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  • 08 gennaio 2013
  • Casale Monferrato

Tre delitti irrisolti nel triangolo della morte

Nell’immediatezza del fatto sembrava un caso che si sarebbe chiuso in pochissimo tempo. Ma così non è stato e, a distanza di vent'anni, l’assassino di Antonella Guarnero, la trentenne impiegata di Castelletto Merli uccisa la notte di Capodanno 1993, non ha ancora un nome. L’impiegata della Cold Car - da sei anni lavorava come centralinista nell’azienda di Occimiano - aveva atteso con un gruppo di amici l’arrivo del nuovo anno in un ristorante di Roncaglia. Poi verso le 2,30 la comitiva si era divisa e Antonella, con alcuni amici, si era recata in un bar di Casale. La soluzione di quel delitto sta tutta nel buco di circa cinque ore di quel tragico 1° gennaio: il lasso di tempo intercorso tra le 5 di mattina, quando la giovane donna salutò gli amici per tornarsene a casa, e le 10, quando un contadino vietnamita - che da alcuni anni si era trasferito con la famiglia in Monferrato - trovò il corpo senza vita di Antonella Guarnero riverso in un campo. Qualcuno l’aveva strangolata e poi abbandonata tra le zolle indurite dal gelo in un terreno in località Terfengo, a poca distanza dalla casa dove la ragazza viveva con i genitori, Felice e Rosanna, e il fratello Pier Massimo. Chi fu ad ucciderla? Qualcuno che lei certamente conosceva bene - con il quale aveva un appuntamento o che aveva incontrato strada facendo - e che l’aveva seguita fino a casa. Quindi, insieme, si erano appartati in un luogo isolato dove si era consumato il delitto. Il movente? Probabilmente motivi passionali. Un'esecuzione l'uccisione di Raffaele Volta Ma l’uccisione di Antonella Guarnero non è l’unico omicidio rimasto impunito. In quella zona, nel triangolo di territorio compreso tra Castelletto Merli, Moncalvo e Calliano, una sorte di “triangolo della morte”, al confine tra il Monferrato casalese e quello astigiano, ci sono altri due casi rimasti irrisolti. Uno di questi è il caso di Raffaele Volta, il 60enne agricoltore-commerciante di Moncalvo freddato con due colpi di pistola davanti all’ingresso della sua azienda la mattina del 1° settembre ‘98. Volta venne ucciso attorno alle 11, pochi metri all’interno del cortile della ditta di cui era titolare, alla periferia della cittadina, nei pressi della statale Casale-Asti. L’uomo era stato raggiunto da un paio di proiettili calibro 9 corto, che la perizia balistica aveva stabilito appartenere a un’arma da guerra: la pistola, tuttavia, non fu mai ritrovata. Raffaele Volta, che probabilmente conosceva i suoi killer, aveva cercato di mettersi in salvo fuggendo in direzione della statale, ma era stramazzato in fin di vita sul ciglio della strada, raggiunto all’emitorace sinistro dai colpi esplosi a una distanza di circa quattro metri. L’omicidio non aveva avuto testimoni: le modalità con le quali era stato commesso, facevano presupporre a un’esecuzione in piena regola, quasi si trattasse di un regolamento di conti. Ex commerciante di bestiame e di cavalli, Raffaele Volta conosceva moltissime persone con cui poteva aver avuto rapporti d’affari. Commerciava in macchinari agricoli nuovi e usati, attrezzatura meccanica e pezzi di ricambio. Massacrato di botte lo chef di Calliano Si era invece fatto massacrare di botte ma non aveva rivelato ai suoi aguzzini il nascondiglio del denaro. Pietro Beggi, il 68enne noto chef contitolare del ristorante “Ciabot del Grignolin” di Calliano, si era portato nella tomba il luogo segreto dove aveva riposto l’incasso di Capodanno. Il “bottino”, poco più di trenta milioni, costato la vita al noto ristoratore, si trovava ben nascosto in un mobiletto della cucina del ristorante. Beggi era stato trovato agonizzante la mattina di lunedì 3 gennaio 2000. Era deceduto una decina di ore più tardi, nel reparto di rianimazione del Cto di Torino, dove era stato ricoverato ormai in coma. Picchiato a sangue e con il cranio fracassato, Beggi dopo la brutale aggressione avvenuta presumibilmente la sera precedente, dopo la chiusura del locale, era rimasto in fin di vita in un lago di sangue, per tutta la notte di domenica nello scantinato dove i suoi assassini, mai identificati, lo avevano trascinato a forza.

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Davide Granzino

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