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  • 27 febbraio 2021
  • Casale Monferrato

Tra laboratori e commedie

«Potenza e vibrazioni: teatro, scuola di civiltà»

Intervista a Laura Curino

Laura Curino, autrice e attrice di teatro, tra i maggiori interpreti della narrazione

Fin da piccola, le piaceva “fare gli altri”. Un gioco, divenuto passione e, poi, professione; un istinto rispetto al quale, ancora oggi, sorride alla ricerca di un significato. Parliamo di Laura Curino, autrice e attrice di teatro, tra i maggiori interpreti della narrazione, Direttore Artistico del Teatro Giacosa di Ivrea, cofondatrice del Teatro di Settimo Torinese, oltre che collaboratrice del Teatro Stabile di Torino e del Piccolo Teatro di Milano, docente universitaria di Drammaturgia alla Cattolica di Milano e, ci piace metterlo in risalto, monferrina d’origine. Con lei, ci siamo intrattenuti in una lunga chiacchera, condividendo pensieri, riflessioni e un caffè nero bollente.

Come ha vissuto, da artista, un anno di pandemia?

Inizialmente, attonita, sono stata colta da stupore e disorientamento. In seguito, c’è stata la fase del rifiuto, l’addormentamento dei sensi e lo stato di “ipnosi”: una sorta di protezione verso quella realtà che non comprendevo, che aveva destabilizzata ogni cosa e che uccideva inesorabilmente. Isolata e sospesa, sono rimasta a guardare. Poi, mio marito, che è anche il mio manager, mi ha riorganizzato e ritmato le giornate, tra casa, studio e lavoro. Ho passato momenti di iperattività, alternati da sparute apatie. Infine, ho guardato in faccia alla realtà e mi sono riorganizzata. Il nostro lavoro non si ferma mai. Il palcoscenico è l’apoteosi di un lungo studio-lavoro svolto in sordina da tante persone.

Quali danni per il settore e quali le prospettive?

Con la chiusura dei teatri, gli italiani hanno dovuto rinunciare anche alla possibilità di sostegno intellettuale, psicologico e sociale. Dopo il primo lockdown, prese le dovute precauzioni, i palcoscenici avrebbero dovuto rilluminarsi. Per riprendere una stagione teatrale, ci vogliono mesi. Noi, ad Ivrea, siamo pronti e non vediamo l’ora, ma ci vuole giusto il tempo di riorganizzarci. L’imperativo è: riaprire. Troppe incongruenze, sono di difficile comprensione e fanno male. Ad occuparsene devono essere persone ben informate; il danno non è stato solo economico. Mi auguro che il nuovo governo riesca a mettere pietre miliari sulle quali ricostruire una strada completamente dissestata.

Com’è recitare in diretta streaming e senza pubblico?  

All’inizio, è stato un momento di grande e profonda solitudine. Poi, mi sono ingegnata e, scavando nei ricordi, ho immaginato le reazioni del pubblico, per compensare il tonfo di una battuta che, cadendo nel vuoto, soffoca il riverbero dell’emozione. Sono anche rabbrividita al pensiero di un futuro che non vorrei. La concentrazione è così andata sul testo, per farmi trasportare in quella dimensione di incanto che la recitazione sa donare. Rievocare il pubblico, mi ha dato energia ma, quando è calata la scena, sono stata avvolta da un velo di malinconia.

Il 5 marzo prossimo, online, il Laboratorio “Riparare il mondo”. Di cosa si tratta?

Lavorando sulla tecnica di narrazione e seguendo un approccio puramente teatrale, propongo attività sul concetto di riparazione delle cose materiali, immateriali e psicologiche. Il Laboratorio comprende anche la correzione e revisione dei testi, per poi metterli in scena e pubblicarli. L’ultimo laboratorio/pubblicazione “Ritratti al futuro” verrà presentata al prossimo Salone del Libro.

Su cosa sta lavorando ora?

La pandemia ha fermato due lavori importanti, subito dopo il debutto: “L’Anello Forte”, tratto dal testo di Nuto Revelli e portato in scena con Lucia Vasini, che parla delle donne che hanno tenuto insieme l’Italia del dopoguerra, e “Caterina, Artemisia, Ipazia e … le altre” (regia di Consuelo Barilari), il monologo concentrato sulle figure iconiche femminili legate dal martirio e dal sacrificio. Al momento, sto provando, con un fantastico gruppo, la commedia brillante “Pigiama per sei” di Marc Camoletti con la regia di Marco Rampoldi, testo comico, leggero e divertente che ruota intorno ad equivoci e doppi sensi. Il debutto è previsto al Festival di Borgio Verezzi. Infine, sempre sensibile alle tematiche del lavoro e sociali, sto studiando l’intelligenza artificiale big data. Tutt’altro che una passeggiata...

Per lei il teatro è…..?

… è la scuola dell’umanità, è fisicità e presenza; è un’esperienza e una scuola di civiltà fortissima, è gente che si ascolta, è potenza e vibrazione; è la vocazione di una vita ed è essere tutto ciò che si desidera... è “fare gli altri”.

Qual è il suo legame con il Monferrato?  

Papà originario di San Maurizio di Conzano; mamma valenzana, di Villabella. Fino a 6 anni ho vissuto nel Monferrato, custode dei miei ricordi felici. Crescendo, ci sono tornata, ritrovando la bellezza d’animo e dei suoi paesaggi, assaporando il fermento e la vivacità artistico-musicale di jazzisti scatenati, al pari di estrosi mastri orafi. Poi, all’università ho incontrato un ragazzo che mi piaceva…anche lui monferrino. Per me, il Monferrato è libertà. Ci vengo spesso e mi piacerebbe viverci, collegamenti viari permettendo.


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