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La magia del Po, il fiume dimenticato che va riscoperto

Se la nebbia incatena i raggi del sole e la foschia ti avvolge in un’uggiosa giornata di fine ottobre, navigare il fiume Po può essere un’esperienza - a tratti - mistica. Per certi versi si può rivivere la magia ascetica del fiume di Apocalypse Now: lungo, tortuoso, incastonato nella vegetazione, mai banale e ricco di rivelazioni. Il nostro viaggio, lungo quasi 40 chilometri, comincia sotto il ponte di Verrua Savoia, a due passi da un macigno che ingloba in sé centinaia di fossili. Alla guida della Canadian 370 in alluminio ci sono Massimo Sarzano e Stefano Granziero della neo nata associazione Amici del Po. Il fiume è apparentemente calmo, ma va affrontato con la massima attenzione e con estremo rispetto, senza lasciare nulla al caso. Chi lo naviga da sempre sa quanto possa essere pericolosa una banale distrazione. A rendere il viaggio ricco di suspense, principalmente, è il fondale che si alterna tra spuntoni, avvallamenti, spiagge e pietraie. Colpire una roccia con il “piede” del motore, con l’elica o con lo scafo può essere fatale. Da Crescentino a Fontanetto seguiamo il tranquillo flusso del fiume che dolcemente si sposta da destra a sinistra, abbracciando i “ghiaioni” e strusciando contro la folta vegetazione. Ad un certo punto questa strada d’acqua si pacifica e si allarga fino a formare una piscina naturale dove regnano cormorani, anatre e gabbiani. Il corso d’acqua svirgola sulla sinistra e il viaggio prosegue dolce. D’un tratto, durante la navigazione, nel verde della vegetazione lungo la riva destra, avvolto in un mantello di nebbia, compare un tram arancione. In silenzio lo osserviamo e andiamo avanti, come se fosse stata un’allucinazione collettiva. Mentre la nebbia si alza e lascia penetrare qualche raggio di sole, di tanto in tanto nascosti nella vegetazione, incontriamo pescatori e piccoli casotti di caccia. A poche centinaia di metri ci sono Palazzolo, Fontanetto, Gabiano, ma l’uomo - in questo magnifico parco - è una specie in netta minoranza. Lentamente l’acqua abbandona la sua tranquillità e assume una prepotenza tutto sommato domabile. Il fiume si accosta sempre più alla collina e all’altezza di Cantavenna entriamo in un canyon. La maestosità della parete di destra, che a strapiombo si inabissa nel fiume, lascia senza fiato. L’acqua si fa irruente e l’adrenalina sale. Sotto Rocca delle Donne, nel fiume, c’è un masso tondeggiante alto sei/sette metri: un sassolino lanciato nell’acqua da un gigante. La caduta lo ha spezzato in due ed è talmente bello così “disegnato” in quel luogo, che viene il dubbio che qualche coreografo ci abbia messo lo zampino. Mentre usciamo dal “canalone” l’acqua trova compostezza e all’orizzonte la nebbia nasconde l’ennesima sorpresa: è un vero colosso. Con il naso all’insù ci lasciamo catturare dalla maestosità (o dalla mostruosità?) della Centrale Nucleare Enrico Fermi di Trino, costruita letteralmente nel fiume. E mentre ci perdiamo in divagazioni sul nucleare, la nostra Canadian si incaglia per due volte sotto il ponte che da Trino porta a Camino: prima a monte, poi a valle. Scendiamo, nel mezzo del fiume, per rimettere la barca in condizione di proseguire. La navigazione riprende, alterniamo al motore i remi, fino a Pontestura. A regnare è la pace e, soprattutto, la bellezza: la grandezza della natura. Superato il ponte della Asti-Vercelli il fiume si allarga e la mano dell’uomo è sempre più presente: arenati al centro del corso d’acqua riposano i plinti di cemento armato della teleferica cementifera che attraversava il fiume dalla collina a Morano. Poi dei grossi tubi in cemento - del diametro di un metro - ammassati l’uno addosso all’altro. Sarà per la stanchezza del viaggio, durato fino a questo punto poco più di tre ore, ma l’entusiasmo lentamente scema. Si fa più pressante l’incertezza: là davanti, a poche decine di metri, ci sono due rapide. Le affrontiamo con un pizzico di tensione. Al contrario dei gommoni dell’easy rafting, questa barca non è “morbida” e nemmeno “flessibile”. Il rischio di schiantarci contro una roccia e spaccare lo scafo ci assale. Ma la discesa è un attimo, un battito di palpebra e altrettanto velocemente passa la paura, sovrastata dalla gioia per esserne usciti indenni. Ora il grande fiume è ancora una volta quieto, silenzioso, discreto e abbastanza profondo. Mettiamo giù il motore e la prua della barca si alza. Il vento frizzante ci accompagna lungo il costone che da Coniolo porta alla motonautica di Casale. In questo tratto di fiume incontriamo diverse barche e barcè. Lungo la riva, nascoste in parte dalla vegetazione che arrossisce all’autunno, si alternano baracche di ogni architettura. Là in fondo il rumore che preannuncia la fine della nostra avventura: è la diga a monte della città. L’acqua che ci ha accompagnato in questo viaggio è trasparente, e navigare con il privilegio di vedere il fondale è un qualcosa di straordinario. Alla motonautica di Casale ci accoglie una vera e propria montagna di sabbia. Sabbia sotto, sabbia a destra e sabbia a sinistra. Così tanta sabbia che la motonautica dista, ormai, una cinquantina di metri dal fiume. Nell’acqua bassa qualche pesce. Poi i canneti. Troviamo un varco nella vegetazione, portiamo la barca a riva e la togliamo dall’acqua. Il nostro viaggio è finito dopo quasi quattro ore. Torniamo a casa con tanta bellezza negli occhi, con l’adrenalina da smaltire nel sangue e con qualche perplessità su quella che viene definita tutela del fiume ma che, per certi tratti, ci è sembrata abbandono.

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Daniela Sapio

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