Lo scorso sabato pomeriggio alle 16,30 al Teatro Civico di Moncalvo, inizia un pomeriggio pieno: alla presenza di un numeroso pubblico e di un buon numero di registi e componenti di varie compagnie teatrali, si apre il convegno-dibattito Al Piemonteis tra pasà e advnì, e si presentano il libro 25 ani 'd piemontèis a Muncalv e la Stagione di teatro in lingua piemontese.
Dopo il saluto del sindaco Roberto Mombellardo, cha ringrazia i presenti per essere intervenuti augurandosi che la pubblicazione possa risvegliare in tanti lettori la passione per la lingua piemontese, il Presidente del Centro Civico Montanari, Pietro Baldovino, sottolinea come il Teatro di Moncalvo, grazie ai suoi spettacoli di livello, sia riuscito a conquistare una posizione privilegiata tra i vari teatri piemontesi.
A questo punto, Giuseppe Prosio apre il convegno, illustrando passo passo la pubblicazione 25 ani 'd piemuntèis a Muncalv, la lingua piemontese in scena al teatro Comunale e, in seguito, dando la parola ai vari collaboratori del testo.
Per primo ha la parola il professor Leonardo M. Savoia dell'Università di Firenze, presidente della Società di Linguistica Italiana che con un'accurata analisi e un raffronto di termini piemontesi della parlata di Moncalvo con termini di altre parlate piemontesi, ricollegandosi alle sue opere sullo studio dei dialetti italiani, asserisce che si possono riscontrare linee di demarcazione antichissime tra i dialetti e, analizzando i fenomeni, in linea profonda, si vede come quasi sempre il loro sviluppo rappresenti un continuum, solo interrotto da eventi eccezionali, quali guerre, epidemie, invasioni.
Afferma che parlare di Piemontese, in effetti, è parlare di una specifica varietà; per esempio, nel nostro caso, parlare di Piemontese è parlare del Piemontese proprio di Moncalvo. Ed è bellissima la sua affermazione: - I dialetti esistono nella testa di ciascuno, di modo che ciascuno li parla e li ascolta.
Segue l'intervento di Massimo Scaglione regista del «Teatro delle Dieci» che, qualche tempo fa, aveva sostenuto che il Piemontese e il Lombardo hanno gli anni contati (al massimo 50), e oggi ancora afferma: «Non vorrei essere Vanna Marchi, ma, tra i dialetti, Piemontese e Lombardo saranno i primi due a sparire causa la grande emigrazione in queste terre»
Ricorda come nel dopoguerra il Piemontese fosse stato bandito dalle famiglie con la convinzione che quest'operazione avrebbe facilitato nei figli l'apprendimento dell'italiano provocando così un danno notevole alla parlata dialettale. Sottolinea ancora come il teatro in Piemontese sia nato come teatro sociale, per poi trasformarsi in teatro comico, tutto solo da ridere, mentre oggi, è interessante notare come stia ritornando alle sue origini e a temi impegnati. Conclude affermando che Moncalvo è la roccaforte del Piemontese.
Segue l'intervento di Luciano Nattino, drammaturgo e regista, che afferma come il Piemontese non stia scomparendo del tutto, ma il suo uso stia piuttosto diventando un momento chic, una raffinatezza per abbellire con frasi, modi di dire, e espressioni dialettali, il corpo del discorso.
Seguono gli interventi di Rosaria Lunghi attrice amatoriale e sindaco di Grazzano Badoglio; Nino Aresca, capocomico; Bruno Massaggia, capocomico amatoriale; Ilaria Morra del Gruppo Teatrale di Carmagnola e tutti questi interventi mettono in luce le difficoltà che incontrano le varie compagnie per preparare e mettere in scena i propri lavori.
A questo punto, Giuseppe Prosio presenta ufficialmente gli spettacoli che in questa stagione prenderanno vita nel Teatro Civico di Moncalvo e come conclusione del convegno, dà il via ad un dibattito sulla tanto discussa grafia piemontese.
Apre Giovanni Pegoraro che sostiene come, abituandosi a leggere il piemontese nella grafia normalizzata, risulti più facile la lettura, nonostante la pronuncia si discosti dalla grafia.
Aldo Oddone, scrittore nicese, al contrario, sostiene come il dialetto sia un patrimonio unico e tipico di ogni paese piemontese, quindi, mentre le lingue sono ben codificate, questi numerosissimi dialetti non sono affatto codificati, motivo per cui il dialetto, dopo aver adottato le regole della lingua relative all'alfabeto e alla punteggiatura, deve usare la grafia fonetica, cioè si devono scrivere i suoni così, come si pronunciano.
L'ambiente immediatamente si surriscalda e in sala volavano pareri favorevoli e sfavorevoli. Saggiamente Giuseppe Prosio dà la conclusione in mano alla persona più qualificata: il professor Leonardo M. Savoia il quale esprime un suo parere personale: egli adotterebbe una grafia possibilmente vicina alla pronuncia, una grafia più trasparente e più vicina all'italiano che non al francese, e sottolinea come il valore di una lingua si riconosca soprattutto e unicamente dal suo uso e dal quanto - tanto o poco - sia parlata.