C’è un giornale, “Avvenire”, che è da qualche tempo impegnato in una battaglia, una “battaglia di civiltà”, contro il gioco d’azzardo e il proliferare delle sale gioco nelle nostre città. Anche la Diocesi di Casale, attraverso i servizi per la pastorale della cultura, dei giovani, della scuola e delle comunicazioni sociali, ha risposto a quello che Alberto Baviera (responsabile ufficio diocesano comunicazioni sociali) ha definito «un crescente interesse da parte delle istituzioni, della stampa e del mondo dell’associazionismo» organizzando una serata, giovedì scorso, dal titolo “Il ‘legale’ illegale: l’azzardo non è un gioco” con ospite il direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio.
In apertura, Riccardo Calvo ha posto il problema in termini piuttosto chiari partendo dal parallelo con la vicenda Eternit: «Noi casalesi abbiamo conosciuto una forma di inquinamento oltreché ambientale anche culturale e spirituale. In Italia avviene una cosa identica: perché una pratica “illegale” è dichiarata legale, essa diventa cosa normale e moralmente indifferente». E su questa scia si è inserito proprio Tarquinio: «Il nostro, è un paese che parla sempre di liberalizzazioni, ma è anche un paese nel quale le liberalizzazioni vere sono difficili da fare. Ma c’è un settore, quello del gioco d’azzardo, nel quale la liberalizzazione è stata semplicissima». Quella che “Avvenire” ha inaugurato, è stata definita da Tarquinio come una «battaglia contro i mulini a vento» possibile solo grazie all’editore del giornale. Il problema, ha sottolineato il giornalista, è quello della trasparenza: «Noi non siamo proibizionisti, ma deve esistere una possibilità di verifica su queste attività. Siamo passati da 15 miliardi di euro di giocate a oltre 70 miliardi con un picco, nel 2012, di quasi 100 miliardi». La battaglia ha di certo raggiunto un risultato: «È finita l’ipocrisia del nascondere che esiste una malattia da gioco d’azzardo».
Ma quali possono essere le soluzioni? Numerosi erano nell’auditorium San Filippo i sindaci presenti (tra cui il casalese Giorgio Demezzi) desiderosi di capire come poter arginare il problema: innanzitutto, ha ricordato Tarquinio, c’è il «limite pensato dal Ministro Balduzzi (presente in sala, ndr) di alcune centinaia di metri dai luoghi di aggregazione. E’ il limite osteggiato con più forza e questo mi fa pensare che sia una misura corretta».
«Io sarei anche per proibire totalmente la pubblicità di questo tipo di attività – ha continuato – compresi i servizi dei tg sulle mega-vincite alle lotterie: si fa passare il messaggio secondo cui la soluzione dei problemi può essere affidata a un caso fortuito». Ecco, dunque, il problema principale: «Occorre che la gente apra gli occhi e aiuti gli altri ad aprirli. Occorre saper riconoscere eticamente i locali “puliti” da macchinette: se devo prendere un caffè lo vado a prendere nel bar che ha resistito nel non mettere le slot. Non c’è da essere eroi, ma solamente cittadini coraggiosi».
Michele Gozzelino di Libera ha snocciolato alcuni dati sul fenomeno ponendo il problema della legalità (il 13% del fatturato della criminalità organizzata proviene dal gioco d’azzardo) e proiettando, infine, un video realizzato dalla II B del Liceo Classico Balbo.
Sulla dimensione locale che la lotta alle sale slot deve assumere, si è espresso anche Renato Balduzzi: «La battaglia si vince sul territorio. Possiamo mettere tutte le regole che vogliamo ma, ad esempio, il gioco online è imprendibile: ecco perché è, prima di tutto, una battaglia culturale».
Chiusura di serata, invece, al vescovo Alceste Catella il quale ha portato il discorso sul versante della dimensione educativa dei giovani. Partendo dalla lettura di alcuni passi del documento Cei “Educare alla vita buona del vangelo”, il presule ha concluso: «Educare non vuol dire “fa’ questo, non fare quello”, ma “facciamo insieme”. Educare è responsabilità. Ma è anche lavorare insieme, perché non si può educare senza reti educative. Appassioniamoci nel riscoprire l’educazione».