Cento passi in più, l'impegno e la memoria dei ragazzi del "Totò Speranza" di Libera Casale
di Alberto Marello
Anche il presidio di Libera “Totò Speranza” di Casale celebrerà la Giornata della Memoria e dell’Impegno del 21 marzo in ricordo di tutte le vittime della mafia. L’edizione 2014, per quanto riguarda la provincia di Alessandria, prevede un accentramento degli eventi nel capoluogo ma i ragazzi del “Totò Speranza” hanno comunque ritenuto importante essere presenti in questa occasione anche a Casale. E lo saranno, in particolar modo, nelle scuole. Questa mattina, infatti, i giovani di Libera si troveranno all’interno del plesso di piazza Castello dell’Istituto Balbo con gli studenti delle scuole superiori della città e proietteranno il film “La siciliana ribelle”. Pellicola che racconta la triste vicenda della liceale Rita Atria. In occasione della Giornata della Memoria e dell’Impegno proponiamo una riflessione (a firma Tania Bergamelli) che i ragazzi del “Totò Speranza” ci hanno inviato.
Cento passi in piùNovecento storie perse, inghiottite in uno dei tanti buchi neri della storia italiana. Uno di quei buchi tipici nostri, buio di pece, fitto di morti ammazzati tra le vicende di uno Stato che si dimentica di fare giustizia e di scoprire le verità. Sono molti, i morti ammazzati; specie per un Paese in fondo ancora giovane, come una margherita appena nata a primavera.
Le mafie sono una delle più evidenti cause di queste zone oscure, anche se preferiamo scordarcelo. Ci piace celebrare, questo sì; anzi, siamo forse i più grandi esperti della retorica della commemorazione: sappiamo andare in scena, un po’ come lo sa Gep Gambardella ai funerali. Mettiamo su faccia contrita e recitiamo parole di circostanza. Che un tale atteggiamento Libera non se lo potesse permettere, don Ciotti l’aveva ben chiaro, nel momento in cui per la prima volta ha pensato ad una giornata in memoria delle vittime di mafia.
Lo sapeva bene perché a fargli venire l’idea, lì per lì, è stata la voce di una madre che gli domandava: “perché non dicono mai il nome di mio figlio?”. Il nome. Rischia di parerci poco, dire il nome; invece, è molto. La madre era quella di Antonio Montinaro, il figlio era uno degli “uomini della scorta” di Falcone e il suo nome, come quello di molti altri, ‘naturalmente’ scompariva di fronte a quello del magistrato. Come se esistesse il morto eccellente di mafia e, dietro, i morti accessori.
La memoria è davvero, nelle intenzioni e nei fatti, uno dei pilastri di Libera, e lo è per motivi semplici quanto evidenti: perché fingere che più di 900 vittime di mafia nel nostro Paese non esistano non è degno di nessun popolo. Ancora, perché se non ci ricordassimo delle persone perse nei buchi di patria vuota non sapremmo nemmeno da dove cominciare, noi che stiamo ancora in superficie e la vorremmo riempire di vita, la nostra patria: la vorremmo realizzare patria di cittadini.
Altra logica conseguenza, a questo punto, diventa l’istituzione di una Giornata che unisca Memoria e Impegno: non si dà l’una senza l’altro. Per non essere più il Paese della messinscena, delle celebrazioni di retorica, preoccupato delle ghirlande di fiori e del contegno da mantenere, dobbiamo sapere che l’unico senso del fare memoria sta nell’impegno concreto e quotidiano che si realizza il giorno dopo, e poi di seguito, in tutti i giorni a venire. Il 21 marzo, giorno simbolico di rinascita, ovvero di vita e di speranza, i vari presidi di Libera organizzano la lettura dei nomi delle vittime per ricordarci che ogni giorno si sceglie da che parte stare. Il binomio “memoria e impegno” ammonisce a questo: non ci possiamo permettere di non essere partigiani.
