Roberto Coaloa dedica una “lectio” a Giovanni Lanza.
Riprenderanno domenica 19 settembre al Villaggio del Libro di Frassineto Po, dopo la consueta pausa estiva, gli appuntamenti culturali del Festival Permanente
Palazzo Mossi, infatti, riaprirà nuovamente le porte delle sue splendide sale ottocentesche per accogliere in questa ultima domenica d’estate il noto storico e giornalista Roberto Coaloa.
Sotto le volte della Sala dei Putti, alle 17.30, si svolgerà l’incontro dal titolo “Giovanni Lanza (1810-1882) e la nuova politica del Piemonte risorgimentale” con Roberto Coaloa, introdotto dal senatore Angelo Muzio.
Roberto Coaloa insegna all'Università statale di Milano. Dal 2002 scrive per le pagine culturali del Sole-24Ore, occupandosi di storia, in particolare del Risorgimento e della Prima Guerra Mondiale. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Da Plombières alla Seconda guerra d'indipendenza. Il rapporto tra Napoleone III e Vittorio Emanuele II, corrispondenze e antagonismi (2009), Dall’idea di un regno dell’alta Italia alla guerra nazionale per un’Italia libera. Il ruolo dei volontari nella prima e seconda guerra d’indipendenza (2009), La classe politica dell’«altro Piemonte» alla vigilia dell'Unità d'Italia. Giovanni Lanza, Filippo Mellana e Urbano Rattazzi (2008).
Quello che segue è una sintesi della relazione che terrà Roberto Coaloa a Frassineto.
È passato quasi inosservato un importante anniversario: il bicentenario della nascita di Giovanni Lanza,
Giovanni Lanza nacque a Casale Monferrato, il 15 febbraio 1810 e morì a Roma il 9 marzo 1882. È noto soprattutto come Presidente del Consiglio dei Ministri (18 novembre 1869-25 giugno 1873). Insieme al “prussiano” Sella, Lanza fu il protagonista della conquista di Roma, ricordata anche come “la presa di Roma” (20 settembre 1870), che unì la città al Regno d’Italia di Vittorio Emanuele II e decretò la fine dello Stato pontificio e del potere temporale del papa. Nel 1871, la capitale d’Italia fu trasferita da Firenze a Roma.
LA PRESA DI ROMA
Nino Bixio gli scrisse: «Tu meritavi di condurci a Roma».
Dal 1867, dopo gli sconcertanti fatti di Mentana, i francesi rimasero a Roma per sostenere lo Stato pontificio. Era la Francia di Napoleone III a proteggere il papa. Eugène Rouher, il potente ministro di Napoleone, “le Petit” (per dirla con Victor Hugo), dichiarò al parlamento francese: «que l’Italie peut faire sans Rome; Nous déclarons qu’elle ne s’emparera jamais de cette ville. La France ne supportera jamais cette violence faite à son honneur et au catholicisme». Fu Lanza a rispondere alla prepotenza francese, dichiarando, il 9 dicembre 1867, nel discorso di insediamento alla presidenza della camera dei deputati, che «siamo unanimi a volere il compimento dell’unità nazionale; e Roma, tardi o tosto, per la necessità delle cose e per la ragione dei tempi, dovrà essere capitale d’Italia».
Alla fine del 1869, Lanza divenne il nuovo capo del governo del Regno d’Italia. Con fermezza, approfittando della débâcle del Secondo Impero di Napoleone III a Sedan, Lanza decise la spedizione militare che strappò la città di Roma al papa. La conquista di Roma fu l’evento finale del Risorgimento. La famosa breccia di Porta Pia, dalla quale entrarono vittoriosi i bersaglieri nella città eterna, fu celebrato nel 1905 con il primo film proiettato pubblicamente in Italia: “La presa di Roma” di Filoteo Alberini, uscito il 20 settembre per commemorare l’azione.
LANZA, PROTAGONISTA DELLA CLASSE POLITICA PIEMONTESE.
