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  • 24 giugno 2026
  • Casale Monferrato

La rassegna

Le stelle del Monfrà Jazz Fest "brillano" nel Paraboloide

Martedì 23 giugno l'inaugurazione della struttura

Il pubblico del Monfrà Jazz Fest sotto la volta del "rinnovato" Paraboloide

Nella notte del 23 giugno, si sono accesi i riflettori sul cuore del IX Monfrà Jazz Fest, ma è inevitabile che si parli più di architettura che di musica. E’ anche l’inaugurazione ufficiale del Paraboloide e bisogna dire che la retrofuturistica architettura industriale, fa la sua figura, con le luci che esaltano la geometria unica di questa volta: la carena di una nave rovesciata.

Il vicesindaco Luca Novelli non nasconde la sua soddisfazione: “Siamo felici, dopo due anni di lavoro, di  donare alla città questo nuovo spazio. Una riqualificazione importante che parte anche grazie al contributo della famiglia Buzzi”.  E’ curioso che sia una canzone brasiliana il primo suono che riverbera in queste volte, create nel 1923 ma che non hanno mai ospitato musica.

Ma Ima Ganora direttrice del Fest l’ha promesso: “In queste tre serate faremo il giro del mondo” e oggi tocca all’America Latina. Alla prova acustica il paraboloide rivela altre peculiarità: un bel riverbero naturale. Bisognerà starci attenti con gli echi del calcestruzzo: niente industrial metal per intenderci, ma quando le melodie si dipanano calde e sensuali come quelle di A Birchola il suono ti avvolge trasportandoti lontano. Il gruppo ha un’anima internazionale, cantante francese, chitarrista italiano, percussionista che si chiama Wekstein, ma tutti e tre respirano in portoghese. Il bello è che le loro canzoni originali sono più brasiliane di quelle nate a Bahia per come mescolano allegria e saudade. Il pubblico ne è conquistato.

Il secondo set ci sposta più a Nord, sulle tracce di Frida Kahlo, ridandoci tutto quel “latinoamerica” che piaceva a Gianni Minà - per chi se lo ricorda. Merito del percussionista Israel Varela che da Tijana porta a Casale in prima assoluta Dos Fridas, il suo secondo progetto dedicato alla pittrice messicana. Genny Notarianni annuncia un quintetto, ma i musicisti sono solo in quattro ed è qui che le cose si fanno interessanti, perché quando sale Sara Sanches, ballerina di flamenco di Granada, si sviluppa un contrappunto tra tacchi e batteria che trasforma il paraboloide in un incalzante tamburo. Non è un orpello coreutico con un bellissimo guardaroba, lei è, a tutti gli effetti, il quinto strumento.

Non che al di fuori del ritmo marcato non ci sia passione: al piano c’è un vero mito: Rita Marcotulli, capace di suonare bossa nova con i legati di Debussy. I testi sono tratti dalle lettere di Frida Khalo e si gioca molto sul dualismo della sua biografia. Atmosfere che possono essere struggenti, con il contrabbasso di Mihalis Kalkanis che, all’archetto, si trasforma in un didgeridoo australiano e la voce di Sarita Schena un sussurro recitante; oppure esplodere nel sinfonismo della batteria di Verela che dialoga con il piano. Un racconto che mischia linguaggi, lingue e arti diverse, ma che si riempie sempre di colori e di due, inconfondibili e bellissime, folte sopracciglia.


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