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  • 28 ottobre 2009
  • Casale Monferrato

Proverbi nelle ricerche di Olimpio Musso: 'A lé nen ël camp ch’a dà da mangé, ma la vanga e la slòira' - Una testimonianza da Castell'Alfero - L'aratro guerriero di Laura Rossi

Leggendo un libro sui proverbi piemontesi mi sono imbattuto nel seguente proverbio: 'A lé nen ël camp ch’a dà da mangé, ma la vanga e la slòira' : Non è il campo che dà da mangiare, ma la vanga e l’aratro (Giulia Rosano, Proverbi piemontesi, 2000, p. 80). Il proverbio è registrato nella stessa formulazione anche in una recente opera di ampia portata (Dizionario dei proverbi. I proverbi italiani organizzati per temi, UTET 2004, p.64 II 1.4.1.11). Fui incuriosito dalla parola 'sloira', perché avevo appena concluso una ricerca sull’espressione 'bati la loira' (Il Monferrato 18.9.09, p. 23), con cui fa rima e che avevo derivato dal franco lothr. Sul significato del termine, là dove ancora si usa, non ci sono dubbi: vuol dire aratro (A. Timossi, TRAPOeLINO, 2009, p. 31). Esso compare anche in alcune varianti: siloria, sciloria, silöria, slöria, celoria (da cui viene il diffuso cognome Celoria), celoira, fino ad arrivare a sloira. In genere gli studiosi fanno derivare la parola da un incrocio tra la base latina aciale + oria (G. Forni e T. Telmon nel volume “Il seme l’aratro la messe”, Cuneo 1996) : aciale è forma secondaria di aciarium (inteso come 'ferrum durum', cioè cementato e carburato e non nel senso di acciaio, che è un’invenzione moderna). Ma si deve obiettare che dall’incrocio avrebbe dovuto scaturire accialoira o asloira: infatti i termini moderni che derivano da aciarium mantengono la a iniziale: si confronti lo spagnolo acero, il francese e il provenzale acier, il portoghese aceiro e altre lingue romanze quali il friulano, il logudorese, il catalano. L’origine del termine, dunque, deve essere ancora trovata. A mettermi sulla buona pista è stato Alessandro Allemano di Penango, il quale mi scrive: “la sloira, o "accialoira", è la scure, che in altre zone del Monferrato viene altrimenti detta "silòt"”. E fa una precisazione per me nuova e illuminante: “comunemente si dice che sloira indichi la lama dell'aratro.” Un prezioso informatore dell’Allemano, che si chiama Ettore Scrivanti, “conferma che nella zona dell'Oltretanaro astigiano "sloria" indica proprio la lama dell'aratro.” Ora, l’aratro dei Franchi era dotato del coltro ( uno degli organi lavoranti dell'aratro, responsabile del taglio verticale della fetta di terreno nel lavoro dell'aratura), come dimostra il cosiddetto calendario anglosassone dell’ undicesimo secolo,il cui modello risale al nono secolo proveniente dal territorio di Reims (AA.VV., Die Franken I, Mannheim-Mainz 1996, p.783,ill.635 e 636). Ora, in franco c’è un termine, sikila, che vuol dire falce (Gamillscheg, Romania Germanica,I,p.305). Il coltro aveva la forma arrotondata della falce e per sineddoche poteva ben significare aratro: la sloira deriva da sikiloria attraverso le varie forme che abbiamo visto sopra e si riferisce alla forma. L’accialoira deriva invece da acciarium/acciale ed è denominazione dello stesso oggetto dal punto di vista del materiale. Si deve ricordare che il coltro a falce veniva usato come arma dalle truppe feudali ed era denominato anche falcione. Re Lear nell’ultimo atto dell’omonima tragedia di Shakespeare accenna al falchion (scimitarra) : “I have seen the day, with my good biting falchion / I would have made them skip” (Passato è quel tempo in cui con la mia lama affilata tutti li avrei fatti saltare). Olimpio Musso SULL'ARTICOLO ABBIAMO REGISTRATO ANCHE LA SEGUENTE TESTIMONIANZA (CHE SU RIFERISCE A UN VIAGGIO D'AUTORE DI LUIGI ANGELINO E DIONIGI ROGGERO) Alcuni mesi fa a Castell’Alfero, e accompagnati dal comune amico, il Dott. Ito De Rolandis avete visitato il nostro museo di contadinerie, Ël Ciar, la luce. Orbene leggendo il vostro bellissimo giornale, ho letto l'intervento del prof. Olimpio Musso, che con ampia e ben forgiata forma si dice: Fui incuriosito dalla parola “slòira”…. Premetto che io non sono un letterato, ma con la mia scarsa ignoranza, e sopratutto con il mio lavoro, ho avuto modo di fare alcune ricerche proprio perché amante dei vecchi detti piemontesi, dei costumi e modi di vivere. Non sono quindi che un modesto tuttologo autodidatta, che è molto più abituato a scrivere in piemontese che non in Italiano. Premetto anche che sono in attesa che un editore si degni di pubblicare un mio volume, ove io, ho raccolto oltre cinquecento modi di dire Astigiani e Monferrini, guarniti da una cinquantina di racconti e favole che nelle “vijà”, veglie, i nonni ci raccontavano. Proprio per queste ricerche, dal 2003 sono il vicepresidente e la guida nel museo Ël ciar, e in questo nostro museo vi è il primo tipo di aratro monferrino. Anch’io sono sempre stato curioso di scoprire le origini di certe parole piemontesi, vedasi appunto; slòira, lessa, strison, anbotàu, ecc. Ma sul termine “slòira” forse la risposta datomi da mio nonno, Classe 1885, è la più probabile. Diceva mio nonno: aslòira ’l veur dì ass da l’orija, aratro significa asse con l’orecchio. Io non ho sufficiente istruzione per dire o asserire se ciò sia veritiero, ma vedendo come si costruivano gli aratri, i nostri avi, mi sovviene di dire che sia molto probabile. Infatti, per fare l’aratro utilizzavano un apposito albero, il Bagolaro “Fanfarën”, ne modellavano i rami, di modo che con pochi colpi di accetta si ricavasse la parte principale, s’innestava il timone e l’aratro era pronto per dare come dice il proverbio: pane. Sarei inoltre lusingato poterne discutere con il prof. Musso, al quale rivolgo personalmente un invito a scrivermi .... Ringrazio ancora il giornale e il prof. Musso e soprattutto quelli che come il prof Musso si dedicano anima e corpo nel tenere vivo e tramandare le nostre radici. Distinti saluti Luciano Ravizza HYPERLINK "mailto:luciano.ravizza@alice.it" FOTO. Aratro franco, calendario (l'aratura), 1000 circa, miniatura, Londra, British Library. Aratro franco medievale del Muso di Stoccarda. La sloira del museo di Castell'Alfero (f. Ravizza)