Quando Moncalvo aveva il rabbino e una bella Sinagoga
Non un vero e proprio diario e nemmeno una cronaca. Piuttosto quella quarantina di pagine sono la scarna rievocazione della lontana giovinezza che Marco Momigliano, Rabbino Maggiore nella comunità ebraica di Bologna presenta con il titolo di “Autobiografia di un Rabbino italiano” (Editore Sellerio).
Nato nel 1825 a Mondovì, Momigliano pubblicò questi “ricordi di un tempo passato” nel 1897 in occasione del cinquantesimo del suo ministero. Morirà 3 anni dopo la pubblicazione senza conoscere la tragedia delle persecuzioni razziali. Nelle sue pagine Momigliano ripercorre, con molta serietà e talora candore, l’infanzia e l’educazione ricevuta nel ghetto; un’esistenza di serena e stretta osservanza ai precetti della religione con lo studio delle discipline ebraiche fino agli studi rabbinici e agli avvenimenti legati al conseguimento ,a Torino, del diploma di Rabbino. Figura dominante è il vecchio padre Aron, per cui Marco nutre devozione e ubbidienza. Sarà lui ad orientare il corso di studi del figlio come pure a volere il matrimonio con una giovane cugina. Quando poi Marco, 22enne, si recherà a Savigliano per ricoprire la cattedra rabbinica, sarà ancora il padre ad accompagnarlo. Ed è proprio il lento ma progressivo spopolamento di questa piccola comunità ad impensierire il giovane rabbino allorquando: “Nel 1855 si rese vacante la cattedra rabbinica di Moncalvo e mi compiaccio di affermare che tra i diversi concorrenti io fui il prescelto. Mi recai colà accompagnato da mio padre nel mese di novembre. L’onorario era di lire 800 annue oltre ad alcuni proventi. La comunità si componeva di 50 famiglie delle quali poche erano di agiata condizione. Il Tempio lasciava molto a desiderare, aveva bisogno di essere restaurato, infatti da circa 30 anni si facevano offerte a tal uopo, ma nessuni si curava di esigerle. Troppo lungo sarebbe il descrivere l’opera mia assidua ed efficace prestata per mettere in buon stato la casa di Dio, mi basti il dire che le mie fatiche furono coronate da ottimo successo, e che nel settembre del 1860 si inaugurò il Sacro Tempio rinnovato e molto abbellito. All’inaugurazione presero parte il Rabbino Maggiore di Torino S. Olper, alcuni coristi Astigiani e molti correligionari di Casale e di Asti”. Marco Momigliano restò a Moncalvo 11 anni. La sua carriera proseguirà, dal luglio 1866, a Bologna dove istituisce una piccola scuola elementare, ottiene dal municipio il terreno per la costruzione di un cimitero, promuove una società di Misericordia con finalità benefiche ed anche qui inaugurerà, come a Moncalvo, un Sacro Tempio dopo aver promosso varie raccolte di fondi per la costruzione e l’arredo dell’edificio religioso. I “dolci ricordi di un tempo che non ritorna più” si intersecano via via ai dolori famigliari quali la perdita dell’ adorato figlio Moisè, Rabbino della comunità di Alessabdria e, dopo poco tempo del fratello minore Samuele. Nello snocciolarsi degli avvenimenti della sua vita, il Rabbino ribadisce costantemente l’importanza dell’istruzione religiosa, l’osservanze dei conseguenti doveri e principi insieme allo studio della lingua e della storia ebraica, rammaricandosi del mutare dei costumi nel rapido scorrere del tempo. Particolarmente interesante è poi la postfazione dello studioso e scrittore Alberto Cavaglion che fornisce preziose spiegazioni sulla presenza nel libro dei termini in lingua ebraica e notizie utili come quelle sulla carriera del rabbino dalle scuole monferrine alla Bologna ebraica o sull’origine della famiglia Momigliano. Questa doveva infatti il suo cognome ad una piccola cittadina savoiarda, Montmélian, da dove raggiunse la vicina Chambéry prima di un’ondata persecutoria. Da qui a Torino e poi nel Saluzzese per arrivare anche nel cuore del Monferrato.
Annalisa Cerruti Prosio