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A Conzano
Dai viaggi di Vidua agli esploratori contemporanei
Tavolo con molti esperti
Due anniversari hanno accompagnato domenica scorsa, 11 ottobre, l’incontro all’Auditorium San Biagio “Uno sguardo verso l’America Latina. Dai viaggi di Carlo Vidua agli ‘esploratori’ contemporanei”. Il primo, una “coincidenza”, come rimarcato dal sindaco Emanuele Demaria, consiste nei quattro anni esatti dall’apertura della Casa-Museo e del percorso immersivo, interattivo e multimediale, intestati al Conte Viaggiatore al piano terra di Villa Vidua. Il secondo, forse più “strategico” e “inseguito” dagli organizzatori, celebra 200 anni dalla calata del nobile conzanese in Messico, la tappa più meridionale della sua seconda spedizione internazionale, quella che gli spalancò gli orizzonti americani.
Al tavolo dei relatori dell’iniziativa, promossa dal Comune in collaborazione con l’Accademia delle Scienze di Torino, il Dipartimento di Culture, Politica e Società e la Sezione Sistema Museale dell’Università di Torino e la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Torino, moderato da Gianluigi Mangiapane (Sezione Sistema Museale dell’Università di Torino), hanno partecipato Elena Borgi (Accademia delle Scienze di Torino, cittadina onoraria di Conzano), Marcella Trapani (Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Torino) ed Erika Grasso (Sezione Sistema Museale dell’Università di Torino).
Con alle spalle l’avventura mediorientale e il suo “sigillo” apposto all’acquisizione sabauda dei tesori che sarebbero confluiti nella collezione del Museo Egizio di Torino, Vidua si imbarcò il 25 febbraio 1825 a Le Havre sul pacchebotto americano Stephania, comandato dal Capitano Macy, che attraccò a New York l’11 aprile: una traversata atlantica frutto di ben tre anni di preparativi che, anzi, bramava di realizzare fin dal 1818. Peregrinò per gli States fino al 6 febbraio 1826, quando da New Orleans salpò alla volta di Pueblo Viejo de Tampico, in Messico. Si spinse fino alle Cascate del Niagara, solcò le acque del Mississippi e conobbe ben cinque Presidenti U.S.A: quello in carica, John Quincy Adams, con cui si intrattenne alla Casa Bianca il 23 maggio 1825, e i quattro predecessori, James Madison, James Monroe, Thomas Jefferson e John Adams. Scambiò lo sguardo anche con il romanziere, da lui apprezzato, James Fenimore Cooper, e il ministro del culto quacchero Anna Braithwaite.
Salutati gli Stati Uniti, Vidua puntò la bussola verso sud. Gli aprì la “chiave messicana” il naturalista ed esploratore tedesco Alexander von Humboldt, autore del monumentale “Viaggio in America”, conosciuto a Parigi. Nel paese mesoamericano il Conte si spostò a dorso di mulo: lo seguiva un domestico che parlava tre lingue, compreso l’indispensabile spagnolo che lo stesso aristocratico piemontese stava apprendendo.
Diversamente dal primo e persino dal terzo e ultimo viaggio in Estremo Oriente, non sono stati consegnati ai posteri i relativi Taccuini, presumibilmente andati dispersi assieme ad alcune casse inviate dal nobile a Marsiglia, Genova e Livorno che dovevano contenere figure di cera scolpite dai nativi, medaglie d’argento, pitture, manoscritti rari e libri in spagnolo: “una collezione forse un unica in Europa”, tenne ad annunciare Vidua in una lettera al padre, il Conte Pio Gerolamo, per la quale spese ingenti somme di denaro. Sono, infatti, le missive al genitore le uniche e autentiche testimonianze personali del triennio in terra americana.
Il 7 aprile 1826, riferendosi al Messico, Carlo avvertì di essere in “uno dei paesi nel quale il viaggiare sia più costoso, più difficile e più faticoso”. Apprezzava la cortesia degli abitanti, dalla fisionomia “mezzo spagnuola” e “mezzo indiana”, ma lamentava la loro incapacità di “dare un pranzo”. Da buon nostalgico delle proprie terre d’origine che pure serbava simpatie risorgimentali, rimase piuttosto indifferente dalla vista che si scorgeva sulla collina di Chapultepec, a Città del Messico: le antepose, anzi, in graduatoria, i panorami di Superga e persino la “vista della vigna” dai poderi conzanesi.
L’avventura latinoamericana ebbe connotati diversi dalle precedenti peregrinazioni. Vidua smise gli abiti di “turista ricco” che accaparrava antichità in loco per assumere le sembianze, mature, di un appassionato osservatore quarantenne delle profonde trasformazioni politiche locali: il Messico si stava affrancando dal passato coloniale spagnolo, un’emancipazione ben diversa dalla fenomenologia statunitense nei confronti delle ex madrepatrie occupanti inglese e francese. Dopo aver conosciuto il “Libertador” Simon Bolivar, il Conte di Conzano, che progettava di partire per il Perù, fu raggiunto dalla notizia della malattia del padre. Non avrebbe mai calpestato il suolo sudamericano. Il 7 aprile 1827 sbarcò a Bordeaux, ma non fece ritorno in Piemonte e si imbarcò per la terza e ultima spedizione nel Sud Est asiatico.
Per Vidua, Il mancato rientro in patria significò allontanare dalla mente e scordarsi delle famose casse di tesori dal Nuovo Mondo, forse naufragate nell’oceano. Nessuna “collezione americana” è giunta a noi, nemmeno i Taccuini (che Vidua, meticoloso, appassionato “storyteller” e “reporter” di viaggio, redasse quasi senza ombra di dubbio) se non le già citate missive al Conte Pio Gerolamo e circa 725 opuscoli dal Messico catalogati e conservati al Palazzo dell’Accademia delle Scienze di Torino. È invece ipotizzabile che, nel caso in cui i convogli transatlantici avessero raggiunto indenni i porti europei e italiani, i reperti avrebbero contribuito a gettare i semi del Museo di Antropologia ed Etnografia dell'Università degli Studi di Torino.
Fondato nel 1926 dal medico psichiatra e antropologo Giovanni Marro, il MAET, chiuso al pubblico dal 1984, rientra nel Sistema Museale di Ateneo dal 2014 e attende un futuro riallestimento. Le sue collezioni (2000 oggetti, di cui 600-600 dal Sud America) rivelano le profonde connessioni internazionali rivendicate dal capoluogo sabaudo. Fra i maggiori contribuenti, svettano gli zoologi, viaggiatori e collezionisti Alulah Taibel (da Messico e Guatemala) e Alfredo Borrelli (da Argentina, Paraguay, Chaco) e il missionario salesiano Giovanni Falco che raccolse magnifici piumaggi e decorazioni corporali che le popolazioni del Mato Grosso indossavano in particolari cerimonie. Simbolo e “mascotte” del MAET rimane, comunque, il Cemì di cotone, uno dei due esemplari della medesima tipologia, risalente allo stesso periodo in cui la flotta di Cristoforo Colombo toccò le coste di San Salvador.
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