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Una voce inascoltata: Lino Jona tra sionismo e leggi razziali - L'aiuto agli ebrei di Moncalvo -Morte a 24 anni - Un bel libro

MONCALVO. Olga Levi viveva ad Asti con il marito Leopoldo Jona, di professione rappresentante. Suo padre, maestro di ebraico a Trino Vercellese, vi si era trasferito con la famiglia nel lontano 1849. I coniugi Jona ebbero cinque figli: Enrica, Elda, Donato, Lino e Laura. La famiglia viveva serena, finanziariamente tranquilla come la piccola borghesia cittadina, ambiziosa e lavoratrice. Gli ebrei astigiani infatti si trovavano in armonia con i vicini cristiani; avevano le loro proprietà, le loro case e botteghe lungo le vie del centro e ci tenevano in particolare e fare studiare i figli affinchè migliorassero la loro posizione sociale. Di questa famiglia ebrea, molto conosciuta ad Asti (soprattutto la primogenita Enrica che fino alla sua morte fu impegnata a fare conoscere l’orrore del lager di Auschwitz di cui fu una delle poche sopravvissute) è la la storia di Lino ad essere pazientemente ricostruita nel libro “Una voce inascoltata: Lino Jona tra sionismo e leggi razziali” di Rosaria Odone Ceragioli (F. Angeli, 2008, pp.175, 16 euro). Attraverso lettere, fotografie e carteggi con familiari e amici, l’autrice, insegnante biellese imparentata con gli Jona, ripercorre le vicende di cui Lino fu protagonista: dall’adolescenza alla giovinezza attraverso gli studi, i legami con il numeroso parentado, le amicizie e la passione, non corrisposta, con la giovane amica Luciana Nissim. Lino frequentò il Liceo classico di Asti e, grazie al lascito che nell’ Ottocento l’ebreo astigiano Cesare Artom riservò per ospitare uno studente ebraico meritevole, ottenne una borsa di studio presso il collegio Ghislieri di Pavia. Qui, nel 1938, in seguito alle leggi razziali venne estromesso, ma riuscì ad iscriversi presso il Politecnico di Torino e conseguire la laurea in ingegneria elettrotecnica nel 1941. Lino è giovane, serio, intelligente ed impegnato. Ha una forte personalità con una grande determinazione e un grande senso di appartenenza alla piccola comunità ebraica. All’interno di questa, egli intuisce i pericoli e l’ingiustizia della legislazione antiebraica che gli fa prendere sempre più coscienza del suo essere ebreo. Che senso ha per lui esserlo? si chiede di continuo. E intanto studia, approfondisce letture ed incontri affinando sempre più le sue conoscenze ebraiche. Il suo ebraismo diventa così qualcosa di molto profondo. Via via Lino capisce cosa significa l’emarginazione dalla vita sociale per gli ebrei, mentre aumentano le difficoltà economiche in famiglia. Anche il suo amore per Luciana non verrà contraccambiato e ciò contribuirà, fra le altre tensioni, a turbare il suo animo sensibile. La storia di Lino è inoltre attraversata da altre vite, amicizie e luoghi importanti come Torino, Milano, Pavia nonchè comunità ebraiche minori ma storicamente rilevanti quali Casale Monferrato, Asti e Moncalvo. A Moncalvo si stabilirà, ad esempio, la sua parente Emma Sacerdote con il marito che vi avvierà una tipografia. Tra le amicizie più care e formative di Lino vi fu poi quella con Augusto Segre, figlio del rabbino di Casale Monferrato che come lui spera nella rinascita ebraica. “Si sono conosciuti da ragazzini, perchè il padre di Augusto, rabbino di Casale, si occupa anche della Comunità Ebraica di Asti, dove tiene ogni anno un corso di lezioni e cura la macellazione rituale. D’altra parte le due comunità sono così vicine nello spazio e ormai così ridotte nel numero, che tutte le famiglie ebraiche di Casale ed Asti si conoscono fra loro.... ormai da Casale (Augusto) si è trasferito a Roma perchè ha deciso di andare