Antonio Rezza o lo ami o lo odi, ma una cosa bisogna ammetterla: ha una sua “visione” e il coraggio di percorrere una strada su cui non molti oserebbero avventurarsi.
E l’inserimento del suo spettacolo nel cartellone del Teatro Municipale di Casale è una felice decisione con un significato propriamente culturale, in quanto ha consentito al pubblico casalese di conoscere un modo nuovo e diverso di fare teatro, in piena sintonia - del resto - con lo spazio che la stagione riserva allo “Stile Libero”.
Teatro virtuosistico e totalmente assurdo; solo la sua personalità (artisticamente) surreale può dar corpo a un’arte scenica così... “border”.
Provocatorio, dissacrante... Rezza è un genio del nonsense ed è un vero funambolo della parola.
Ma è anche uno che lavora davvero sodo perché tenere in piedi uno spettacolo come “FRATTO_X” andato in scena martedì sera al Teatro Municipale, è roba da veri istrioni.
Due teli e tante idee, poche sapienti luci che aggiungono senso a semplici strisce di stoffa che si trasformano di scena in scena, diventando personaggio con i personaggi...
Sono alcuni degli ingredienti dello spettacolo che porta la firma di Rezza e di Flavia Mastrella - con un Ivan Bellavista che è una spalla straordinaria, per sintonia e giusto livello di “presenza-evanescenza” in scena.
Una serie di dialoghi che dialoghi non sono - visto che è lo stesso Rezza a dare voce ai vari “personaggi” i quali (surrealmente) ne appaiono consapevoli - e così, da un lato questi scambi di battute demoliscono il meccanismo classico del teatro, dall’altro lo vivificano, riproponendo nella cornice insensata dell’«habitat» di “FRATTO_X” l’illogicità delle tante situazioni a cui ci abituiamo - giorno dopo giorno - e che insidiano il nostro vissuto a causa di un approccio spesso irriflessivo con la quotidianità.
Tanto per fare un esempio le serie tivù (“serie” si fa per dire... ovviamente, gli “episodi” sono più una sorta di esasperazione dei miniromanzi di Bontempelli) che Rezza porta in scena definendole “coproduzioni” con «i 40 milioni di deficienti che ancora guardano la televisione».
Ma anche - più nell’intimità - la ridicolizzazione delle incomprensioni di coppia che ripropongono con splendida spietatezza il lessico e il clima psicologico tipico e trito delle situazioni di “incomunicabilità” fra coniugi.
E quando ci viene voglia di litigare basterà ripescare nella memoria i battibecchi demenziali di Rezza per sentirsi immediatamente liberati da qualunque intenzione ostile.
E poi i “costumi” anche quelli improbabili, insensati, la scenografia assente, con la concessione giusto di qualche allusione scenografica attraverso la manipolazione dei teli.
E così per i personaggi... uomini che fanno le donne, e una specie di manichino vagamente antropomorfo, che sembra inventato da un qualche De-Chirico-bimbo-scemo e che si muove a caso in palcoscenico su una macchinina radiocomandata.
Insomma è persino difficile trovare le parole per definire l’incantevole performance (sperimentale... d’avanguardia?) di Rezza, perché i moltissimi aggettivi che ti affollano la mente vanno tutti bene ma nessuno è sufficiente. Alla fine - personalmente - se dovessi sceglierne uno e uno solo, userei semplicemente la parola “intelligente”.
Intelligenza declinata - come sempre accade con questa straordinaria facoltà così meravigliosamente umana - in mille forme: l’irriverenza, l’originalità, l’ironia, la perspicacia, il paradosso...
Il pubblico del Municipale apprezza e se la ride (a crepapelle) per l’intera serata, tributando al pazzo Rezza un applauso prolungato ed entusiasta.