"Gospodin": consumatori e conformisti. Sennò ci si può rifugiare... in carcere!
di Massimiliano Francia
Testo interessante, ottima prova degli attori, scelte registiche azzeccate, scenografia creativa e innovativa, raffinato ed essenziale commento musicale. Felicissima poi la scelta di affiancare al protagonista due soli attori per interpretare le figure comprimarie.
Felicissima - diciamolo - perché gli attori a cui sono state affidate le innumerevoli altri parti che dialetticamente “creano” - si può dire - il ruolo protagonista - sono Valentina Picello e Marcello Prayer, entrambi splendidi interpreti.
Insomma promosso a pieni voti il “Gospodin” di Philippe Lhole portato in scena al Teatro Municipale mercoledì e ieri, giovedì.
Le scenografie-clip
Ben realizzate - dicevamo - le scenografie basate su una bella grafica e una soluzioni interessanti, più vicine al linguaggio del videoclip che alla classica scenografia teatrale.
Generosamente narrative e in un certo senso “interattive”, proiezioni che ricreano ambienti e situazioni nelle quali i personaggi si immergono e con le quali interagiscono.
Una fra tutte: la corsa su per le scale di Gospodin (interpretato da Claudio Santamaria) che in queste come in tante altre scene ha lavorato davvero sodo per una interpretazione anche molto “fisica”.
Un occhio ai costi, ma...
Scelte che - intuitivamente - avranno anche il pregio di essere meno dispendiose di altre, ma gestite con tale intelligenza e maestria da non far rimpiangere budget superiori.
Una serie di elementi positivi che danno vita a uno spettacolo convincente dove spiccano anche e proprio i “comprimari”.
Valentina Picello sa caratterizzare con pochi raffinati tocchi i tanti personaggi che interpreta: la fidanzata stolidamente conformista ma fatalmente e sottilmente ostile; l’amica pettegola e piagnucolosa; la madre fragile, vanesia, smarrita e un po’ puttana...
Piccole trasformazioni nel tono della voce, nell’inflessione, nelle movenze che identificano con nettezza i diversi caratteri.
Lo stesso vale per Marcello Prayer, eccellente interprete della sua personale galleria: l’amico artista, il boss, l’antiquario, il dirigente di marketing eccetera eccetera...
Entrambi gli attori di tanto in tanto poi si “spogliano”, si smarcano dai loro personaggi e con naturalezza si trasformano in narratori, voci “fuori campo”.
Unica nota appena sopra le righe (concessione registica al divertissement?) la scenetta finale dei poliziotti, che risulta un tantino macchiettistica.
Tre protagonisti in scena
Comunque, alla fine, il risultato è che in scena ci sono tre protagonisti e che la figura di Gospodin è forse quella più piatta, non certo per demerito dell’ottimo Santamaria quanto per una azzeccata scelta registica.
Gospodin è come “agito “ dagli altri personaggi, confuso e neutro com’è, diventa il canovaccio su cui si muovono le loro velleità.
Gospodin è pietra di paragone e specchio, su cui si proiettano vizi e debolezze dell’umanità reale rappresentata proprio dai suoi “amici”, interpreti di logiche e debolezze che sono magari aberranti, forse persino evidenti, ma che sono quelle che agiscono, in fondo, tutti noi tutti giorni.
Interessante il testo del drammaturgo Philippe Lhole
Interessante il testo del drammaturgo Philippe Lhole.
Un po’ macchinoso l’inizio, va bene, ma è normale che occorra un minimo per entrare in argomento.
Sul limite dell’artificioso poi il “lieto fine”, ma è apprezzabile lo sforzo in un certo senso “realistico” (l’alternativa sarebbe stata per Gospodin di finire come clochard, con tutta una serie di complicazioni non facili da gestire).
Comunque il messaggio vero passa, quello di un contesto sociale travisato dal denaro, dove prima ancora che uomini bisogna essere consumatori, anzi dove si può essere - in un certo senso - soltanto consumatori.
La soluzione intermedia in fondo non esiste, i buoni intenti si sfasciano a fronte dei condizionamenti, delle regole del buon convivere sociale che cancellano il dialogo (se non è perfettamente conformista) persino fra le persone che dovrebbero essere vicine, amarsi.
L’interrogativo di fondo
L’interrogativo insomma è se davvero noi, tutti i giorni, facciamo ciò che crediamo di fare: scegliere e distinguere fra ciò che è necessario per vivere e ricavare i nostri spazi di intimità e di verità o se - invece - siamo inconsapevoli pedine di un meccanismo al quale nessuno sa ribellarsi fino in fondo.
Perché l’unica soluzione - insegna Gospodin - è rifiutare l’uso del denaro con tutto ciò che inevitabilmente comporta.
Bello spettacolo, da vedere, dimostrazione che la drammaturgia contemporanea offre un livello di libertà espressiva e creativa che è certamente gratificante da tutti punti di vista: registico, artistico e anche per il pubblico.