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Intervista
«Albero, presepe e chiesa in crisi»
Parla Maurizio Scandurra, giornalista e scrittore
L’albero di Natale è un simbolo cattolico o pagano? È un dibattito che si trascina da anno tra chi sostiene la non appartenenza dell’albero alle nostre tradizioni cattoliche e chi, invece, sulla scorta degli insegnamenti conciliari, lo ritiene un simbolo cristiano da affiancare al presepe. Anche al santuario di Crea ha fatto capolino l’albero di Natale. Se n’è accorto anche il giornalista cattolico e saggista Maurizio Scandurra, cittadino onorario di Montiglio.
Scandurra, che cosa succede?
Il problema non è l’oggetto in sé, ma piuttosto la lettura che di esso potrebbe avvenire. Magari scambiato per un simbolo cristiano, a differenza del presepe: ospitato a Crea nella cappella laterale ove c’è il Cristo del Bistolfi, peraltro coperto per fargli posto. Sarebbe stato più opportuno il contrario, o che l’abete illuminato avesse trovato spazio sul piazzale esterno.
Che interpretazione dà di questo?
L’immagine dell’albero “axis mundi” fra il Cielo supremo sede della Divinità, specificamente la stella polare richiamata dall’omologo puntale e la Terra, ha origini antiche e ricorre in diverse religioni. Al massimo può donare un sorriso a un bambino, ma è altresì diffusa una secolarizzazione anche in seno a un cattolicesimo oggi più che mai in palese affanno.
E a Crea, come l’hanno presa?
Con il rettore, mons. Mancinelli, dopo anni, ci siamo ritrovati casualmente insieme in chiesa proprio il 24 dicembre. Con don Francesco c’è un ottimo rapporto: abbiamo persino riparlato di una campana basilicale che ho fatto fondere tempo fa per il santuario, ma che, per motivi indipendenti dalla volontà di entrambi, al momento è ancora fluttuante in attesa di trovare collocazione.
La fede, secondo lei, che piega ha preso?
La chiesa ama soffermarsi più su questioni come il varo del nuovo Messale Romano, mentre tace da tempo nel ricordare ai fedeli l’esistenza del maligno. Non una parola neppure sui Dpcm che stravolgono le funzioni, persino annullandole contrariamente al terzo comandamento che ricorda proprio di santificare le feste. Parla poco di carità e mense dei poveri. Silenzio assoluto sul preoccupante fenomeno della carenza di vocazioni, imputabile a un clero sterile nel saper affascinare i giovani alla vera ricerca di Dio.
Condivide l’operato di papa Francesco?
A Sua Santità rivolgo l’invito a essere meno ammiccante: c’è il rischio che il cristiano passi per un demodé, un anacronista. Ed evitare così pericolosi fraintendimenti nel rapporto tra l’infallibilità delle Scritture e la fallibilità del mondo: con il secondo chiamato ad adeguarsi alle Prime, e non certo il contrario, come alle volte può trasparire.
Un pensiero sulla pandemia in corso?
Solo la carità ci salverà dal Coronavirus. La “regina delle virtù”, come dice san Pio da Pietrelcina. In essa l’uomo si fa divino come il Padre realizzando così quella “Theosis” o “deificazione” possibile solo a chi mette in pratica la sua Parola. Il Paese ne ha mirabili esempi.
A chi si riferisce?
Al cavalier Carlo Olmo, l’uomo che ha commosso l’Italia intera ai tempi del Covid. Perfetta personificazione del motto d’annunziano “Io ho quel che ho donato perché nella vita ho sempre amato”, con il suo prodigo paradigma di altruismo costante e sincero questo illuminato, straordinario mecenate vercellese ha affermato, soprattutto con i fatti, la più grande verità: “Dobbiamo imparare a portare il nostro cuore e a farlo battere”. Sia questo l’augurio per un buon 2021.
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