Pietro Mesturini, laureando in Economia e Management presso l’università Bocconi di Milano, diplomato con 100 alla maturità scientifica, cittadino di Valmacca ma casalese di adozione, condivide con la redazione de ‘Il Monferrato’ le impressioni sulla sua più recente esperienza: la vita a Dubai, una delle città più controverse e moderne al mondo, ove si è recato di recente per implementare le sue esperienze formative.
Da buon Monferrino che si confronta con il mondo, in viaggio studio da ormai circa un mese, ho pensato di affidare alla tastiera del mio Macbook quello che è stato il mio viaggio attraverso cultura emiratina. Sfido chiunque (tanto che lo faccia in linea con uno studio economico, come nel mio caso, quanto per semplice interesse personale) a non partire un minimo prevenuta nell’esplorare la gloriosa Dubai, faro del turismo di lusso e dei massimi livelli della finanza. Io stesso devo confessare di essere partito pensando di concentrarmi soprattutto sull’analisi di questi temi; ma il mio lato “romantico”, tuttavia, si è lentamente piegato al fascino di questi luoghi. Di Dubai si è scritto e si è detto tanto: caotica, improntata al lusso, al business, al capitalismo, schiava di una cultura araba dalla quale solo saltuariamente riesce a distanziarsi, tutti a domandarsi come si possa costruire un qualcosa di improntato su questo modello. Porrei un solo quesito: quanti l’hanno vista, vissuta, conosciuta da vicino? Io ho avuto la fortuna di farlo, ed è un piacere per me poter convivere questa esperienza.
Ho incontrato un paese che, superata la prima impressione, si è rivelato aperto, comprensivo e attento anche a tematiche a noi care. Parto dalla cultura, che ho analizzato attentamente parallelamente al mio corso d’esame (gestione delle istituzioni culturali e creatività urbana), e la matrice araba si fa sentire con marcata enfasi, su questo non ci sono dubbi. Un austero rispetto per la figura femminile, PDA (manifestazioni pubbliche di affetto) proibite, generale per quelle “arabe tradizioni” che tutti conosciamo (come il ramadan, e il velo femminile), tradizioni che, bisogna dirlo, lasciano trasparire una sorta di “Influenza culturale occidentale” portata dall’estremo ricircolo culturale, elemento caratterizzante dell’intera Dubai.
Ancora ricordo la strana sensazione provata nel vedere per la prima volta una studentessa dell’AUD (American University in Dubai, la mia base durante la permanenza) con il classico, lungo strascico nero di islamica tradizione, abbinati jeans stretti al punto giusto e tacco 12. Nessuno vuole sollevare una questione morale, ma solo far notare come il ricircolo culturale, laddove portato ai massimi livelli, sia una forza da non sottovalutare (occorre ricordare come Dubai sia una città nella quale solo il 17% della popolazione risulta autoctona). A pensarci bene, questo è forse diverso dall’influenza che i “junk food” americani hanno esercitato, e continuano ad esercitare, su noi italiani, fieri figli della dieta mediterranea?
Si potrebbe quindi pensare che l’identità locale sia disposta a farsi calpestare dalle altre: niente di più lontano dalla realtà. Autorità dal piglio molto fiero non esitano a esercitare un controllo che, personalmente, definirei “severo ma giusto” per quel che riguarda ogni modalità di espressione, artistica e non: è forse il teatro l’esempio più calzante, occorre far approvare copione e sceneggiatura prima di procedere alla rappresentazione, un modo per essere sicuri che non si offenda la morale locale e che non si sconfini in forme di discriminazione culturale, un concetto ben lontano dall’immagine dispotica e limitata che generalmente si associa a questi luoghi.
Cos’è la cultura a Dubai? Non ci si può aspettare di trovare la concentrazione artistica cui siamo abituati noi europei. La città è ancora molto giovane, non più di una decina di anni fa avremmo trovato una briciola di ciò che vediamo ora, e per il momento investe molto sull’importare (letteralmente) la cultura dall’estero, quasi nella concezione che, come per i capitali economici, anche le manifestazioni culturali siano facilmente “spostabili”.
Ecco quello che rimane il grande problema culturale di Dubai: non essere ancora perfettamente coscienti di come gli sforzi vadano concentrati nell’investire sulla cultura “Locale”, e non su quella “di importazione”. Se è più che encomiabile l’invitare grandi fondazioni straniere ad aprire succursali in città (i musei del Louvre e del Guggenheim hanno già ricevuto il via libera), il vero passo in avanti sarebbe valorizzare al massimo quella che è la vera e propria cultura “del luogo”: Dubai investe moltissimo sul lusso, sull’eccellenza in tutto e per tutto, ma se alberghi, centri commerciali, grattacieli e attrazioni sono facili da costruire ed esaltare, non è detto che il valorizzare la tradizione avvenga con la medesima facilità. Il panorama artistico, tuttavia, è ben promettente: gli artisti locali sono coscienti di essere dei veri e propri “pionieri” dell’arte, che si trovano a “costruire” letteralmente un vero e proprio patrimonio culturale che, però e purtroppo, al momento, manca del dovuto riguardo. Il loro contagioso entusiasmo è ammirevole, un esempio su tutti la “Flying House”, associazione no-profit per la promozione degli artisti emiratini contemporanei.
Ciò che ancora manca sul piano culturale è invece ben saldo su quello economico. L’intera città è una vera e propria “isola dell’economia”, nata dalla decisione di importare i migliori sistemi economico-fiscali dal resto del mondo, al fine di rendere il meno dolorosi possibile eventuali spostamenti dei mercati dai grandi poli europei e americani verso di essa: questo spiega l’adozione, per esempio, del sistema legislativo inglese e di un mercato economico smaccatamente “occidentalizzato”. La posizione geografica favorevole completa questo quadro: a metà tra est e ovest, Dubai assicura grande continuità nelle operazioni dei cosiddetti mercati “24/7” (perennemente “aperti”), come quello delle valute ad esempio, senza precedenti. In più, la particolare distribuzione del potere, che si concretizza nella visione di sviluppo concepita dalla dinastia Al Maktoum, garantisce un’unità decisionale nella quale gli emiratini hanno piena fiducia. Da notare come la mancanza di una “democrazia” nel senso stretto del termine non venga percepita come un problema dalla popolazione, che ripone grande fiducia nel piano del proprio leader, Mohammed bin Rashid Al Maktoum, governatore “illuminato” e benvoluto.
Anche su questo piano è in atto una evoluzione di occidentale: entro pochi anni si prevede la presenza di un parlamento consultivo (che di fatto già esiste), con un rappresentanza popolare sempre maggiore. Le voci di crisi, senza entrare nel merito “tecnico” della questione, appaiono gonfiate più del reale: l’enorme disponibilità patrimoniale delle famiglie emirantine (proventi dell’attività petrolifera) sono più che in grado di coprire eventuali disavanzi, come è accaduto durante la costruzione del Burj Dubai, il grattacielo più alto del mondo, i cui debiti maturati in corso d’opera sono stati coperti grazie all’intervento della famiglia Khalifa di Abu Dhabi (ecco perché è stato rinominato “Burj Khalifa”, ovvero “torre Khalifa”, durante le fasi finali di costruzione).
In sostanza, il “modello Dubai” appare ben congeniato, e destinato a guadagnare importanza sempre crescente in futuro.
Se guidata con competenza e attenzione per la vera identità del luogo, questa città è destinata a guadagnare spazio sempre crescente nella storia mondiale: si tratta sicuramente di un universo affascinante ed intrigante, che vale la pena di conoscere più approfonditamente.
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