Il direttore sportivo Martelli fa il punto sulla stagione della Novipiù
di Francesco Beccio
Nella sede di via Aliora abbiamo incontrato Marco Martelli, direttore sportivo della Novipiù. Trent’anni, bolognese, da tre stagioni è responsabile dell’area tecnica della JC.
Si è appena chiuso un anno senza dubbio positivo per la Junior: qual è il bilancio di questo campionato?
«La nostra stagione è andata, sicuramente, oltre le aspettative generali. Noi eravamo convinti delle scelte fatte, perché abbiamo scommesso su giocatori che avevano forti motivazioni. Proprio per questo si è creato un grande entusiasmo intorno alla squadra, che ci ha aiutato molto fin dall’inizio. Il pubblico ha percepito lo sforzo, l’impegno e la passione che ci ha messo la squadra».
È stata una stagione segnata dagli infortuni: quelli di Pierich e di Rodney Green su tutti. Quale è stato il segreto di questo gruppo?
«Penso che tra società e staff tecnico ci sia stata la condivisione di un’idea comune. Questa unione ha fatto in modo che la calma prevalesse sul panico, responsabilizzando e tranquillizzando i giocatori. Nei momenti dei due infortuni, sono arrivati i momenti migliori della stagione; un po’ perché erano inaspettati e perché i giocatori hanno fatto un passo avanti nella difficoltà. Una gestione senza panico consente a tutti di trovare i propri punti di riferimento».
Un ruolo fondamentale lo hanno avuto gli americani: Rodney Green e, soprattutto, Casper Ware, MVP del campionato. Cosa ti ha colpito di lui quando l’hai visto giocare l’estate scorsa?
«Era un ragazzo che non mollava mai, che lottava su ogni pallone e che faceva della difesa individuale una delle sue qualità principali. Nel sistema di gioco blando, qual’è quello del college, avrebbe potuto concentrarsi solo ad attaccare e invece era il miglior difensore della sua Conference e spesso era utilizzato in marcatura sul miglior giocatore avversario. Inoltre era un ottimo giocatore di pick and roll, che si sposava benissimo con la pallacanestro di Griccioli. A Casale si è sempre dimostrato un ragazzo eccezionale, sempre sorridente e non ha mai creato problemi».
Di che cosa si occupa un direttore sportivo durante la pre-season e poi nella stagione regolare?
«Mi diverte dire che “fare” la squadra e scegliere gli americani è l’ultimo dei problemi. Il ruolo importante è tutto quello che ci sta dietro: i rapporti personali, i rapporti con i giornali e l’organizzazione che viene concessa o imposta ai giocatori. Bisogna far trasparire che la società ha un obiettivo e un progetto, ma soprattutto una linea di condotta. I giocatori che arrivano a Casale sanno che ci sono regole da seguire tutti insieme: società, dirigenza, allenatore e collaboratori. Tutto questo ci mette in condizione di poter essere esigenti con i giocatori. Avere uno staff come quello di quest’anno, guidato da Griccioli, è stato subito percepito come un “plus”. Poi c’è la parte amministrativa e gestionale. Credo che nessuna dirigenza possa prescindere da un controllo ferreo delle spese».
Coach Griccioli ha detto che hai avuto un ruolo importante, dando la possibilità a staff e giocatori di concentrarsi esclusivamente sul lavoro, senza altri pensieri.
«A questo livello tutti i giocatori hanno delle qualità. Consentire all’atleta di potersi concentrare solo sulla pallacanestro è gran parte del lavoro. Troppe volte il gioco non è al centro dei pensieri di tutti, anche a livello organizzativo, perché ci sono problemi da risolvere altrove e, così facendo, difficilmente le cose vanno bene. Garantire grande vicinanza ai giocatori e dimostrare che la società punta su di loro, stimola la concentrazione e la condivisione degli obiettivi».
Ogni anno segui le Summer League negli Stati Uniti. Cosa ti colpisce di un giocatore e quanto conta il lato umano, al di là del tasso tecnico?
«La Summer League è un momento fondamentale per il contatto umano, è quello il motivo per cui si va in America. La conversazione con Ware, che avvenne via telefono, fu eccezionale. Immediatamente fummo colpiti dalla fermezza delle sue idee. Generalmente mi colpiscono molto tre cose, a livello tecnico: atletismo, capacità di giocare con i compagni e la reazione all’errore. La scelta va poi analizzata, il singolo deve essere inserito in un gruppo e non tutti sono adatti a giocare con tutti: la pallacanestro è chimica e non matematica».
Dalla prossima stagione ci sarà la riforma dei campionati di Legadue e DNA. Che ne pensi in proposito?
«Passare da professionisti a dilettanti è un passo indietro. Siamo sempre stati contrari all’abbandono del professionismo. Questa nuova regola che toglie uno straniero, diminuisce inevitabilmente il livello del campionato. Per essere un campionato formativo, dovrebbe essere di più alto livello stimolando la competizione. In più siamo molto in ritardo: ci sono ancora molti aspetti che devono essere risolti».
Ci racconti un aneddoto di questa stagione?
«Penso che ci siano stati due momenti chiave. Il primo è stato l’incidente di Green. Ricordo bene la notte dell’infortunio, quel famoso ritorno in treno da Trieste con Lionti e Gioia. In quel momento si è vista la famiglia della Junior che si stringeva attorno a un giocatore forte. Sono cose che non si vedono, ma che fanno la differenza. Il secondo momento è stata la vittoria contro Trieste in Coppa Italia. Dovevamo rimontare 11 punti contro una squadra forte, e senza Green. È stata, per me, la serata più bella. Un altro aneddoto riguarda Butkevicius. Dopo essersi lussato la spalla contro Verona, la notte successiva si è svegliato 4 o 5 volte per controllare se stava migliorando. Ciò dimostra che è un ragazzo con un cuore immenso, di grande esempio per tutti».