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Palazzo Natta-Vitta

La lunga facciata, di oltre 50 metri, di palazzo Natta d’Alfiano in via Trevigi è scandita da alte finestre, a gruppi di due e tre, sovrastate da un timpano curvilineo e da una sottostante conchiglia stilizzata. L’elegante architrave sagomato, unito alle mensole di sostegno di uno dei due balconcini, racchiude un massiccio portale d’ingresso decentrato e sovrastato da una leggera rosta in ferro battuto con le iniziali incrociate del banchiere Vitta, che alla fine del Settecento aveva acquistato il palazzo, come ricorda nella Guida di Casale Idro Grignolio. “Nel 1796, celibe, moriva il Marchese Natta, lasciando un patrimonio di 5 milioni, enorme per quell’epoca. Eredi furono i Principi napoletani Galone delle Tre Case, parenti per via femminile. Da loro il banchiere Vitta comprava il palazzo, vicino al Ghetto, e lo faceva ulteriormente sistemare. Nel 1806 aveva partecipato al famoso Sinodo di Parigi ed era stato creato Barone dell’Impero. In questo suo palazzo - nella parte verso Via Balbo - si era fatto riservare un piccolo locale per il culto nel quale, ancora oggi, si può osservare, su un architrave accanto ad una finestra gotica occlusa, la scritta in caratteri ebraici «Ricordati che sei polvere e che in polvere ritornerai». In quell’occasione aveva anche fatto tappezzare di seta le pareti e qualcuno notò che per la preparazione dei muri, occorrendo carta da incollare, aveva messo a disposizione carta da macero: si trattava dei molti fogli dei suoi registri di contabilità delle somme che aveva prestato ad usura a numerosi casalesi; prestiti evidentemente estinti”. Resto di proprietà della famiglia ebraica fino al 1916, quando fu ceduto ad un prezzo di favore da Giuseppe Raffaele Vitta all’Ente Trevisio, perché potesse ampliare il confinante convitto. Il piano nobile era invece riservato all’apertura della Biblioteca e del Museo civico, al quale il ricco banchiere fece dono della preziosa quadreria di famiglia. L’edificio ha una pianta fortemente irregolare con una manica centrale di circa 15 metri che divide in due il grande cortile centrale. E’ particolarmente accentuato lo sviluppo longitudinale della costruzione e del terzo cortile, che si estendono per quasi 80 metri, occupando un intero isolato. FOTO: Panoplia del salone della musica, specchio dorato del budoir e manica lunga A tale proposito Grignolio osserva: “Non ne conosciamo il progettista (del resto il fabbricato ha avuto varie ristrutturazioni nel tempo); sappiamo solo che fu Giacomo II Natta, Capitano della Guardia Ducale degli Arcieri che, alla fine del ‘600, fece eseguire la prima omogenea sistemazione. Altri lavori fece eseguire la figlia Maria Maddalena, Contessa di Frassineto, celebre amante del Duca Ferdinando Carlo, prima del suo confino nel 1709 a Piacenza”. Poco dopo aggiunge: “Alla morte di lei (1744), il palazzo (con tutto il suo vasto patrimonio) era passato al nipote Giuseppe, il quale lo dotò di ampie scuderie (su disegno di Benedetto Alfieri) e ne fece ristrutturare gli ambienti (su disegno del Magnocavallo)”. Nacque lo scalone a doppia rampa e trovò la sua forma attuale il salone d’ingresso, con balconata, addobbi di trofei ed armature in cartapesta stuccata. Dionigi Roggero AL PIANO NOBILE - PANOPLIE E AFFRESCHI- ATTENTI A UNA INFILTRAZION D'ACQUA E’ un po un viaggio nella memoria quello che facciamo oggi a palazzo Vitta, memoria di quanto lo frequentavamo da ragazzini e allora era la biblioteca civica, “regnanti” Costanzo e Corsari, aleggiava ancora il passaggio di Pansa e prima di Pavese, e di quando un anno vi organizzammo come ‘Il Monferrato’ una mostra di antiquariato, in quel momento il palazzo era stato dismesso dal Comune e la regione lo aveva appena restaurato (molto bene) per destinarlo al Coreco, il Comitato regionale di controllo. Entrata da via Trevigi, austero portone sormontato da una rosta, piccolo porticato, un cortile colmo di macchine e dalle mura e decori un po’ fatiscenti (eufemismo). Nell’androne sul lato destro un cartello in marmo recita ancora “Gipsoteca Bistolfi”, retaggio di un magazzino pre museo. Lo scalone sulla sinistra è introdotto da un finissimo lavoro di ferro battuto. Saliamo, ci sono ancora i maniglioni di ottone che tenevano le nappe rosse del mancorrente. Saloncino e poi grande salone delle panoplie d’armi (oggi ufficio accoglienza del collocamento), in alto la balconata dell’orchestra. Sulla destra un salone che oggi potremmo chiamare della dirigente ricordiamo che qui si ammirava il polittico spagnolo oggi perla del Museo, più avanti altra sala-uffici, poi c’è una grande sala convegni da cui si ha una insolita visione della torre civica, poi si arriva a un budoir, dove brilla l’oro zecchino delle decorazioni, sulla destra manica lunga (una volta sul lato opposto alle finestre correva una biblioteca lignea), è spezzata da armadi-archivio. Tutto è affrescato dalla sapiente mano di Bernardino e Fabrizio Galliari (ad esempio nella galleria scene mitologiche e profili dei personaggi del mondo classico). Affreschi (e sovraporte) sono tuttora freschissimi, tranne quelli del salone dirigenziale che per un quarto lamentano danni per una infiltrazione d’acqua. In ogni caso un palazzo (ricordiamo che è in vendita ndr.) che in una Casale città d’arte potrebbe benissimo essere destinato a uso pubblico, un “contenitore” di pregio. Luigi Angelino