Prima di quella storica impresa, Lanza fu il protagonista indiscusso dell’ascesa di una nuova classe politica nel Piemonte risorgimentale. Lanza, infatti, fu tra i protagonisti dell’Associazione agraria, di cui fu anche segretario. Nel suo diario, a proposito di quegli anni di noviziato politico, si legge:
Era sorta controversia fra il Governo austriaco ed il piemontese sul passaggio dei Sali, che da Genova s’inviavano alla Svizzera. Pretendeva l’Austria che un vecchio trattato del 1751 proibisse quel commercio; osservava il Piemonte che il semplice transito non fosse un commercio attivo. L’Austria, non potendo vincerla, raddoppiò il dazio sull’importazione dei nostri vini in Lombardia. L’Associazione agraria prese a trattare a fondo cotesta questione e un primo articolo uscì nella Gazzetta Agraria, giornale ufficiale dell’Associazione. L’articolo fu esaminato attentamente dalla Direzione, della quale facevano parte il marchese Cesare Alfieri, il Boncompagni, il conte Camillo Cavour ed io, che n’era l’autore. Dopo lunga e viva discussione, specialmente per ammettere o non la frase: “l’Austria bruscamente raddoppiò il dazio del vino”, finalmente l’articolo fu approvato qual’era e stampato. Esso produsse nel pubblico un’impressione alquanto viva; fu seguito da altri: la lotta era aperta.
A questa lotta prese parte il re con una nota pubblicata il 2 maggio 1846 nella Gazzetta Ufficiale, dove si parlava dell’Austria e della sua “rappresaglia”. Francesco Predari osservò: «E fu allora che Carlo Alberto, per ribadire il colpo dato all’Austria, stringeva un nuovo trattato di commercio colla Francia, largo di vantaggi a questa e gravido di molti imbarazzi finanziari per l’Austria, colla significazione politica di mostrare di quali alleanze, ad ogni evento, potesse il Piemonte disporre».
Fu proprio Giovanni Lanza, «quel moro dai grandi occhioni», come lo chiamerà più tardi Vittorio Emanuele II, a lanciare un significativo grido di «Viva l’Italia!» nel congresso agrario di Casale. «Non sono entrato a far parte della associazione – aggiungeva Lanza a commento di quel famoso grido – col solo scopo di migliorare la coltivazione dei cavoli».
Il momento d’unione di politici come Lanza e Rattazzi, futuri presidenti del Consiglio, si ebbe nel Congresso Agrario del 1847.
Tra i vari “brindisi” pronunziati nel solenne banchetto dato dal Comizio di Casale, il 2 settembre 1847 (quarta giornata del Congresso), spicca quello di Giacomo Giovanetti:
Fra i vantaggi dell’Associazione Agraria, il massimo, cred’io, è quello di fare che le nostre Province separate da uno spirito antico di municipalismo e di segregazione feudale, imparino ad apprezzarsi a vicenda, mercè gli annuali congressi, a mettere in comune e lumi e desiderii, a rivelarsi le rispettive condizioni, a cercare d’accordo di migliorarle, e di condursi così a quella concentrazione di cognizioni e di poteri, che rifluendo armonicamente sovra tutto lo Stato ne assicura e promuove il bene universale; e soprattutto raccoglie intorno al Trono tutti i sudditi come figliuoli riconoscenti pieni di fiducia e disposti ad ogni maniera di sacrificii, anche della vita, per secondarne le intenzioni magnanime e sostenere la dignità, che è inseparabile da quella della nazione (…). Il nome della nobile ed antica Capitale del Monferrato, quello del suo operoso ed intelligente Comizio saranno pure inscritti a caratteri d’oro nei fasti della nostra Associazione, e li recheremo con noi eziandio profondamente scolpiti in cuore. Noi ripenseremo sempre con gioia all’unione ammirabile e sincera, che qui abbiamo rinvenuta del Sacerdozio, santo egualmente nelle intenzioni e nelle opere: del Patriziato, illustre quanto generoso e consapevole della forza che attinge frammischiandosi con noi: del Popolo, che si mostra per ogni verso degno di essere coadiuvato al conquisto di quella civiltà, che è condizione intrinseca della moralità e di una convivenza soddisfacente ed onorata.
