I racconti di don Fumarco- Pidrulin il Risorgimento e la coccarda degli Zuavi (1859)
Pidrulìn era un ragazzotto tra i dodici e i tredici anni. Era orfano di padre e di madre. Viveva con la nonna paterna in un cascinotto a fior di collina da Mirabello verso Lu.
Suo padre era morto seppellito da una frana nelle miniere di carbone in Sardegna.
Per questo motivo la nonna usufruiva di una piccola pensione che, con la coltivazione dell’orto a fianco del cascinotto, un nutrito pollaio e una mucca nella stalla, riusciva a sbarcare il lunario e tirare avanti: uova, latte, verdura, frutta non mancavano. La nonna preparava anche della buone marmellate e della ottima mostarda. La madre era morta di febbre tifoidea ancora in giovane età.
Pidrulìn era un ragazzo di bell’aspetto: capelli al vento, incolti e dispettosi che vedevano un uomo del paese, improvvisato barbiere dopo il lavoro nei campi, sì e no una volta all’anno per la festa patronale. Occhi vivaci, in continuo movimento, svelto come uno scoiattolo: si arrampicava sugli alberi con agilità felina, scopriva i nidi ma non asportava i piccoli. Amico degli animali si divertiva con le lucertole, inseguiva le farfalle in volo, scopriva le piccole tane dei grilli con i quali aveva un feeling particolare.
Era buono d’animo.
Faceva le commissioni alla nonna uscendo da scuola. Non pagava ma faceva segnare (“Fa marcà”) sulla lista di famiglia che, una volta alla settimana, puntualmente, la nonna saldava.
Talvolta aiutava un anziano contadino a portare la gerla, piena di fieno o di ramaglia da bruciare fino a un disperso casolare.
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Un mattino di giovedì, giorno di vacanza settimanale dalla scuola, salì sul Bricco (così chiamato perchè il più alto dei dintorni), con l’idea di integrare la colazione con una mangiata di more di rovo e di fragole selvatiche.
La sua attenzione fu attratta da un tramestio e da movimenti insoliti sulla strada polverosa che va da Occimiano a San Salvatore passando per Mirabello.
Lì, a quell’ora, non passava nesuno: i contadini erano ormai nei campi e qualche raro viandante passava inosservato.
C’era movimento laggiù. Pidrulìn, svelto e leggero, si arrampicò sulla pianta più alta. Rimase attonito e stupito: una lunga fila di soldati, con divise multicolori, bianche a striscie intrecciate sul petto con berretti che sembravano stracci da spazzacamino tanto erano neri se non fosse stato per un pennacchio, alcuni rossi altri azzurri, sì da sembrare un fiore a lungo stelo nato in un cespuglio.
A spalla tenevano un lungo fucile con in punta una lama che luccicava al sole che a lui faceva ricordare il lungo coltellaccio con cui la nonna a volte affettava le angurie. Di fucili ne aveva visto solo uno: a spalla dell’uomo incaricato di sorvegliare campi e vigneti; lo incontrava sovente ed erano buoni amici.
Appollaiato su un solido ramo, con braccio sinistro attorno al tronco, le foglie allo stormir del vento facevano solletico alle orecchie come mosche fastidiose e la mano destra a fare solecchio per vedere meglio.
Vide, dietro la truppa a piedi, i cannoni trainati da possenti cavalli; su due grandi ruote caracollavano sulla strada polverosa attorniati da quattro soldati a piedi, due per parte.
Lunga la sfilata, nuguli di polvere che impedivano la visuale ma non tanto da non scorgere in arrivo un drappello di soldati a cavallo: ben inquadrato, elegante nella divisa multicolore con prevalenza di rosso e blu, chepì e pennacchio, speroni lucenti e lucide briglie tra le mani.
Stupito, incuriosito, frastornato, desideroso di vedere da vicino, Pidrulin scese dall’albero, veloce.
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Dai bagni di Plombière, nel 1850, con Napoleone III e Cavour, ne uscì nuda solo l’Austria, il nemico comune da assaltare.
Il 26 aprile del 1859, respinto l’ultimatum austriaco, è la guerra. Il gen. Giulay, austriaco, è fermato dagli allagamenti nel Vercellese provocati dai Piemontesi. Il gen. Cialdrini fa barriera contro gli austriaci e li costringe all’abbandono di Balzola, Terranova e Villanova.
Sbarca a Genova l’imperatore Napoleone III e pone il suo quartier generale in Alessandria. E’ il 12 maggio. Vittorio Emanuele II è accampato a Occimiano facendo capo a Casale. E’ spiegabile l’andirivieni sullo stradone. Ma tutto questo Pidrulìn non lo sa.
L’armistizio si firmerà a Villafranca l’11 luglio del 1859 con la vittoria dei Piemontesi e Francesi contro l’Austria.
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Sceso dall’albero, il ragazzo, al piccolo trotto e saltando di fosso in fosso, si portò sul ciglio della strada. La colonna si era fermata per un breve riposo. Pidrulin, a piccoli passi a lato della strada, quasi a passare in rassegna l’esercito, arrivò fino allo spiazzo ai piedi della salita che pota a San Salvatore. Lì erano accampati gli Zuavi incorporati nelle truppe francesi come combattenti qualificati.
Gli Zuavi appartenevano a una tribù della Cabilia, regione dell’Algeria settentrionale. Il nome è berbero. Da lì i Francesi trassero gli uomini per formare un corpo militare fino a quattro reggimenti composti da cinque battagliaoni cadauno.
Lui fu colpito dall’uniforme degli Zuavi: calzoni corti piuttosto ampi legati sotto il ginocchio, giacchetta corta a lembi arrotolati, maniche che sembravano gonfiate dal vento, grandi scarponi con calze righettate. A terra un grande cappello a visiera con sul retro due bande bianche.
Si avvicinò quel tanto da poter guardare ma niente di più.
Fu uno di loro che, mentre raspava il fondo della gavetta, alzò gli occhi e lo guardò. Era uno Zuavo vicino a quarant’anni con un bel paio di baffi e un pizzico di barba. Gli fece cenno con la mano di avvicinarsi. Forse vide nel ragazzo la figura di suo figlio che aveva salutato con le lacrime agli occhi prima di partire per la guerra. Pidrulìn fece qualche passo ma poi si fermò incerto e titubante, quasi pauroso. Il soldato zuavo ripetè il cenno con un sorriso. Il ragazzo allora, rincuorato, gli si avvicinò anche lui sorridente con gli occhi che brillavano tra sorpresa e meraviglia. Si guardarono un istante. Pidrulìn era confuso e non riuscì a dire una parola.
Lo Zuavo francese disse qualcosa che Pidrulìn non capì: “...garçon... mon fis!” Rimestò nello zaino e tirò fuori una coccarda con i colori della Francia e la pose nella mano del ragazzo stringendola con ambedue le sue forti mani. Pidrulìn non sapeva cosa fare: era confuso, impacciato, sorpreso. Come e con che cosa ricambiare? Ficcò le mani nelle tasche dei pantaloni. Al fondo di una trovò tre biglie di mattone colorate. Le cavò fuori e le mise nella mano amcora aperta dello Zuavo che le guardò. Le strinse nella mano e sorrise ancora.
In quell’istante eccheggiarono tre squilli di tromba. Il bivacco erra terminato. La lunga colonna si rimise in marcia.
Pierino Fumarco