Liberali e reazionari in Monferrato:
il conte Carlo Vidua e il conte Paolo Leardi (di O. Musso)
di Olimpio Musso
Chi come me si occupava negli anni sessanta del secolo scorso di Carlo Vidua, conte di Conzano, rischiava di essere bollato quanto meno di stravagante.
Che interesse poteva avere infatti un personaggio che viaggiò per tutto il mondo alla ricerca di non si sa che cosa e che morì, a quarantacinque anni nel 1830, a causa di un'imprudenza nell'isola di Amboina nelle Filippine? In questi ultimi anni constato con piacere che si è risvegliato l' interesse per questo instancabile Ulisse moderno, in perenne ricerca di "virtute e conoscenza" per dirla con Dante.
Nella recente pubblicazione della Cassa di Risparmio di Alessandria, intitolata "MONFERRATO. I segni della modernità" ( 2006), ultimo gioiello della collana di Studi sulla storia e sul territorio del Monferrato, è contenuto un profilo del Vidua a cura di Roberto Coaloa (pp. 38-43 ), che stimola il lettore ad approfondire la conoscenza del personaggio, certo l'antitesi del "piemontèis bougia-nèn"; caso mai ci sarebbe da coniare un altro detto: "mounfrinòt bougia-tròp". Il Vidua era cosmopolita nel vero senso della parola. Conoscitore di quasi tutte le lingue europee, si dedicò durante il suo ultimo viaggio anche allo studio dell' olandese, lingua delle colonie olandesi, e del malese (M. Viaggi Bonisoli, «Carlo Vidua. Una vita ricreata», Torino, 2003, p.33). Nei suoi diari cita alcuni termini del malese in modo corretto, come ho potuto constatare («Carlo Vidua, Narrazione viaggio alla Nuova Guinea 1830» a cura di M. Viaggi Bonisoli, Torino,2003): ad esempio Goenong Api, che vuol dire Montagna di fuoco, in malese moderno si dice Gunung Api; Nusa Laut vuol dire, poi, allora come oggi Isola del mare. Il Coaloa, autore di un recente libro sul conte di Conzano («Carlo Vidua un romantico atipico», Casale Monferrato 2003 ), ne mette opportunamente in rilievo le tendenze liberali, che lo portarono ad aderire col suo amico Cesare Balbo (lo stesso che nel 1834 pubblicò a Torino le lettere dell'amico) ai moti carbonari di Torino del 1821 (p. 40), cominciati con l'ammutinamento della guarnigione di Alessandria (nella notte tra il 9 e il 10 marzo), moto capeggiato da Santorre di Santarosa, al quale aderì Carlo Alberto di Savoia-Carignano.
Non era nuova la tendenza progressista di giovani nobili monferrini. Nota è la vicenda di Giacinto Magnocavalli, figlio di Ottavio, conte di Varengo. Tra il 1783 e il 1789 aderì alle idee della Rivoluzione francese: "nel 1798 fu per cinque mesi capo della Municipalità, per cui nel 1799 fu arrestato con altri casalesi, condotto a Vigevano in attesa di giudizio per attentato alla sicurezza interna, e poi liberato dopo la battaglia di Marengo" (L. Torre). In Monferrato però ci furono, accanto ai liberali, dei nobili reazionari: è il caso, poco noto, del conte Paolo Leardi, che rappresenta l' altra faccia della medaglia. Nunzio apostolico a Vienna e arcivescovo di Efeso (1816-1823), nel 1793 era intimus cubicularius di Pio VI quando venne incaricato di tenere l'orazione funebre in latino per il re di Francia, Luigi XVI, ghigliottinato, nel palazzo del Quirinale alla presenza del papa: In funere Ludovici 16. Galliae et Navarrae regis christianissimi oratio habita in sacello Quirinali ad sanctissimum dominum nostrum Pium sextum pont. max. a Paullo Leardi casalensi intimo eiusdem sanctitatis suae cubiculario. L'orazione venne tradotta in francese e pubblicata a Roma nello stesso anno. Il rarissimo opuscolo, che ho avuto la ventura di trovare presso un antiquario di Bologna, mi ha dato l'occasione di parlare di questo rappresentante della nobilissima famiglia Leardi di Casale Monferrato.
Fu un grande onore per il prelato casalese, che compose un'orazione toccante, la quale inizia (do il testo francese): "Il est donc enfin consommé, le seul crime qui manquoit aux déplorables excès qui plongent, depuis quatre années entières, le Royaume de France dans les plus cruelles calamités, et le déshonorent par les forfaits les plus inouïs". Esalta con accenti commossi la bontà e la fede del re di Francia, che definisce, come da applattivo in auge, "Cristianissimo", e si scaglia contro le dottrine dell'illuminismo perverso: infatti la dottrina predica la libertà senza limiti e una falsa uguaglianza tra i cittadini. Inorridisce di fronte ai propositi dei rivoluzionari, che pretendono di abolire l'autorità reale e di affidare la sovranità al popolo. Bisogna ricordare che poco prima dell'anno in cui venne tenuta l'orazione (la versione latina si trova in poche biblioteche, fra le quali la Labronica di Livorno), in Francia erano stati giustiziati a Parigi tre vescovi e trecento sacerdoti ( quarantamila ecclesiastici erano fuggiti dalla Francia : lo stesso papa, rapito ed esiliato, morirà ottuagenario in carcere a Valence nel 1799). Il conte Leardi esaltò la figura del re buono e generoso e ne fece un martire. All'orazione funebre, che vale la pena di leggere nella sua interezza (sono 43 pagine), allude probabilmente Victor Hugo nel romanzo "Il '93", citando una frase di Chaillon, membro della Convenzione: "Ch'egli [il re] viva. Io non voglio fare un morto dove Roma farà un santo." Alla santificazione contribuì proprio Monseigneur Leardi de Casal-Montferrat.
Olimpio Musso