Noi proporremo ad esempio quest’ammirabile e sincera unione nelle nostre Province, affinché se all’ora della gioia succedesse quella dell’azione, noi possiamo contare con fiduca sull’unità e sulla potenza del sentimento nazionale, e metterla colla speranza di buon successo ai piedi del Comun Padre e Sovrano, come gli antichi Romani e quelle generose matrone ne’ supremi momenti soleano con alacre gara deporre i più preziosi oggetti nel pubblico erario.
Viva l’Associazione! Viva la nobile e generosa città di Casale! Viva il suo benemerito Comizio!
Il congresso agrario di Casale rivelò l’animo patriottico di Carlo Alberto e destò grandi speranze tra gli italiani. Gli effetti non tardarono a manifestarsi. Il 29 ottobre 1847, il re pubblicò nella Gazzetta Piemontese la promessa di riforme, che furono realizzate. Si creava un nuovo ordinamento del Consiglio di Stato, come corpo consultivo. Inoltre si concesse più libertà alla stampa.
Sorsero in quegli anni, fra gli altri, Il Risorgimento, diretto da Cavour, La Concordia, fondata da Lorenzo Valerio e Domenico Berti, e L’Opinione, fondata da Lanza e Giacomo Durando. Lanza osservò: «Tutti questi giornali propugnavano chi più, chi meno, la tesi di Cesare Balbo: Unum porro est necessarium; l’indipendenza d’Italia».
L’agricoltura, come il dibattito economico sul “tessile”, innescato da Romagnosi e Giovanetti, era abbandonata per la politica.
Lanza, nel 1848, è eletto come deputato di Frassineto al Parlamento subalpino. A partire da questo momento, fino al 1882, anno della morte, Lanza eserciterà ininterrottamente l’attività parlamentare, dalla I alla XIV legislatura, partecipando sempre alle attività delle Camere dei deputati, del Regno di Sardegna prima, del Regno d’Italia poi. Silvio Spaventa, non a caso, ha potuto individuare nell’azione parlamentare svolta da Lanza nel decennio di Cavour le prove dell’acquisizione da parte del politico casalese del metodo e dello stile propri della classe dirigente liberale moderata.
Come Rattazzi e Mellana, Lanza fu legato alla famiglia dei Leardi, in particolare di Clara e Luigi, i cugini del celebre viaggiatore Carlo Vidua. La corrispondenza d’intenti è riscontrabile nell’ambito dell’istruzione, che unisce le idee pedagogiche di Vidua a quelle della nuova élite politica piemontese. Nel Regno di Sardegna, Lanza fu il propugnatore delle scuole tecniche. Il 19 novembre 1855, Lanza ebbe l’incarico della pubblica istruzione nel ministero Cavour (carica che tenne fino al 1858). La realizzazione del primo Istituto tecnico a Casale Monferrato fu possibile anche per le strette relazioni tra le famiglie Leardi e Lanza. Non a caso, la contessa Clara Leardi scelse come esecutore dei suoi ultimi voleri proprio il fratello del ministro Lanza, Carlo, priore del collegio dei causidici di Casale.
L’opera di Lanza alla pubblica istruzione è esemplare per illustrare il profondo legame che univa in lui, ed in genere nel liberalismo moderato, il pensiero e l’azione, la teoria e la prassi politica.
LA GUERRA DEL 1859 PREPARATA DA LANZA.
«La più bella impresa dei tempi moderni» cominciò sulle rive del Ticino nella primavera del 1859. Così la descriveva Cavour. Il suo ministro delle finanze, Giovanni Lanza nelle Reminescenze si diffonde a descrivere tutte le operazioni degli eserciti combattenti, colla compiacenza di chi esulta nell’intrattenersi a discorrere dei tempi più belli dell’epopea nazionale e pare che si senta ringiovanire nel rammentarli.
