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“IL RITORNO DI GIOVANNINA”

Tra le pagine del libro “Il ritorno di Giovannina” trova spazio un fatto quanto meno difficile a credersi. L’evento è collocato dall’autore il 6 febbraio di un anno imprecisato, l’ora di sera inoltrata ed il luogo una piazza Castello come non siamo abituati a ricordare. Spoglia di ogni lampione ma con quella luce, lassù, poco sopra l’albergo Milano, che illumina la madonnina come un faro che si offre al marinaio in cerca di un porto sicuro. Ma sotto a quel faro, si legge, non attraccò nessuna nave, neppure dal vicino fiume. Dallo scricchiolio delle ruote si intuì trattarsi di una carrozza. Solo una carrozza, di quelle di una volta, che più che da un luogo parve subito chiaro provenire da un tempo. Per primo ne discese un distinto signore, di bell’aspetto nonostante la barba incolta; l’autore riferisce trattarsi di tale don Franco. Forse quel “don” rivela nobili origini, foss’anche solo di cuore. Pare che in vita il suo fisico fosse ben diverso, tanto provato dalla sofferenza e dalla dedizione alle sue cause, ma il “dopo”, si sa, sfugge alle regole, al punto che ci è concesso supporre che quel rinnovato aspetto riflettesse tutta la bellezza delle sue azioni passate. Non vengono citati fotografi o ammiratori in attesa. Però un anziano artista, di passaggio, intuì l’eccezionalità dell’evento, mise mano a carta e matita che portava sempre con sé e si avvicinò senza alcun timore. E iniziò a disegnare. Il cocchiere ebbe un sussulto. Lui non era abituato a stare dall’altra parte della penna. E neppure i suoi cavalli, se tali si potevano definire, erano lasciati al caso. In un certo senso, erano tutte sue creature. Li aveva modellati uno ad uno, in tanti anni, e aveva dato loro i nomi più strani… Bill, Guardacampo, Carugnèt… Alcuni non avevano neppure un nome. E non somigliavano neppure a cavalli. Ma trainavano "quella" carrozza, e tanto importava. Là davanti, un uomo enorme, un gigante si sarebbe detto, teneva a bada per lui gli animali. L’artista, con un groppo in gola, sussurrò appena… “Tino ?…” Lui annuì e, con discrezione, con un cenno degli occhi gli indicò la porta della carrozza. Un volto di donna fece capolino; i capelli bianchi, raccolti. Il don Franco porse la mano a quell’altra che stringeva con devozione un rosario e l’aiutò a scendere. L’artista, forte della sua età, alla vista di due occhialini tondeggianti non ebbe dubbi e riconobbe nella Tota Mansòn colei che, alla vista di quel faro, aveva ordinato l’approdo ad un porto sicuro. Il pittore, a differenza di costoro, andava soggetto alle emozioni terrene e, con grande rispetto, si propose a scaricare i bagagli. La Tota Mansòn, così conosciuta ma Giovannina di nascita, aveva però con sé solo un cesto di vimini, coperto da una piccola tovaglia a quadretti, che ben poco avrebbe potuto contenere, ma glielo porse ugualmente. Un artista non può resistere a tanta tentazione, e così diede uno sguardo fugace, sollevando il panno. Lei, forse perché rapita nello sguardo da quel faro che l’aveva guidata un’intera vita, o forse perché quella tovagliola null’altro chiedeva che di essere scoperta, lo lasciò fare. Ciò che l’uomo ne ebbe fu una breve frase, avvolta in una pergamena, ma una frase talmente grande che non gli sarebbero bastati altri ottantasette anni di vita terrena e tutta la carta al mondo per esprimerla con la sua pur eccelsa arte. Forse la carrozza ritornò da dove era venuta, forse tutto ciò che rimane del fatto è lo schizzo dell’artista, forse “Il ritorno di Giovannina” non è mai stato pubblicato o forse è stampato nel cuore di tutti coloro, specialmente donne, che hanno seguito i solchi lasciati da quella carrozza. Non racchiude morale questa piccola storia, ma solo una speranza: che quanto una penna o una matita hanno nel tempo creato possa continuare ad ispirare nuove forme di bene atte ad attrarre le genti nei giorni a venire. (“Ogni forma di bene mi attrae” fu il motto di Giovannina Mazzone)

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Barbara Marini

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