Il riformismo monarchico settecentesco, rinnovato dall’esperienza napoleonica, che dominava a Firenze con Vittorio Fossombroni, a Parma con Adam Albert von Neipperg, a Roma con Ercole Consalvi, a Napoli con Luigi de’ Medici, non riusciva in Piemonte ad affermarsi, nonostante l’opera di intellettuali riformisti come Prospero Balbo e Filippo di San Marzano.
Interessante la testimonianza di Federico Sclopis che ricorda l’impegno di Prospero Balbo in quegli anni: «faceva preparare vari importanti progetti di miglioramenti economici sulla base di una savia libertà di commercio, e preparava l’opinione pubblica ad accoglierli favorevolmente facendo pubblicare scritti adatti a tal uopo, fra cui notevolissimi quelli sulle leggi frumentarie e sulla estrazione della seta greggia in Piemonte». Lo stesso Federico Sclopis, come autore della sua tesi universitaria, difese il liberalismo economico. Tale difesa contrastava con la politica del Regno di Sardegna della Restaurazione, oberato da vincoli. L’opera di Prospero Balbo, tuttavia, allora capo del ministero dell’interno e del magistrato della riforma, permise al giovane Sclopis quella posizione controcorrente.
Lo sviluppo del settore manifatturiero costituì in Piemonte il primo vagito dell’industria nascente, che si deve analizzare al di fuori di una semplice analisi di politica doganale: nei suoi nessi profondi tra struttura economica, dimensioni di mercato, ambiente e cultura imprenditoriale. L’esempio del lanificio è importante perché, se da una parte questo settore fu avvantaggiato dal forte proibizionismo iniziale, fu decisamente alimentato dall’iniziativa privata, costituita al debutto da imprenditori stranieri, sostituiti poi da piemontesi che rappresentarono un fenomeno di grande rilievo nell’economia del Regno di Sardegna, sia in termine di produzione, sia per il fatto di creare un nuovo ceto sociale che darà una spinta decisiva allo sviluppo del pensiero del Risorgimento.
L’esempio di Pietro Sella è significativo: per potenziare l’industria laniera, nel 1816 decise di introdurre nella propria fabbrica di Vallemosso, nel biellese, il macchinario più progredito in uso presso l’industria britannica. A tale scopo compì un viaggio di studio nello Yorkshire ma incontrò l’opposizione della legge britannica, sperando tale ostacolo si scontrò con il governo piemontese che, impressionato dalle suppliche degli operai biellesi che temevano di perdere il lavoro in seguito all’introduzione delle macchine stesse, gli proibì l’importazione. Tuttavia Sella riuscì, tra l’ostilità delle locali popolazioni, a montare le macchine a Vallemosso.
Questa fase dell’industrializzazione piemontese d’inizio Ottocento proseguì dal 1830 all’Unità, evidenziando che le forze di sviluppo c’erano e premevano. E tuttavia non riuscivano ancora a farsi luce tra i mille impedimenti che la Restaurazione opponeva loro.
Nel 1817 il marchese Cesare d’Azeglio aveva steso un piano per una società d’incoraggiamento dell’industria nazionale, ma senza seguito alcuno. Nel 1825 alcuni tra i più lungimiranti soci dell’accademia delle Scienze, come Giobert, Bidone, Carena, Avogadro, Colla, avevano esposto al governo una serie di pareri limitativi e restrittivi circa la pratica della concessione di privilegi; altro consiglio caduto nel vuoto. Nel 1832 il re Carlo Alberto aveva posto allo studio una Commissione per esaminare le enormi tariffe de 1830.
Guidava la battaglia Giacomo Giovanetti, che nel suo scritto del 1834, Della libera estrazione della seta greggia dal Piemonte, aveva dimostrato infondati e falsi gli argomenti dei protezionisti.
La funzione svolta dal sapere economico del moto di riforma carloalbertino, e poi cavouriano, riflette l’eccezionalità del ruolo giocato dal Regno di Sardegna nella politica italiana del tempo. La cultura economica muniva ‘opera di riforma guidata dal governo, o comunque animava un’agitazione pubblicistica che venne presto riassorbita dall’evoluzione costituzionale. In Lombardia e altrove, i precetti diffusi da Gian Domenico Romagnosi definivano una cultura d’opposizione; nel Regno di Sardegna, guidarono l’azione riformatrice di uomini vicini a Carlo Alberto quali Giovanetti e Carlo Ilarione Pettitti di Roreto.