Ma il 21 marzo diventa anche occasione per ritrovarsi in una manifestazione nazionale alla quale partecipano persone da tutta Italia. Tradizionalmente, si sceglie il weekend più vicino alla data del 21; quest’anno sabato 22 marzo, e il luogo di ritrovo è Latina. Non a caso, naturalmente. Nella “Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti di mafia” la presenza di chi denuncia che la mafia “è una montagna di merda” – tanto per citare una definizione celeberrima e calzante – e chi grida, di conseguenza, che non la vuole nel suo Paese raggiunge numeri davvero impressionanti. Un’onda di gente che si colora, nelle increspature più alte, di giallo, arancione e fucsia: il contrario di quel buco nero che la muove e la motiva, fitta non di buio bensì di giovani, di sorrisi, di grida. Del resto, nessuno ci crederebbe, se ci sentisse dire che la mafia fa schifo vedendoci con gli occhi a terra e la faccia rabbuiata.
Quei 900 nomi li pronunciamo con dolore ma soprattutto con rabbia, perché appartengono alle persone finite in uno dei pantani della nostra storia che non sarebbe rivangato proprio da nessuno, se non ci fosse la Giornata del 21 marzo. Ovvio: si ha timore che quello che ne verrebbe fuori potrebbe finire col dare fastidio. Ecco, sia chiaro: suscitare fastidio in chi normalmente tiene la bocca chiusa, fare baccano in memoria di chi è finito nel cupo della patria vuota, della patria dimenticata, sono due dei più banali segnali di antimafia. State all’erta, se vi capitasse di avvertirli intorno a casa vostra.
Non a caso a Latina, dunque; perché un’occasione come questa Libera decide di giocarla ogni anno in una zona particolarmente difficile. Si è andati a Milano precisamente quando ci si ostinava a dire che la mafia, lassù, non c’era. Si è andati a Potenza, città soffocata dall’omertà, e per quegli sparuti potentini di Libera la marea di gente colorata ha significato un insperato rinnovo di fiducia nella propria onestà e nel proprio impegno.
Quest’anno si va a Latina perché quello è oggi uno dei territori più sotto controllo mafioso, pur nell’inconsapevolezza generale. Non si direbbe che la mafia è tanto presente, nel Lazio; invece i ragazzi di Libera lo sanno bene, avendolo sperimentato sulla propria pelle. Almeno, coloro che nel 2013 erano al III Raduno nazionale a Borgo Sabotino, in provincia di Latina, appunto. Noi ragazzi del raduno eravamo in un bene sequestrato, assegnato in gestione a Libera. Oggi, purtroppo, il bene – “villaggio turistico”, secondo i discutibili gusti estetici della Camorra – non è più sotto sequestro ma, anzi, è purtroppo tornato nelle mani di chi l’aveva costruito.
Tuttavia, in quella caldissima e umida settimana di luglio, ci siamo fatti sentire, e il “baccano della legalità” ha dato parecchio fastidio, per fortuna. Così, in fin dei conti, quel sabotaggio dell’ultima sera per noi non ha significato altro che baccano, puro e felice: ci hanno tagliato acqua e luce lasciandoci nel buio fittissimo di quello pseudo-villaggio turistico. Il buio. Quello pseudo-villaggio che non era più loro: era il nostro “villaggio della legalità” prontamente reintitolato a “Serafino Famà”. Saremo rimasti in silenzio per due secondi, forse meno. Poi, abbiamo ricominciato esattamente come prima, cantando, ballando, suonando.
L’unica differenza è stata nelle quantità, nell’ingigantirsi della nostra convinzione, del nostro entusiasmo, della giovane e onesta follia che ci contraddistingue; tutto a livelli che, altrimenti, non sarebbero stati possibili. Non siamo stati né zitti né fermi, fino all’alba e ancora dopo. E oggi, ancora, ci capita di scalpitare, grazie al ricordo di quella notte… Ah, che gran sabotaggio. A Latina c’è davvero bisogno di farsi sentire; perciò saremo là, il prossimo 22 marzo. Attraverseremo le strade della città coi cento, centomila passi in più che ancora occorre e ha senso percorrere. Là porteremo i nomi delle 900 e più vittime accertate di mafia: che non rimangano mai nel buco nero della storia.
Sebbene col rammarico per i tanti che ancora ci sfuggono, sebbene con la consapevolezza dei molti che tardano ad essere inseriti nell’elenco, quei nomi li pronunciamo in segno del riconoscimento della dignità di novecento persone: e noi lo sappiamo. Che attraverso i loro nomi si gioca anche la nostra, di dignità.