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Vita letteraria e culturale nel Monferrato dell'Ottocento

Nel magnifico volume pubblicato alla fine del 2006 dalla Cassa di Risparmio di Alessandria "Monferrato. I segni della modernità", Elio Gioanola e Dionigi Roggero tracciano un quadro, completo e documentatissimo, su "Vita letteraria e cultura artistica dalla rivoluzione francese alla scapigliatura" (pp.58-77), che riserva al lettore appassionato di cose casalesi e monferrine non poche sorprese. Quello che stupisce il lettore è la varietà, oltre alla ricchezza, della vita culturale e sociale che si svolgeva nella nostra città e nel Monferrato, messa bene in rilievo dai due autori, i quali fanno sfoggio di uno stile piano e scorrevole per la gioia di chi legge. Il saggio inizia con l'esposizione romanzata ed avvincente della vita del leggendario profeta al Mansur, il monferrino Giovanni Battista Boetti, nato a Piazzano, frazione di Camino, e morto come detenuto perpetuo in un monastero russo dopo straordinarie avventure belliche in Oriente e nel Caucaso. Sono stati scritti libri anche recentemente su quell'enigmatica figura di domenicano poliglotta e avventuroso senza che si sia potuto diradare le ombre che l'avvolgono. Un fatto è certo: il mounfrinòt bougia-tròp è diventato una leggenda, che il Gioanola e il Roggero espongono con dovizia di particolari. Per dar l'idea della vastità della documentazione, basti accennare alla trattazione di personaggi poco noti anche ai colti casalesi quali l'abate Francesco Bonardi, di Villanova, patriota eminente. Nobili quali Raimondo Gozzani dei marchesi di San Giorgio, che fu in rapporto con il Leopardi e con Antonio Ranieri, opuure l'avvocato Ferdinando dal Pozzo, conte di Castellino e San Vincenzo, nativo di Moncalvo, che fu in contatto col grande romanziere Stendhal, sono soggetti a valutazione seria e soddisfacente. Casale diede i natali al famoso architetto e archeologo Luigi Canina, del quale gli autori del saggio offrono una ricostruzione della vita, illuminando aspetti poco noti, ma di interesse estremo: spiegano infatti l'onore che gli fu fatto della sepoltura a Santa Croce di Firenze, tempio della civiltà italiana. Sono illustrati, poi, studiosi quali Giorgio Rivetta e i De Conti, ai quali la storiografia casalese tanto deve. Vengono messi in rilievo poeti quali Giuseppe Bertoldi di Fubine, e poligrafi estrosi quali l'alessandrino Carlo A-valle. Dopo aver trattato di illustri personaggi quali l'avvocato e fotografo Francesco Negri, inventore del teleobiettivo e della foto a colori (famose sono le sue lastre del bacillo di Koch, che provoca la tubercolosi), gli autori si soffermano su uno scrittore inglese, Samuel Butler, definito "un autentico innamorato dell' Italia, e in particolare del Piemonte", al quale andava particolarmente a genio, oltre al paesaggio del Monferrato, il grignolino. Il Butler, che faceva onore al suo nome ( in inglese significa "cantiniere" e deriva dal latino butticularius), ebbe una volta ad esclamare in italiano: "Il Padre Eterno fu certo di buon umore nel giorno in cui creò il famoso Grignolino". Il lettore trova anche descritti ambienti artistici, come quello del pittore Angelo Morbelli alla Colma di Rosignano, del quale facevano parte, tra gli altri, personaggi come Pelizza da Volpedo, con cui il Morbelli condivideva le idee socialiste (così risulta dalla corrispondenza fra i due). Il corposo saggio si conclude con l'accurato profilo degli Scapigliati casalesi (Giovanni Camerana) e monferrini (Federico Aime di Vignale e Ugo Iginio Tarchetti di San Salvatore). In particolare colpisce la figura del Tarchetti, morto a trentanni non ancora compiuti nel 1869, lasciando incompiuto il romanzo «Fosca», ristampato anche ai giorni nostri. Lo stimolante saggio del Gioanola e del Roggero mi ha spinto a rileggere le opere dello scrittore di San Salvatore e ho avuto modo di trovare delle riflessioni degne di nota e di attenta considerazione. In «Fosca» si legge infatti il seguente dialogo: "Il campanello di una mucca, che venne a pascolare sulla sommità della riva, ci riscosse da quell'assopimento. Quella bestia ci affissava con aria di stupita meraviglia; abbassava il capo, sbrucava una boccata d'erba, poi tornava a rialzarlo, e a guardarci. Ad ogni movimento della testa, il campanello che le pendeva dal collo mandava un suono sordo e malinconico. Fosca mi disse: « Perché mi guarda cosí? ». « Non so » io risposi sorridendo « guarda pure me». « Non però tanto fissamente. Ciò mi fa pena, non so il perché, ma mi fa una gran pena, ne ho quasi paura; mandala via, Giorgio, te ne scongiuro». E si nascose il volto tra le mani per non vederla. Io mi alzai e me le appressai un poco agitando un fazzoletto; ella si allontanò fuggendo, e facendo tintinnire la sua campana. « Credi che quella bestia sia piú felice di me? » mi chiese Fosca quando tornai a sedermele vicino. « Se il non aver affetti e passioni, il non aver coscienza di bene e di male può essere una sorgente di felicità, io credo che sí » dissi." Il dialogo è apparentemente innocuo, ma sostanzialmente è foriero di gravi conseguenze, perché mette in discussione le basi di ogni morale. La riflessione precorre di parecchi decenni la conclusione cui Henri de Montherlant, il grande scrittore francese del Novecento e accademico di Francia, giunge nel dramma Pasifae (1936): "Talvolta mi chiedo se l'assenza di pensiero , e l'assenza di morale, non contribuiscano assai a fare grande la dignità delle bestie, delle piante e delle acque" (trad. di L. Coppola). L'originale riflessione dello scrittore francese, che fu l'unico ad osare scrivere nel mondo moderno un dramma sulla madre del Minotauro, dando un'interpretazione nuova delle motivazioni del gesto della donna, fu dunque precorsa dal geniale scrittore monferrino dell'Ottocento. FOTO- Fosca

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Federico Nardi

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