Convalidati gli arresti di martedì notte: uno solo resta in carcere, misure restrittive per tutti gli altri sei
di b.c.
Tra ieri e oggi si sono svolte le udienze di convalida degli arresti operati da carabinieri e Polizia nell’ambito dei tafferugli scoppiati martedì sera nei pressi di salita Sant’Anna.
Il primo a comparire davanti al giudice unico Enrica Bertolotto e al p.m. Valeria Fazio, il magistrato capo della Procura che si occupa del caso, è stato mercoledì mattina Antonino Infantino. Il giovane ultras arrestato dalla Polizia con l’acciusa di resistenza a pubblico ufficiale, era assistito dall’avv. Giorgio Grangia.
Accogliendo le richieste della pubblica accusa il giudice unico ha convalidato l’arresto, mettendo subito dopo in libertà il ragazzo con una serie di limitazioni. Gli è stato imposto l’obbligo di dimora in città, il divieto di uscire di casa dalle 20,30 alle 8 del mattino successivo e di frequentare le zona di salita Sant’Anna e piazza Venezia. Il processo per direttissima è stato poi fissato per il 17 dicembre prossimo.
Analoghi provvedimenti sono stati adottati il giorno succesiivo per gli altri arrestati: Dario Lanati, Leonardo Geraci, Luca Manachino, i marocchini Abdeslam Belhallà, e Karim Gagua, e il senegalese Alioune Ndaye.
Di questi è stata disposta la custodia cautelare in carcere solo per Abdeslam Belhallà, il quale risulta avere già avuto precedenti denunce per reati vari: furto, lesioni, violenza privata, rapina danneggiamento. Il giudice Bertolotto ha accolto le richieste avanzate dalla dott. Fazio.
Per gli altri cinque - assistiti dagli avvocati Stefano Bagnera, Danilo Cerrato e Andrea Rossignolo - stesse restrizioni adottate per l’Infantino: obbligo di dimora, divieto di uscire di casa dopo le 20,30 (dopo le 22,30 per Ndaye visto che deve gestire il bar) e di frequentare le zona di salita Sant’Anna e piazza Venezia. Il processo, anche in questo caso, per direttissima è fissato per il 17 dicembre.
Davanti ai giudici avrebbero fornito dichiarazioni discordanti. Il barista senegalese avrebbe detto di essere andato sul posto da solo per vedere di farsi pagare il danno subito in seguito alla rottura della vetrata. Versione diversa da quella sostenuta da Abdeslam Belhallà il quale avrebbe dichiarato di aver accompagnato il senegalese che la sera prima aveva preso le sue difese.
I tre monferrini si sarebbero difesi sostenendo che passavano di lì per caso e sarebbero intervenuti vedendo Belhallà, che conoscevano, scappare di corsa.