l’iscrizione perduta del mosaico dei duellanti
e un passo dell’Inferno di Dante
Il mosaico del deambulatorio del Duomo, denominato "Il duello", rappresenta un'esercitazione tra due giovani Templari, come ho cercato di dimostrare in un precedente articolo ("Il Monferrato", 5 dicembre 2006, p.19).
Il disegno del Mella (v. illustrazione) presenta a sinistra una iscrizione, che è andata persa nella ricollocazione del mosaico. Comello e Ottolenghi, nel loro libro sui mosaici (1917), a p. 16 affermano che "le lettere, disposte in quattro linee TO-SC-A-NA, già scritte dietro il duellante di sinistra, non danno un senso".
L'unico studioso, a mia conoscenza, che ha cercato di trovare in esse un significato è stato Angelo Coppo, il quale ha interpretato la scritta come un' e-spressione del dialetto casalese: "tö, scana!" (to', scanna). Il duellante di sinistra, in atteggiamento aggressivo, con "tö" esprime il colpo che sta per vibrare; lo scana "è una sfida ironica rivolta all'avversario per beffeggiarne la bravura" (Rendic. Pontif. Accad. Rom. Arch., 1965-66, p.257). Ma non si tratta di un vero duello come nel mosaico di Vercelli, nel quale ho riconosciuto a sinistra re Artù barbuto e a destra l'Orgoglioso nella versione del Tristano di Thomas di Britannia (del 1170 ca.) che si insultano a vicenda ("Fellone!"- "Folle!" Se ne veda l'illustrazione nel mio articolo succitato). Perciò potrebbe trattarsi di un avvertimento dell'istruttore all'allievo: to scana.
La scritta è in italiano, ricalcata sul latino tolle scanam = "prendi la scana". Cioè: "sta in guardia, perché sto per attaccare."
Con la "scana" si indica la spada che il maestro ha in mano e con la quale, avvisa, sta per sferrare un affondo, che ricorda un'espressione del primo atto del Cirano di Bergerac di Edmond Rostand: "A la fin de l'envoi, je touche" ("Giusto alla fin della licenza io tocco").
Il raro termine deve essere di derivazione germanica, come si deduce dal verbo gotico "sakan", che significa "disputare, contendere". Ora, l'iscrizione del nostro mosaico trova una stupefacente concordanza con un passo dantesco.
Nel canto trentatreesimo dell'Inferno, quello noto come il canto del conte Ugolino, leggiamo infatti la stessa parola: "In picciol corso mi parìeno stanchi / lo padre e' figli, e con l'agute scane /mi parea lor veder fender li fianchi" (vv. 34-36). I commentatori moderni di Dante interpretano "l'agute scane" come "le zanne aguzze" dei cani, che Ugolino vede in sogno. Un antico commentatore, il Buti (sec. XIV), dice: "scane sono li denti pungenti del cane, ch'elli ha da ogni lato coi quali elli afferra".
Il Poeta, però, usa altrove di norma il termine «sanna», come fa notare nel suo celebre commento il Sapegno, il quale osserva che il raro vocabolo «scana» è etimologicamente ben distinto da «sanna» ( forma toscana di zanna, che deriva, si noti, dal longobardo zann=dente; cfr. il tedesco moderno Zahn=dente).
Le scane nel passo dell'Inferno sono dunque i denti dei cani inseguitori del conte Ugolino e dei suoi figli, intesi come lame acute di spade che fendono i fianchi delle vittime.
L'iscrizione del mosaico casalese, anteriore di un secolo rispetto alla Divina Commedia, oltre ad arricchire il lessico italiano serve a precisare il significato di un termine e a rendere meglio l'atmosfera del famoso passo dantesco. I mosaici casalesi non finiscono davvero di stupire.
Olimpio Musso