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Eternit, la battaglia per i risarcimenti. Parlano Afeva, sindacati e parlamentari dopo la sentenza d’appello

Soddisfazione per la condanna a 18 anni di Stephan Schmidheiny, ma preoccupazione per i risarcimenti. Questo, in sostanza, è il bilancio delle reazioni post sentenza d’appello del Processo Eternit. E questi sentimenti, complementari quanto contrastanti, sono stati bene espressi venerdì nell’assemblea pubblica, organizzata da Afeva presso il Circolo Comunale Eternit di via Visconti. Nella gremita sala danze del Circolo, esponenti di Afeva, sindacati e autorità civili si sono riuniti per fare il punto della situazione e per informare la cittadinanza sullo stato attuale della vicenda legata al più grande processo al mondo per vittime da amianto. Luigi Ferrando (Uil) ha espresso le tre principali acquisizioni della tormentata vicenda giudiziaria casalese: «Primo: la vita umana va salvaguardata in ogni luogo di lavoro. Secondo: l’impunità può essere vinta. Terzo: l’amianto deve essere bandito ovunque». Pesce: lottare fino in fondo Il coordinatore Afeva Bruno Pesce ha relazionato partendo dalle origini del movimento: «Siamo arrivati fin qui – ha affermato Pesce – sulla base della partecipazione e del volontariato: sapete, non ce l’ha mica chiesto nessuno di fare tutto questo! Non percepiamo nessuno stipendio! Solo la vostra libera partecipazione ha reso possibile arrivare fin dove siamo arrivati. E, guardate, che è proprio dove non c’è partecipazione, dove non c’è l’esercizio dei diritti che viene ancora lavorato l’amianto». L’intervento di Pesce si è, poi, sviluppato su diversi fronti. Innanzitutto una dimensione nazionale: «La problematica della sicurezza sul lavoro non è mai stata tra le priorità delle politiche nazionali. Ma questa sentenza ha messo al primo punto la salute». Il coordinatore Afeva ha anche spiegato come, dal suo punto di vista, la rimodulazione del capo d’imputazione (aggiunta del “disastro ambientale doloso permanente”), oltre a far sì che non rimanga un processo per pochi casi, avrebbe anche lo scopo di «blindare la sentenza di primo grado»: «Ho l’impressione – ha detto Pesce – che, siccome andremo alla prima sezione di Cassazione, che non è pratica di morti sul lavoro, la Corte d’Appello abbia voluto blindare la sentenza di primo grado proprio in vista del terzo grado». Venendo alle note dolenti, i risarcimenti, Pesce ha subito precisato come «noi dobbiamo essere convinti che, nonostante le controindicazioni, la nostra è stata la scelta migliore. Cosa possiamo dare a chi non c’è più se non un po’ di giustizia?». Già, ma i soldi?, si è chiesto. «E’ evidente che serve un provvedimento che garantisca la messa in atto di quanto sentenziato. Serve un aiuto vero: lo Stato non ci lasci soli. Se fosse necessario un provvedimento, lo Stato sarà “buon padre di famiglia”?» Non è mancato, infine, uno sguardo al futuro: «Di fronte a questo risultato straordinario e una situazione che non ci soddisfa pienamente per le provvisionali, bisogna rispondere con un maggiore impegno. E’ necessario rilanciare la nostra lotta per andare fino in fondo e per coloro che verranno dopo di noi. Pensate che, dopo un Eternit-bis ci sarà, probabilmente, un Eternit-ter che riguarderà le condizioni di rischio dei cittadini italiani che hanno lavorato in fabbriche all’estero. La battaglia, come vedete, è ancora lunga, ma noi dobbiamo diventare un punto di riferimento. Ora credo che ci siano le premesse per fare passi avanti». Pondrano: riduzione parti lese Nicola Pondrano (Cgil) ha evidenziato come alcuni dati rilevanti abbiano influito sulla sentenza d’appello. Innanzitutto, la morte del barone Louis De Cartier con il conseguente non luogo a procedere e la cancellazione dei primi anni Settanta come di “competenza” di Schmidheiny (in quel periodo era amministratore il padre, Max). Ma, soprattutto, ha sottolineato Pondrano, c’è stata una drastica riduzione delle parti lese: delle 2272 iniziali (delle quali 1100 hanno accettato la transazione), per Casale ne sono rimaste 478, delle quali la maggior parte è costituita da cittadini. «E’ rimasta in piedi l’esposizione ambientale. Oltre quaranta vittime ogni anno non hanno mai lavorato all’Eternit». Gli interventi dei parlamentari Durante l’incontro sono anche intervenuti i parlamentari locali Fabio Lavagno (che ha recentemente presentato alla Camera un Ddl sull’esclusione dal Patto di Stabilità dalle somme impegnate nelle bonifiche), Cristina Bargero e Daniele Borioli (presente in sala anche Antonio Boccuzzi). Il deputato di Sel Lavagno ha subito posto l’accento sul prosieguo della vicenda che richiede forte unità: «E’ necessario – ha proseguito – che sulla parte risarcitoria il Governo si faccia parte dirimente. Credo che questa città abbia avuto stress importanti: facciamone tesoro per la continuazione di questa battaglia». Bargero ha annunciato la sua proposta al Governo di «farsi carico dei costi della sentenza e l’anticipazione da parte dello Stato delle provvisionali», mentre il senatore Borioli si è anch’egli accodato al richiamo sul ruolo dello Stato. Demezzi: intervenga lo Stato «A Roma abbiamo chi porta avanti soluzioni ai nostri problemi», ha commentato il sindaco Giorgio Demezzi dopo gli interventi dei parlamentari, precisando, inoltre: «Lunedì, alla lettura della sentenza, c’è stata una sensazione di raggiungimento della giustizia». E poi: «Noi come Comune siamo soddisfatti di veder ottenuto il risarcimento. Certo, si tratta di soldi virtuali, ma pensiamo sia un punto di partenza. A questo punto, però, l’intervento dello Stato è fondamentale perché, finora, è stato un po’ latitante». Il primo cittadino di Casale ha anche toccato, come Lavagno, il tema del Patto di Stabilità lanciando una provocazione (ma, forse, neanche troppo…): «Se non passerà la proposta di tenere fuori dal Patto i soldi delle bonifiche, siamo tentati di sforare il Patto per la somma corrispondente alle bonifiche stesse. Voglio vedere con che coraggio potranno dirci qualcosa…». Dopo un breve intervento di Luciano Bortolotto (Cisl), che ha ripercorso l’apprensione dei primi minuti di lettura della sentenza durante i quali si temeva un’assoluzione dell’imputato, la conclusione dell’assemblea è stata affidata all’“anima” di Afeva, Romana Blasotti Pavesi. «Non ci fermiamo adesso, abbiamo ancora la forza di andare avanti. Sono ottimista e, anche se gli anni mi pesano, voglio andare avanti. Sono serena e contenta di avere la certezza che i giovani di oggi e uomini di domani continueranno questa battaglia meglio di noi e, forse, avranno la fortuna di vedere la fine di questa storia».