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Intervista
Parla la casalese Silvia Sassone: «Vi spiego il successo della Cucina Italiana patrimonio Unesco»
Un’avventura professionale straordinaria
La Cucina Italiana patrimonio UNESCO: il racconto di un successo. Un’avventura professionale straordinaria culminata nel riconoscimento mondiale a Nuova Delhi. Un risultato ottenuto grazie a un lavoro di squadra promosso da Maddalena Fossati, direttrice del magazine La Cucina Italiana, che si è avvalsa della competenza di Silvia Sassone per la direzione strategica del dossier UNESCO che ha portato al trionfo del patrimonio culturale della cucina italiana nel mondo.
Come avevamo anticipato, Sassone – oggi milanese per scelta professionale con la sua agenzia di pubbliche relazioni Spoongroup– ha coordinato la candidatura a patrimonio immateriale dell’Umanità. Originaria del Monferrato, terra UNESCO a cui rimane profondamente legata, ripercorre con noi le tappe di questo percorso storico e offre una riflessione strategica sul futuro del nostro territorio. Di ritorno dall’incontro con il Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, ci illustra le fasi di questo progetto che ha unito l’Italia.
Ci pare di capire che tutto nacque durante uno dei periodi peggiori della nostra Storia...
A Milano dirigo un’agenzia di pubbliche relazioni specializzata in strategie di comunicazione e proprio nella primavera del 2020, per un progetto, avevo iniziato ad approfondire le tematiche UNESCO. In quello stesso periodo La Cucina Italiana, lanciava un appello per candidare la cucina italiana a patrimonio immateriale UNESCO e un amico dirigente di Condé Nast (casa editrice de La Cucina Italiana) mi mette in contatto con Maddalena Fossati. Durante il lockdown, a lei è venuta in mente l’idea della candidatura, partendo dalla constatazione di come il cucinare avesse rappresentato un momento di coesione e conforto per l’intera popolazione.
Come racconterebbe il cammino della candidatura?
Dalla prima call è emersa immediatamente una grande sintonia: Maddalena portava visione e energia, io metodo e struttura. Da qui è nato il dossier. Ho condotto un’analisi dei fattori critici di successo e insieme alla Fossati abbiamo identificato e costituito le comunità proponenti, ovvero realtà in grado di garantire l’aspetto culturale del progetto. È fondamentale comprendere che la cucina italiana non è semplicemente cibo: è un elemento culturale che rappresenta l’identità italiana nel mondo. Abbiamo individuato in Massimo Montanari, storico della cucina italiana, un partner autorevole e disponibile. Il primo step è stato la selezione e costituzione del comitato promotore, individuando le comunità che meglio rappresentano culturalmente la Cucina Italiana: l’Accademia Italiana della Cucina, la Fondazione Artusi e naturalmente La Cucina Italiana, che dal 1929 documenta l’Italia a tavola. Decisivo è stato l’apporto del professor Pierluigi Petrillo, Chair Professor della Cattedra UNESCO presso Unitelma Sapienza, che ha fornito un contributo determinante nella redazione del dossier.
Quale è stato il percorso verso il riconoscimento?
Un iter complesso e articolato. Nel 2022 ricevemmo una comunicazione dal Ministero della Cultura con parere negativo. Il cambio di scenario al governo ha però consentito una svolta, permettendoci di proseguire su un doppio sostegno ministeriale: Cultura e Agricoltura. Nel 2023 abbiamo riavviato formalmente il processo. Nel marzo 2024 la candidatura è stata ufficialmente confermata a Parigi sede UNESCO. Il mio ruolo è stato quello di project manager: ho coordinato il lavoro documentale e narrativo, e la mia agenzia ha realizzato anche il video allegato al dossier raccontando per immagini come la cucina italiana sia una pratica culturale condivisa e diffusa. Il riconoscimento nel 2025 ha generato un’emozione collettiva paragonabile a una vittoria ai Mondiali di calcio: tutti hanno collaborato verso un obiettivo comune e gioito dei risultati sentendosi parte coinvolta, inclusi grandi chef come Massimo Bottura, Antonino Cannavacciuolo, Davide Oldani e Carlo Cracco.
E adesso?
Il riconoscimento UNESCO non è un traguardo, ma un punto di partenza. Ora si devono sviluppare progetti strutturati per trasmettere correttamente questo patrimonio alle nuove generazioni. Il nostro gruppo di lavoro sta definendo un decalogo di linee guida operative, anche in considerazione del fatto che periodicamente l’UNESCO effettua verifiche sulle salvaguardie attuale a tutela del riconoscimento. Uno dei programmi su cui si lavorerà è l’ingresso di questi temi nelle scuole a tutti i livelli.
Parlando di UNESCO e tornando alle sue radici: quali opportunità vede per il Monferrato?
Per comunicare efficacemente progetti UNESCO servono competenze specifiche e una strategia consolidata. Sono profondamente legata al Monferrato e ritengo che questo territorio debba definire una visione strategica chiara, superando le frammentazioni e puntando sulla collaborazione. C’è un potenziale enorme ancora inespresso e troppo spesso sottovalutato. È necessario razionalizzare le numerose realtà associative presenti sul territorio e convergere su un progetto comune, con un soggetto proponente forte e credibile, obiettivi di immagine ben definiti e una strategia di comunicazione professionale. La parola chiave è: fare massa critica.
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