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  • 10 marzo 2026
  • Casale Monferrato

"Si apre il sipario"

"Quando un musicista ride", Elio protagonista al Municipale

Tutto esaurito giovedì 12 marzo alle 21

Elio visto da Max Ramezzana

"Quando un musicista ride” giovedì 12 marzo alle 21 sarà al Teatro Municipale di Casale Monferrato, per proseguire il cartellone della Fondazione Piemonte dal Vivo. Tutto esaurito da tempo per il “mattatore” Elio, che condividerà il palcoscenico insieme a Alberto Tafuri, pianoforte, Martino Malacrida, batteria, Pietro Martinelli, basso e contrabbasso, Matteo Zecchi, sassofono e Giulio Tullio, trombone, per una co-produzione Agidi e International Music and Arts. 

Giocare e ridere con la musica e le canzoni. Impresa facile per Elio e la sua band di giovanissimi virtuosi che, dopo il grande successo di “Ci vuole orecchio”, si divertono ora ad esplorare e reinventare quell’immenso repertorio seriamente comico ai confini tra canto e disincanto che, soprattutto intorno agli Anni ‘60, ha percorso la musica, la canzone, il cabaret e il teatro italiano. Da Fo a Gaber, da Jannacci a Cochi e Renato, da I Gufi a Felice Andreasi, più tantissimi altri, una generazione di artisti eccentrici e controcorrente che hanno sorpreso e divertito tutti, dagli sperimentalisti al grande pubblico reinventando un genere musicale ricco di stravaganti e divertenti canzoni scanzonate. È quello che questo spettacolo si propone di fare, ritrovando e rinnovando oggi quegli spunti geniali, innovativi, anticonformisti, e anche quella libertà creativa. Perché è bello essere lì “quando un musicista ride”.  E ce lo dice Elio, alias Stefano Belisari. Con lui abbiamo trovato anche un legame artistico con la nostra città...

Quando ride un musicista?
Fortunatamente ride molto spesso, siamo gente allegra che ha trasformato la propria passione in un’attività. La musica porta sempre allegria e fa bene all’anima.

Scanzonata e rivoluzionaria. Come la musica ha unito questi due aggettivi?
(Ride). Non sono due aggettivi che si addicono alla musica italiana attuale. Ma sicuramente ci sono state epoche d’oro in questo senso. Quella che racconto io, in questo spettacolo, lo è stata senz’altro. Parlo di un’epoca e di un luogo particolare, ovvero la Milano degli Anni ‘70. Un periodo magico con artisti che hanno fatto cose uniche e irripetibili. Per chi era nato negli Anni ‘60, come me, facevano cose ovvie e pensavo che tutto il mondo fosse così. Quella Milano ha prodotto musica e artisti irraggiungibili.

Siamo nel 2026. Quanto ci mancano quei grandi della musica italiana?
A me tanto. Però non è detto che non torni un’epoca simile. Bisognerebbe analizzare nel dettaglio e capire come si è arrivati a questo tipo di creatività surreale e molto libera. Secondo me è anche uno dei problemi dell’epoca che stiamo vivendo, ovvero la pochissima libertà creativa, sotto ogni aspetto, anche nella struttura delle canzoni, le combinazioni di accordi... Sembra essere arrivato un ordine dall’alto che uniforma le canzoni e la musica... Io appartengo a un altro modo di pensare, ogni creazione della fantasia dovrebbe essere diversa dalle altre. 

Elio, musicista, cantante e performer, come ha fatto sua quell’eredità musicale?
Non ho fatto molto sforzo. Mi sono sempre piaciuti tantissimo. Come quando ti metti a tavola e ordini i cibi che ti piacciono. Anche se ci sono differenze con i nostri tempi. Negli Anni ‘70 se iniziavi a sperimentare eri certo di trovare qualcosa di interessante, oggi trovi canzoni che sono sempre simili tra di loro...

La musica è anche follia?
Deve essere soprattutto follia come tutte le arti. Poi devi metterti d’accordo su cosa significa follia. Per me simboleggia l’impegno costante a non percorrere le strade principali, cercare di trovare nuove vie.

Musicisti in abiti colorati e scenografia “tra le nuvole”. Lei come interagisce con l’allestimento scenico?
Giorgio Gallione, regista, ideatore dello spettacolo insieme a me, ha immaginato questa raffigurazione scenica, condivisa insieme a quelli che lavorano al Teatro di Genova. Siamo “colorati”, la scenografia è tra le nuvole. L’artista è colui che vola tra le nuvole, che sogna, immagina, che fa tutto quello che non può fare con il corpo fisico. 

Siamo a 30 anni dall’uscita de “La terra dei cachi”. Com’è o non è cambiata l’Italia che raccontavate?
Le caratteristiche principali sono sempre quelle e prevedo che rimarranno invariate, un po’ sfortunatamente... Ma siamo un popolo di cialtroni, esprimiamo individualità e pensieri che nessuno al mondo riesce a esprimere. In quel senso siamo unici. Il nostro modo di raccontarla è molto personale, diciamo in modalità Elio e le Storie Tese, pensando di percorrere strade alternative, anche per quel che riguarda la costruzione musicale della canzone. Abbiamo cercato di creare qualcosa che non annoi. I primi ad annoiarsi saremmo noi. Io mi annoio molto spesso, mi metto sempre nei panni dello spettatore. Ma l’Italia rimarrà sempre la stessa. 

Qual è il suo rapporto con Riccardo Marchese, batterista casalese di Elio e le Storie Tese?
Per un periodo abbiamo fatto a meno di Christian Meyer e su suo consiglio abbiamo cercato giovani musicisti. La selezione era difficile e allora ne abbiamo presi due: Riccardo Marchese fa coppia fissa con Paolo Rubboli. Due batteristi bravissimi, si sono calati subito nella parte, ascoltavano Elio e le Storie Tese e hanno capito subito lo spirito del loro ingresso. Ci siamo subito affezionati a loro e siamo molto contenti di aver dato la possibilità di mettersi in luce, perché lo meritano. Hanno suonato al “Concertozzo” di Bassano del Grappa e suoneranno al prossimo di Biella, stanno entrando nella grande famiglia di Elio e le Storie Tese. 


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