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“La sposa gentile” (Edizioni e/o) di Lia Levi -paradigma dei ghetti ebraici del Piemonte - Un legame d'amore

La Sinagoga di Vicolo Salomone Olper a Casale è stata al centro della prima fase del Festival internazionale di cultura ebraica OyOyOy, concluso domenica. La Sinagoga è inserita ancora oggi in quello che è il ghetto, è visibile anche l’aggancio della catena che lo chiudeva e subito dopo l’affresco della Madonna che doveva “proteggere” i Cristiani. Il desiderio di avere una casa di famiglia all’interno delle mura cittadine “accanto alle pietre antiche del vecchio ghetto ebraico” è uno dei due propositi che, all’alba del 1900, il giovane brillante Amos Segre promette a sè stesso: “Primo, una ricchezza solida e riconoscibile. Secondo, una moglie con cui dividere una dimora degna di tanta conquista”. Inizia così mezzo secolo di vita in una famiglia ebraica nel romanzo “La sposa gentile” (Edizioni e/o). L’autrice, Lia Levi, di antica famiglia piemontese, direttore trentennale del mensile ebraico Shalom, narra una storia d’amore in una piccola comunità ebraica (nel nostro caso Saluzzo), dove le prime testimonianze circa la presenza di ebrei risalgono a fine Quattrocento. E se del primo ghetto istituito nel 1724 si è oggi persa traccia, il secondo assegnato agli ebrei a fine Settecento è l’attuale via Deportati ebrei, in ricordo dei reclusi nei campi di sterminio. Siamo dunque nel primo Novecento e per gli ebrei piemontesi è possibile rincorrere il successo economico e il prestigio sociale come fa l’ambizioso Amos Segre. Sarà l’incontro con la giovane Teresa, figlia di poveri contadini cristiani, a scompaginare la sua esistenza e a fargli rigiocare le sue carte. Da questa passione improvvisa nascono differenze di classe ma soprattutto religiose, dissidi familiari, dolorosi allontamenti e perdita di identità. E mentre si svolge questa storia ebraico-piemontese si avverte in lontananza la storia degli ebrei in Piemonte e, in sottofondo, l’eco della grande storia del secolo scorso: la politica, la moda che cambia, le prime timide rivendicazioni del femminismo e le attese celebrazioni a Torino per il cinquantenario dell’Unità d’Italia. Vera protagonista del libro è dunque Teresa, la sposa gentile, dove l’aggettivo non è sinonimo di mitezza ma nasconde il più profondo significato ebraico. L’ingresso di Teresa nella vita di Amos cambia le cose e se inizialmente molte sono le difficoltà (fra cui la messa al bando dalla comunità ebraica saluzzese) piano piano sarà la sposa gentile con la sua semplicità, il suo talento di cuoca e soprattutto la sua devozione coniugale a condividere il destino ebraico del marito sino all’arrivo delle leggi razziali. Teresa vuole diventare ebrea. E lo diventa in modo non formale. Impara le regole ebraiche e le tradizioni confeziona le ciambelle di Pesach (e nel libro c’è la ricetta di casa), pratica la decima secondo i dettami della Bibbia, tiene i Séder di famiglia (cena pasquale dove tutto si svolge secondo un preciso rituale) con i tradizionali canti. Una gentile, una non ebrea che a tutti i costi vuole diventare ebrea. Un percorso esistenziale, quello di Teresa nel piccolo gruppo ebraico che nelle stesse pagine viene affiancato alla vicenda biblica di Ruth, la moabita che diventò ebrea per amore del marito e dal cui ceppo familiare nascerà poi re Davide. Spiega l’autrice nella nota finale: “E’ la storia di una donna che aveva solo caparbiamente desiderato che lui fosse contento. E lui le aveva risposto con lo stesso identico desiderio”. Un passo del libro spiega infatti che: “Amos, con illuminazione improvvisa, aveva capito quanto i suoi sensi fossero stati a suo tempo più sagaci di lui. Doveva solo a loro la spinta imperativa che l’aveva portato verso l’unica donna capace di avvolgerlo in uno stesso amoroso abbraccio insieme alla sua famiglia L’antico, trepidante progetto di Amos di mettere radici accanto alle pietre antiche del vecchio ghetto ebraico poteva continuare ad aspettare il suo momento. Adesso era più urgente realizzare quell’altro progetto: avere a disposizione uno spazio destinato a diventare la casa per tutti, la casa della famiglia Segre nella sua interezza, la casa di un capostipite”. Tra orgoglio d’identità, tradizioni e desiderio di integrazione, Lia Levi, con stile leggero e profondo, conduce il lettore attraverso il mondo appartato del giudaismo piemontese. E lo fa con la storia del legame d’amore dei suoi nonni, che dal piccolo storico nucleo ebraico di Saluzzo, s’intreccia con le vicende di Cuneo e Torino, ma che avrebbe potuto benissimo svolgersi nell’atmosfera, altrettanto fragile e particolare, di quelli che sono stati i tanti altri ghetti del Piemonte.

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