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Internati Militari
Il prozio e i giovani in lotta per la Patria
Giulia Pignone del Balbo ricorda Giuseppe Patrucco
Per molti studenti, il Natale appena trascorso è stato attesa occasione per ritrovare il tempo da dedicare alle proprie passioni, alla famiglia e agli amici. Una condizione emotiva che, per la liceale Giulia Pignone dell’Istituto Balbo, ha anche favorito riflessioni sulla guerra e sul sacrificio per la Patria ricordando, così, il prozio Giuseppe Patrucco, uno dei tanti soldati italiani vittime della Seconda Guerra Mondiale.
«Il prozio - ci racconta Giulia, - fu uno dei 650mila militari Italiani sparsi nei vari campi di battaglia in Europa e Africa che, dopo l’8 Settembre, scelsero di non passare al nemico Tedesco e che, contrariamente a ciò che regola la Convenzione di Ginevra, non venne considerato prigioniero ma IMI (Internati Militari Italiani), quindi, deportato nei Lager Tedeschi per essere sfruttato nel lavoro coatto... Gli schiavi di Hitler. Come circa 55mila di loro, anche il prozio non tornò più a casa, né da vivo e neppure da morto. Chi tornò, fu visto come un vigliacco collaborazionista del regime nazista: nell’immediato dopoguerra, infatti, nessuno comprendeva che anche la loro fu una scelta di Resistenza e di opposizione al regime nazifascista. Dopo l’8 Settembre, il prozio si trovava tra il Montenegro e la Grecia a Cattaro con il 3° Reggimento Alpini. Catturato il 18 settembre, venne deportato a Essen nel sud Westfriedhof dove morì il 25 gennaio 1944 e dove inizialmente fu sepolto, per poi essere traslato nel Cimitero Militare di Amburgo. Durante la prigionia, malnutrito, venne sfruttato a lavorare come schiavo. Evasio Desana (anche lui uno dei tanti internati militari) in una sua testimonianza, racconta di un lavoro settimanale tra le 70 e le 100 ore con consumo giornaliero di un cibo scadente che forniva appena tra le 900 e le 1700 calorie.
Un calvario, il suo come quello di tanti altri, che non terminò con la morte: infatti, per decenni, i suoi resti rimasero dimenticati nel cimitero di Amburgo. Solo alcuni anni fa, grazie all’Associazione “Li riporteremo a casa in Monferrato” presieduta da Andrea Desana, è cominciato quel lungo lavoro per riportare in Italia le spoglie di quei ragazzi lasciati soli in terra straniera. Un percorso lungo e irto di ostacoli, premiato dalla tenatcia dell’Associazione e delle famiglie di quei caduti, i quali, nel 2019, sono stati insigniti della Medaglia d’Onore del Presidente della Repubblica. Finalmente, a fine 2022, la vicenda si è conclusa con le urne giunte nella Chiesa della Gran Madre di Torino per ricevere gli Onori Militari. Successivamente, il 19 novembre scorso, i 6 giovani monferrini sono così ritornati a casa, nel cimitero di Casale Monferrato e di questo gliene siamo tutti immensamente grati. Con l’aiuto del Collegio dei Geometri, di aziende, artigiani e Comuni del Monferrato, l’Associazione ha progettato e poi realizzato il Famedio, in cui sono custodite le loro urne; un monumento realizzato con lo scopo di ricordare questi giovani che scelsero, allo stesso modo dei partigiani combattenti, di lottare contro il fascismo, per la libertà e per la democrazia».
Profili monferrini
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