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Una testimonianza sulla Grande Guerra La vicenda storica ed umana di un volontario garibaldino, Remo Sampol

Nella ricorrenza del 4 Novembre, ho ripreso in mano un piccolo libro di famiglia, che ho potuto leggere solo poco tempo fa, alla scomparsa di una mia zia balzolese gelosa custode delle memorie di casa. Si tratta di una testimonianza storica ed umana davvero interessante, tramandataci da un autore alessandrino, Livio Pivano, membro della società di Arte e Storia, che scrive, negli anni tra le due guerre mondiali, sulla vita di un cugino di primo grado di mia nonna Albina Sampol. Questo Remo Sampol è stato ricordato anche in una lapide posta nel portico dell'Istituto Tecnico "Leonardo da Vinci" di Alessandria, come eroe della Grande Guerra e "studente volenteroso e intelligente" fino al 1912. Oltre alle notizie biografiche, Livio Pivano riporta stralci di giornali locali di cui Remo era collaboratore e parte dell'epistolario: lettere ad amici e soprattutto alla famiglia che, attraverso un nipote col suo stesso nome, ha sempre mantenuto il contatto con i parenti di Balzola, dove appunto è radicata. La storia di Remo, ragazzo infiammato da letture mazziniane e divenuto poi volontario garibaldino durante la prima guerra mondiale, è coinvolgente sul piano psicologico e soprattutto illuminante nel tragico quadro di un conflitto bellico terribile, che ha causato un'immane carneficina, anche per l'ottusa dirigenza militare; mentre dietro le quinte si agitavano fermenti, polemiche, speculazioni, si creava un clima che portò poi l'Italia all'instabilità prefascista. La vicenda di questo giovane, che non è mai stato un partigiano indottrinato, che ha alimentato il suo amor patrio con meditazioni, crisi, molta pietà umana, ci dimostra quanto sia importante nel cosiddetto revisionismo " tener conto delle ragioni dei singoli", come ha giustamente scritto Giampaolo Pansa; ci testimonia la necessità di giudicare non solo sulla base di schemi e aridi documenti ma anche sulle voci di chi ha personalmente respirato un clima storico e vissuto quell'esperienza. Dapprima Remo pensa ad una neutralità dell'Italia (lettera alla sorella del settembre '14) ma via via si lascia coinvolgere da letture e incontri e accoglie infine l'istanza di liberare Trento e Trieste, di risolvere quello che definisce "un problema di Giustizia". Diventa interventista anche per simpatia verso le nazioni liberali dell'Occidente, quali Francia ed Inghilterra, certamente non spinto da idee di imperialismo. Così parte volontario per il fronte francese. Ma dense di amarezza e delusione sono le prime lettere da Lione, quando si rende conto che molti "legionari" sono in realtà "naufraghi della vita", francesi sbandati e italiani emigrati per mancanza di cibo e lavoro. Dove sono finiti gli ideali? Si aggiungono disagi, sudiciume, incomprensione di comandanti. Negli scritti di Sampol, osserva Pivano, c'è sempre l'uomo accanto al soldato, ma, al di là della sensibilità etica e cristiana, le sue analisi ci sorprendono anche per vivezza e nitore di stile. Lo seguiamo nei faticosi spostamenti sul fronte, nelle trincee con feriti e morti accanto (come nella celebre poesia di Ungaretti!), mentre la guerra lascia sul suo cammino tumuli collettivi, spesso "vincitori e vinti abbracciati nel sonno della morte". Lo seguiamo quando al passaggio di macilenti prigionieri tedeschi allunga la mano per confortare un uomo nemico: un atto di solidarietà, registrato da lui senza retorica, che mi ricorda il gesto tenero, purtroppo fatale, del padre di Victor Hugo, ucciso mentre porge da bere ad un ferito della parte avversa. Scrivendo Remo si fa coraggio, a volte anche per mezzo dell'ironia, come nella bella lettera alla vigilia del Natale. Superstite dopo aspre azioni di questi "garibaldini" sul fronte franco-tedesco, torna in Italia nel marzo 1915, in tempo possiamo dire per diventare ufficiale dell'Italia che entra in guerra. E muore combattendo eroicamente per salvare i compagni (medaglia al valore), sul Rauchkoff, onorato dal colonnello Invrea che lo ama "come un figlio prediletto".Viene ricordato dal giornale austriaco "Il Risveglio" nell'atto di stringere morendo le braccia al petto quasi per immolarsi, chiudersi in un sudario; come il tragico, splendido, fante scolpito dal Bistolfi nel Monumento ai caduti di Casale!

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Silvia Sassone

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