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Cautele in Svizzera, balle e morti in Italia. All'Eternit condizioni di lavoro peggio che nel Terzo Reich

Quando nel 1978 lo svizzero Stephan Schmidheiny (imputato con il belga Louis de Cartier) prende definitivamente le redini dell’Eternit ricevendole dalle mani di papà Max, si assume un impegno solenne: eliminare l’amianto dagli stabilimenti in Svizzera. È una delle tappe descritte nella brochure sulle sorti progressive... dell’amianto: «Eternit Eco, cento anni di Eternit AG» pubblicato nel 2003. Vuol dire - ha chiosato ieri alla 49ª udienza del Processo Eternit il pm Gianfranco Colace - che c’era la chiara consapevolezza che l’amianto faceva morire... Nè più né meno! Consapevolezza («dolo», dal punto di vista giuridico, se si considerano anche le omissioni contestate) che deriva del resto da una molteplicità di elementi incasellati con certosina pazienza nella mole immensa dei documenti e delle testimonianze dai magistrati della Procura di Torino. Le istruzioni date agli alti dirigenti (Leo Mittelholzer e Otmar Wey, per esempio, ma anche il casalese Carlo Opezzo, che era un po’ meno alto...) dai primi anni Settanta o - al più tardi - al congresso di Neuss del 1976 nei cui atti si trova tutto, ma proprio tutto, ha sottolineato il magistrato. E poi nella implicita naturalezza con cui ci si trasmette da direzione (Marketing) a direzione(Generale) il servizio del New York Times del 1973 sulle ricerche del medico americano Irving Selikoff, che erano peraltro già internazionalmente note fin dal 1964. Che Eternit - che operava in un contesto internazionale - non potesse non essere informata sui danni mortali che l’amianto provocava lo aveva già scritto il tribunale di Casale nella sentenza del 1993 che condannava i dirigenti dello stabilimento. Informazione che i responsabili erano comunque tenuti a procurarsi, per poi trasmetterle ai lavoratori. Perché nessuno può con l’inganno prendersi la vita degli altri per il semplice fatto che gli viene in tasca in tornaconto. Ma qualche volta succede e all'Eternit è successo, ritiene l'accusa! E se non fosse stato così - del resto - perché il capo dei capi Stephan avrebbe dovuto prendere quell’impegno solenne, eliminare l’amianto dalla verde e ridente Svizzera? Ma dal Processo di Torino è emerso anche di più: è emerso che operava con due pesi e due misure e che fintanto usò la fibra killer in Svizzera non solo (come è emerso in tante testimonianze) governò gli stabilimenti elvetici con maggiore efficienza, ma diede anche informazioni corrette ai lavoratori. In una circolare del 1976 (fatta circolare in tre lingue, tedesco, francese e italiano) illustrò chiaramente quali erano i rischi: asbestosi, tumore al polmone, mesotelioma alla pleura e al peritoneo. In Italia invece mistificava con metodo! Per esempio attraverso una comunicazione in busta paga che parlava di rischio legato «al fumo associato ad altri possibili inquinanti». Balle... Insomma Eternit sapeva tutto benissimo ma in Italia, negli stabilimenti vecchi, polverosi, malsani di Casale, Napoli, Rubiera e Cavagnolo, «mesotelioma e tumore erano tenuti accuratamente nascosti ai lavoratori», ha detto Colace. Ai lavoratori italiani non fornisce neanche le mascherine che lo stesso Ulrich Taichert, (braccio destro del dottor Robock del centro di consulenza di Eternit a Neuss) nel 1976 aveva raccomandato di utilizzare in luogo di quelle messe a disposizione (e neanche dappertutto) da Eternit. Mascherine del tutto inadatte aveva affermato Taichert senza tanti giri di parole a trattenere le polveri sottili e che avevano «più che altro un valore psicologico». Mascherine che se le chiedevi a Napoli - aveva detto un testimone - finivi nel «reparto punizione “amianto”». Il peggiore di tutti! La salute però a metà anni Settanta diventa un argomento sempre più pressante, le lotte sindacali si fanno aspre, e si arriva al licenziamento di un lavoratore, a Casale, che aveva protestato con «eccessiva» determinazione... Davvero eccessiva? - ha chiesto retoricamente il magistrato ieri in udienza - lasciando intendere che quel che allora sembrò animoso andrebbe più correttamente giudicato con la consapevolezza di oggi, alla luce della verità che i lavoratori non sapevano ma che Eternit conosceva e teneva ben nascosta. Ai lavoratori italiani si lascia intendere che si farà un nuovo stabilimento fin dai primi anni Settanta, che l’amianto blu forse non verrà più utilizzato... Ma la risposta vera alle problematiche che gli operai italiani ponevano insistentemente (e inutilmente) alla multinazionale vedendo sempre disattese le loro richieste qual è?, ha chiesto Colace citando documenti e testimonianze. Quell’Eternit che se ne infischiava persino della stragrande maggioranza delle prescrizioni dell’Ispettorato del Lavoro di Alessandria che ne formulò un centinaio in due anni - dal 1976 al 1978 - e ben 63 riguardavano la polverosità? La risposta - ha detto il magistrato - è nella strategia delineata da Robock, lo scienziato assoldato da Eternit e dai produttori di amianto per «difendere l’amianto dalla diffamazione», come scrisse Eternit, da Irving Selikoff, lo scienziato americano visto come fumo negli occhi perché rischia di mettere in crisi gli affari della multinazionale della morte. «Sopravvalutazione delle pessime condizioni precedenti, esaltazione del miglioramento e - come mezzo per dimostrare tutto ciò - il monitoraggio ambientale». Ecco la ricetta di Robock! I numeri del SIL (il servizio igiene del lavoro interno di Eternit) finalizzati a mistificare la realtà: e cioè che di amianto si moriva, che i manifesti degli operai uccisi dall’Eternit si affollano sui muri dell’azienda fino a che non arriva addirittura a proibirne l’affissione. Nessuna pietà! Numeri che servono a ingannare gli operai ma anche l’INAIL, con i quali Eternit ottiene addirittura di non pagare più il premio asbestosi. La risposta fu la «mistificazione» di Emilio Costa, responsabile mondiale degli acquisti dell’amianto che continuò sempre a «difendere» per nome e per conto di Eternit (che mai lo smentì) quella crocidolite che si sapeva benissimo essere il più micidiale cancerogeno che esistesse fra i tanti amianti. La risposta è nel «manuale del perfetto negazionista», come ha detto Colace, stilato da Eternit: domande e risposte preconfenzionate che i dirigenti devono imparare e offrire a cittadini, giornalisti, sindacalisti... e nel quale si nega tutto, sempre e comunque. E così Eternit viola sistematicamente tutte le normative antinfortunistiche, centellina le mascherine, non fa le docce che servirebbero, non organizza il servizio lavanderia, non procura neanche gli armadietti separati, se ne infischia dei controlli sanitari, continua a fare lavorare i lavoratori che si sono ammalati nelle stesse postazioni e condizioni di prima, nasconde il rischio e impedisce così ai lavoratori di adottare anche le cautele più banali, lascia andare via i lavoratori dalla fabbrica con la tuta e il grembiule sporco; persino le madri che scappano a casa per un’ora per allattare i propri bimbi. Nessuna pietà! «Nemmeno nel Terzo Reich, si lavorava come all’Eternit», ha detto Colace.