La Presidente del Convegno Maria Cristina Tiziana Ferrini Cerutti ha presentato nell’ultimo incontro Manuela Meni, archivista della Diocesi, che ha tracciato un interessante Excursus storico sull’iconografia di Cristo.
Alcuni testi del Nuovo Testamento sono particolarmente significativi per la teologia dell’immagine e per la definizione della bellezza di Cristo nei suoi diversi aspetti.
I testi paolini, innanzitutto, ci offrono alcune fondamentali affermazioni, su cui riflette tutta la tradizione cristiana. Nella Seconda lettera ai Corinzi, Paolo afferma vigorosamente il suo annuncio del “glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio”. Abbiamo così due fondamentali affermazioni: Cristo è immagine-icona di Dio, sul suo volto risplende la gloria divina.
Il Vangelo di Giovanni, al pari della letteratura paolina, offre un contributo fondamentale alla definizione della “fisionomia” di Cristo, e rivelandoci la sua identità divina ci aiuta anche a definire la sua immagine umana, la sua corporeità e la sua visibilità/tangibilità.
Uno spunto più concreto e immediato per l’iconografia cristiana dei primi secoli viene, inoltre, offerto dalla celebre espressione “ Io sono il buon/bel pastore”: Cristo viene designato come pastore e in più viene qualificato bello, di una bellezza non disgiunta dalla bontà.
Se i testi biblici, ed in particolare quelli evangelici, non parlano delle caratteristiche fisiche di Cristo, ci dicono qualcosa di più alcuni testi antichi. I Padri della Chiesa e gli scrittori cristiani dei primi secoli ripensano e tratteggiano la figura e la singolare bellezza di Cristo, a partire dall’Antico Testamento. Nel Salmo regale 45 si afferma : “ Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia…..E’ bello e maestoso avanza…”
Padri come Ireneo e Tertulliano attribuiscono invece a Cristo tratti fisici decisamente negativi per evidenziare la sua piena assunzione della umanità, con tutti i suoi limiti e miserie.
Sulla dialettica tra bruttezza e bellezza sostanziale di Cristo, ci offrono suggestive testimonianze alcuni esponenti della scuola alessandrina come Clemente e Origene; condividono le stesse posizioni Ireneo, Tertulliano e Ambrogio. Anche per Agostino l’immagine sfigurata o deforme di Cristo è motivata dal suo assumere in toto la condizione umana, al fine di redimerla e di trasformarla , rendendola veramente bella.
Una prima significativa descrizione dell’aspetto fisico di Cristo si ha nell’Anonimo Piacentino, che riporta un Itinerarium compiuto in Terrasanta intorno al 570. L’anonimo pellegrino dichiara di aver visto a Gerusalemme nel Pretorio di Pilato un ritratto di Cristo che risale ai tempi della sua vita terrena e così descrive la figura di Gesù: ” Il piede bello, regolare, sottile; la statura comune , la faccia bella, i capelli inanellati, le mani formose, le dita lunghe…”. Sempre al VI secolo si deve un altro testo, attribuito a Elpidio Romano: “ Belle statura….begli occhi, naso prominente…pelle color del grano, aspetto simile a quello della madre… voce bella, eloquio dolce, molto semplice, tranquillo”.
In Occidente infine, riscuote molta attenzione e diffusione un documento risalente probabilmente al XIII secolo, che viene conosciuto come Lettera di Lentulo, un ufficiale romano che prestava servizio in Palestina ai tempi di Tiberio Cesare che definisce Gesù il più bello dei figli degli uomini.
Il grande teologo del Medioevo cristiano, San Tommaso d’Aquino dice che Cristo fu sempre bello conformemente con la sua dignità, ma fu deformato fisicamente dalla Passione.
Già nel III secolo si rintracciano testimonianze scritte che attestano la presenza di immagini di Cristo “acherotipe” cioè prodotte in maniera prodigiosa. L’Anonimo Piacentino racconta di aver visto due suggestive immagini di Cristo: una a Menfi , costituita da un lino, in cui Cristo si sarebbe asciugato la faccia, la seconda è l’immagine che viene vista nel Pretorio di Pilato. Ma l’immagine acherotipe più famosa è quella di Edessa o Mandylion: alcuni studiosi la avvicinano o addirittura la identificano con la Sindone di Torino. Anche la vicenda leggendaria del Velo della Veronica, diffusa in Occidente , può essere la versione latina di quella orientale del Mandylion di Edessa.
Nelle rappresentazioni artistiche l’arte cristiana ha adottato la figura di Cristo descrivendolo come prototipo di bellezza o, al contrario ma in modo minoritario, brutto e sfigurato dai dolori della Passione. Nelle catacombe di Priscilla, di San Callisto e di Domitilla primeggia la raffigurazione simbolica di Cristo come Buon Pastore. Celebre anche il mosaico del Buon Pastore del Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna.
Cristo maturo e barbato si ritrova già in epoca paleocristiana a partire dal IV secolo come nella catacomba di Commodilla, nei mosaici delle chiese romane di Santa Prudenziana e dei SS. Cosma e Damiano. E’ il cosidetto Pantokrator bizantino la famosa icona del monastero di S. Caterina sul Sinai, le miniature dei Vangeli siriani custoditi a Firenze, le ampolle di Terra Santa conservate a Monza e Bobbio, le monete di Giustiniano II. Il Pantokrator ritorna a primeggiare prepotentemente nell’arte occidentale dall’XI secolo come a Monreale e Cefalù.
Infine non si può non accennare alla bellezza di Cristo così come viene proposta nel Rinascimento da due figure gigantesche: Michelangelo, col Cristo del Giudizio nella Cappella Sistina e Raffaello col Cristo della Disputa, due immagini straordinarie in cui il motivo della bellezza divino-umana di Cristo viene tradotta e rappresentata attraverso i canoni della bellezza idealizzata dall’umanesimo.
La Dott. Meni, dopo l’esaustivo Excursus storico sull’iconografia di Cristo, ha proiettato diverse fotografie di opere diocesane che si riferivano ai vari momenti della Vita di Cristo, terminando la sua relazione con la proiezione del famoso e prezioso Cristo crocifisso ma triumphas della Cattedrale.
Olga Bonzano