Don Martino Michelone “Giusto fra le nazioni” su proposta di Luciano Segre
Don Martino Michelone è stato insignito dell’onorificenza di “Giusto fra le nazioni” dallo Stato di Israele, un albero alla sua memoria verrà piantato presso il museo Yad Vashem di Gerusalemme.
Don Michelone era parroco di Moransengo, Diocesi di Casale, nei pressi di Cocconato e Brozolo.
Negli anni bui del nazismo accolse in canonica senza esitare gli ebrei casalesi Segre: i coniugi Riccardo e Angela, la sorella Elvira e il piccolo Luciano.
L'annuncio che era stata avanzata la richiesta ufficiale ad Israele per far dichiarare il parroco "giusto" era stato dato dallo stesso Luciano Segre nel maggio 2008 intervistato da Gad Lerner in Sinagogaa Casale nell'ambito di OyOyOy. Lerner ha dato un grosso contributo mediatico utile all apromozione di una giusta causa.
Segre, fatto nascere dal dottor Cortesina senior (e poi «salvato» molti anni dopo dal prof. Cortesina junior) viveva in via Roma 46 dove i genitori, il papà Riccardo, ebreo e la mamma Angela, cattolica, gestivano un negozio di tessuti.
Il bambino era particolarmente vivace, a suo stesso dire “difficilmente controllabile” e trascorreva molte giornate con Valentina ed Ernesto Novarese, genitori di Tere Cerutti, recentemente scomparsa.
Aveva cinque anni nel ‘38 quando vennero
applicate le leggi razziali. La comunità ebraica della città non aveva preso sul serio la minaccia.
Ma il racconto di due medici dentisti tedeschi su tragici fatti che accadevano in Germania aveva allarmato il padre che aveva deciso di allontanarsi da Casale.
La famiglia si era trasferita a Cogne concordando la fuga in Svizzera insieme alla famiglia di banchieri torinese
Ovazza, arrivarono (fortunatamente) tardi
all’appuntamento e scoprirono che i contrabbandieri che li dovevano accompagnare oltre confine li avevano già venduti ai nazifascisti.
Gli Ovazza erano stati trucidati. La fuga dei Segre era continuata fino a Castino, in provincia di Cuneo, zona partigiana dove erano quotidiani i rastrellamenti e dove la permanenza di un gruppo ebreao era perlomeno imprudente. Inoltre al papà Riccardo si era infettato un polmone
ed era impensabile vivere con quei pericoli.
Così egli si ricordò di don Martino Michelone, parroco di Moransengo, cliente del negozio di stoffe e a lui chiese aiuto. Don Martino era nato nel 1907 a Morano Po. Rimasto orfano di mamma aveva intrapreso gli studi ecclesiastici
ed era stato nominato parroco dapprima
ad Ozzano e poi a Moransengo.
Senza esitare il sacerdote accolse subito come si è detto nella canonica sopra la chiesa Riccardo, sua moglie Angela, sua sorella Elvira e il piccolo Luciano. Incominciò così un periodo relativamente tranquillo per la famiglia che visse nel paese fi no alla Liberazione.
Luciano serviva messa e il papà cantava
nel coro della chiesa. Poco alla volta tutto
il paese comprese che don Michelone ospitava degli ebrei, anche il vescovo di Casale monsignor Angrisani, era perfettamente al corrente e complice
dell’ospitalità, aveva impartito la cresima ai bambini del paese e per ingannare tutti l’aveva data anche a Luciano....E Luciano intanto commetteva guai e si guadagnava gli scappellotti del prete
se non assolveva con cura agli incarichi di chierichetto.
Questi divennero pedate quando un giorno sparò alcuni colpi col mitra di un
partigiano.
Era talmente vivace che lui e la sua amica di giochi erano soprannominati «V1» e «V2», cioè le bombe
radiocomandate che erano lanciate su Londra. Per tutto quel tempo i Segre vennero
mantenuti dal parroco che non chiese loro mai
nulla. Gli aviolanci alleati ai partigiani portarono anche la penicillina con cui fu curato e guarito
papà Riccardo. Non mancarono però i rastrellamenti nazisti: una volta un drappello di SS mise davvero paura a Don Michelone
che fuggì nella campagna e rimase nascosto per tre giorni prima di ritornare persuaso
dello scampato pericolo. Alla fine della guerra la famiglia Segre si trasferì a Torino dove Luciano intraprese gli studi
e iniziò una nuova vita mentre Don Michelone continuò la sua fi no alla morte avvenuta nel 1979, senza mai raccontare nulla dell’accaduto.
La comunità del paese gli ha intitolato la piazza principale per il lavoro svolto per il territorio.
Luigi Angelino
Segre lancia un appello: 'l'onorificenza va ritirata da un parente di don Michelone, fino ad oggi non ne abbiamo rintracciati'