ambasciatore del territorio, è veicolo di sanità ecologica, dell’ambiente e crea valore aggiunto su un territorio dove, la vite, non va a braccetto: «Sono mondi diversi, vite e tartufo, la prima deve restare tale vista anche la consacrazione Unesco, è su questo sono critico con Alba».

Renato Bogetti, torinese residente a Rocca d’Arazzo, dell’associazione tartufaie astigiane, ha parlato di queste, le ex riserve e consorzi: «Importante è stabilizzare il microclima, creare nuovi impianti, il tartufo bianco non si coltiva, lo si deve mantenere, ripulendo i terreni dai rovi, compiendo sopralluoghi per appurare la presenza di piante vecchie, da sostituire anche se, con l’immissione di quelle nuove, occorreranno anni per vedere i frutti».

Daniela Colombara, presidente dell’Associazione Tartufai della Valle Ghenza, ha ricordato la nascita della tartufaia su 50 ettari comprendente tre territori: Cella Monte, Rosignano e Frassinello. Un piano di tutela con zone libere per trifolau non associati. «Il tartufo  bianco - ha detto - tende a sparire, si spera di poterlo recuperare con cura, mantenendo pulite le aree vocate. Siamo disponibili alle visite guidate, siamo 40 soci». Il proprietario deve tollerare chi raccoglie il tartufo, ci vuole l’accordo ma i buchi lasciati sul terreno e le scie delle gomme dei Suv non favoriscono la riconciliazione.

Emanuele Rendo ha posto un quesito: la Regione chiede per le tartufaie controllate una pulizia assoluta ma gli esperti però sostengono che un terreno eccessivamente curato, non va bene. «E’ vero -ha risposto Bonelli - un sottobosco troppo curato è eccessivo, non bisogna eliminare le ‘nicchie ecologiche’ ma nemmeno trasformare i terreni in giardini non va bene: occorre avere un po’ dell’uno e un po’ dell’altro».

Antonella Parigi, assessore regionale alla Cultura, ha compiuto una serie di riflessioni. «L’80% del nostro flusso turistico, in Piemonte, che è canalizzato sulla piattaforma dei web, e su cui la Regione investe utilizzando la parola tartufo, è in massima parte di provenienza olandese. Alba si è impadronita di questo settore ma sono preoccupata dell’invasione turistica che attraversa il territorio albese caratterizzato dal Barolo e dal Barbaresco, che sono monocolture. Amo invece il Monferrato, poco sfruttato, perchè, a differenza della Langa ormai satura, c’è l’autenticità. Nascono nuove aziende giovanili e, per questo, agricoltura, turismo e cultura devono dialogare non restando comparti stagni».

Federico Riboldi, vicepresidente della Provincia, dopo aver sottolineato l’importanza della nascita del progetto della Valle Ghenza, esempio da trasferire altrove, ha citato le due prossime sfide della Provincia: sostituire i terreni boschivi incolti e improduttivi con nuove piante tartufigene e il varo di un percorso da presentare alla Regione per il riconoscimento del tartufo bianco del Monferrato.