A rileggere le pagine di Lanza si resta sbalorditi da quella avventura, che non pareva vera allora. Nella stessa espressione di Cavour c’era un tocco di retorica, tuttavia, non va dimenticato che il Risorgimento è sempre stato riconosciuto dalla storiografia internazionale come uno dei capitoli più significativi della Storia dell’Ottocento. Per Cavour l’unità italiana era stato il desiderio dei suoi anni giovanili. In più di un’occasione il conte ricorda la sua passione civile: in una lettera racconta di un suo sogno da ragazzo, quello di risvegliarsi primo ministro del Regno d’Italia; in un’altra lettera descrive quei giorni cruciali del 1859, dei «nostri anni giovanili», volendo dire che il sogno era stato collettivo, apparteneva ad un’intera generazione, a più generazioni, perché dietro di lui, già cinquantenne, c’erano i nuovi ventenni che si arruolavano nelle fila dell’esercito sabaudo, seguivano il generale dalla camicia rossa e i suoi “Cacciatori delle Alpi”, attendevano, nelle regioni lontane dal teatro di guerra, l’occasione di una rivolta popolare. Contrariamente a una tesi che trova ancora oggi i suoi sostenitori, e che considera il Risorgimento una questione che ha riguardato una ristretta élite, se non, addirittura un uomo solo al comando (Cavour, ad esempio), è corretto, sulla scia dei recenti studi di Alberto Mario Banti, Paul Ginsborg e Lucy Riall, sostenere che il Risorgimento è stato un movimento “di massa”: il movimento politico che ha avuto come fine la costituzione nella penisola italiana di uno stato nazionale ha visto la partecipazione di decine di migliaia di persone, e accanto a loro altre centinaia di migliaia che hanno sostenuto tale movimento con trepidazione. Il numero dei volontari alle guerre d’indipendenza italiana è notevole, come pure le persone che parteciparono a spontanee dimostrazioni popolari in favore del re o dei suoi alleati.
Significativa ci appare la testimonianza di Giovanni Lanza, che il 17 ottobre 1858 assunse il dicastero delle finanze del Regno di Sardegna. Tale posizione è importante perché fu fondamentale nel preparare lo sforzo economico richiesto dalla guerra imminente.
Lanza operò alacremente per ottenere i soldi necessari alla guerra; fece un memorabile discorso nel Parlamento subalpino il 4 febbraio 1859 e poi contrattò il prestito con banche internazionali, come la casa Rothschild, invano. C’è un carteggio tra Lanza e il suo inviato a Parigi, il marchese Monticelli, che testimonia il grande lavoro svolto dai politici piemontesi all’estero.
Lanza decise di aprire una pubblica sottoscrizione all’interno. È lo stesso Lanza a ricordare quel riuscito tentativo patriottico: «L’atto era alquanto arrischiato, sia sotto l’aspetto finanziario, sia, e più ancora, sotto l’aspetto politico, ma si faceva a fidanza col sentimento nazionale, non solo del Piemonte, ma anche d’altre parti d’Italia; e si vedeva che riuscendo, si otteneva dalla nazione una dimostrazione politica della sua volontà di guerra.
Il primo di marzo fu aperta la sottoscrizione per un milione e mezzo di rendita, riservando egual somma per le case bancarie che avessero sottoscritto per 50.000 lire di rendita; e ciò si fece onde interessare a sostenere il tasso della rendita. Il prezzo d’emissione fu fissato in lire 79.
L’affluenza dei sottoscrittori fu tale, che fu di molto superata la cifra richiesta e, fatto notevole, fu grande il numero degli acquisitori di rendita da 5 a 20 lire. Questo felice risultato ed il concorso di parecchie Banche d’altri parti d’Italia, specialmente di Toscana, valsero non solo a rassodare il credito, ma a palesare pure l’accordo del popolo italiano e del governo di Vittorio Emanuele nel momento che stavasi per incominciare la guerra».
Roberto Coaloa
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In questa pagina il monumento a Lanza ai giardini di Casale; quadro di Lanza e lapide ricordo a palazzo San Giorgio (foto Angelino)