Petitti di Roreto in un suo scritto, Fondazione d’una cattedra per l’insegnamento dell’economia politica nella Regia Università di Torino, comparso con la firma P., negli Annali Universali di Statistica di Milano, nel 1846, traccia una storia del pensiero economico in Piemonte da Bogino ai suoi giorni. Ricorda come la cattedra di economia politica o “civile”, come si chiamò allora, venne creata da Napione nel 1819 e affidata “all’egregio professore Cridis”; come tale cattedra fu soppressa dopo “i lamentevoli rivolgimenti del 1821”, e come nel 1831 fu richiesta e come concorsero a ristabilire i canoni della scienza economica Giacomo Giovanetti e Romagnosi.
Agli “Annali” di Milano collaborarono anche Cesare Balbo e Camillo di Cavour; la loro voce era ascoltata, perché i lombardi avevano motivi di natura veramente pratica per ravvicinarsi al Piemonte e per ascoltare attentamente delle voci, come quella di Balbo, Cavour e Petitti: difatti la rivoluzione economica potrebbe diventare per l’Italia una rivoluzione politica; questa era la conclusione inespressa di Petitti.
Accanto all’industria e al dibattito sulla “seta greggia”, l’altro grande tema dibattuto era l’agricoltura. Anche questa volta, la spinta a modulare il dibattito economico in una più larga discussione politica proveniva dal Piemonte orientale, giustamente denominato - L’altro Piemonte - dalla recente storiografia.
Il campione di questa lotta politica, accanto a Cavour, fu Giovanni Lanza, “Il figlio del fabbro”, come mi piace ricordarlo (questa denominazione dedotta dalla sua vita, potrebbe anche essere il titolo di una biografia a lui dedicata).
Nato a Casale Monferrato, il 15 febbraio 1810 e morto a Roma il 9 marzo 1882, Giovanni Lanza è noto soprattutto come Presidente del Consiglio dei Ministri dal 1869 al 1873.
All’agricoltura Giovanni Lanza si dedicò, dopo la laurea in medicina e chirurgia, nel proprio podere di Roncaglia, presso Casale Monferrato, e fu tra i protagonisti dell’Associazione agraria, di cui fu anche segretario.
L’Associazione agraria fu fondata a Torino nel 1842 e costituì il primo centro di raccolta degli spiriti più liberi, dei partigiani delle riforme economiche e politiche. Erano uomini che costituivano una leale classe politica attorno alla figura del re Carlo Alberto, come i già ricordati Balbo, Cavour, Giovanetti e Petitti di Roreto.
Nella carte di Giovanni Lanza si legge la seguente nota nel diario del 1846:
«Era sorta controversia fra il Governo austriaco ed il piemontese sul passaggio dei Sali, che da Genova s’inviavano alla Svizzera. Pretendeva l’Austria che un vecchio trattato del 1751 proibisse quel commercio; osservava il Piemonte che il semplice transito non fosse un commercio attivo. L’Austria, non potendo vincerla, raddoppiò il dazio sull’importazione dei nostri vini in Lombardia. L’Associazione agraria prese a trattare a fondo cotesta questione e un primo articolo uscì nella Gazzetta Agraria, giornale ufficiale dell’Associazione. L’articolo fu esaminato attentamente dalla Direzione, della quale facevano parte il marchese Cesare Alfieri, il Boncompagni, il conte Camillo Cavour ed io, che n’era l’autore. Dopo lunga e viva discussione, specialmente per ammettere o non la frase: “l’Austria bruscamente raddoppiò il dazio del vino”, finalmente l’articolo fu approvato qual’era e stampato. Esso produsse nel pubblico un’impressione alquanto viva; fu seguito da altri: la lotta era aperta».
Fu proprio Giovanni Lanza, «quel moro dai grandi occhioni», come lo chiamerà più tardi Vittorio Emanuele II, a lanciare un significativo grido di «Viva l’Italia!» nel congresso agrario di Casale Monferrato del settembre 1847. Tale congresso impresse all’indirizzo riformistico piemontese un carattere più apertamente liberale e nazionale. «Non sono entrato a far parte della associazione – aggiungeva Lanza a commento di quel famoso grido – col solo scopo di migliorare la coltivazione dei cavoli».
L’agricoltura, come il dibattito economico sul “tessile”, era abbandonata per la politica.
Roberto Coaloa
Relazione presentata a una tavola rotonda di "Imamgini per il Piemonte" tenutosi a Torino