al Collegio rabbinico e di diventare rabbino come il padre e a lui Lino si rivolge quando ha qualche problema”. L’amico Segre diverrà docente di storia e pensiero ebraico, autore di saggi e articoli e in Piemonte, durante la Resistenza, sarà partigiano nelle Langhe. A metà del 1941 anche ad Asti e dintorni profughi ebrei arrivati in Italia per sfuggire la persecuzione nazista, versano in difficoltà. “Lino si guarda intorno: soffrono vicino a lui i profughi ebrei dell’Europa centrale che arrivati in Italia non possono continuare il loro viaggio verso la Terra Promessa. Quelli di Asti, e non solo quelli di Asti, raccolti in sistemazione di fortuna si rivolgono a lui per conforto ed aiuto. La sua casa diventa un polo di attrazione per tutti e di lì partono tante iniziative in favore dei bisognosi. Lino raccoglie fondi, ne controlla la distribuzione, ne discute con gli amici. Parte di casa con valige piene e ritorna con valige vuote”. Nell’ottobre dello stesso anno Lino Jona riesce a laurearsi e a trovare lavoro in qualità di ingegnere a Livorno dove conoscerà l’antica comunità ebraica che ivi risiede. Cultura, educazione e passione per le sue idee iniziano a farlo apprezzare quando improvvisamente viene licenziato poichè le leggi razziali non consensentono agli ebrei l’esercizio delle libere professioni. Una cartolina precetto lo destinerà in seguito allo scarico di legname. Nel frattempo: “Lino si dedica sino al limite delle sue energie ai perseguitati, la sua dedizione lo porta a dividere le pene e fatiche dei suoi fratelli ebrei. Moncalvo è un paese del Monferrato lontano da Asti appena una ventina di chilometri. Là è il suo campo di lavoro, là ebrei stranieri internati aspettano il suo aiuto; un bambino aspetta del latte in polvere. Lino prende la sua bicicletta e parte. Sono i primi di dicembre del 1942. La campagna riposa, sulle colline ripide le vigne aspettano il ritorno del sole di primavera. Sarebbe il riposo e la pace se tristi pensieri non turbassero il cuore. Da pochi giorni sono incominciati i grandi bombardamenti su Torino”. In uno di questi suoi viaggi in collina ecco però che: “la bicicletta va ora lenta e ora veloce sui saliscendi delle belle colline del Monferrato. Ecco in cima ad una di esse Moncalvo. Lino pensa alla comunità fiorente di ebrei che ancora non tanti anni fa vi prosperava. Là il marito della zia Emma aveva una tipografia ed era padrone di casa. Per questo per prenderla un po’ in giro la bisnonna chiamava la zia Emma 'la Castellana'. Da Moncalvo il cugino Giuseppe, detto 'Pinùn' è venuto ad Asti; a Casale un po’ di altri chilometri oltre Moncalvo, stava la zia Marietta Almansi con i suoi intelligentissimi figli. Erano gli anni dell’assimilazione, dei commerci fortunati, dei successi negli studi e nelle professioni, gli anni in cui si pensava che mai più gli ebrei sarebbero stati perseguitati, almeno in Italia. Nel ritorno da Moncalvo, la strada sembra più faticosa del solito a Lino. Non vede l’ora di essere ad Asti.... tenere la strada, stringere i freni, non è mai sembrata a Lino una cosa difficile. Eppure ora gli sembra di precipitare... respira a fatica, con affanno, come se i polmoni fossero oppressi da un enorme peso”. La sera del 18 dicembre 1942 Lino Jona muore, a 24 anni, per tubercolosi fulminante. Vietati i manifesti funebri e annunci sui giornali, il suo sarà un povero e mesto funerale. Il solo consentito, allora, ad un ebreo. Tra la documentazione fornita all’autrice del libro da Tullia, ultima discendente della famiglia Jona, vi è la fotografia della terza Liceo risalente al 1937. Lino è in piedi, con abito e cravatta, il folto ciuffo di capelli neri che gli regala un’aria scanzonata. Nel bordo della foto l’insegnante di matematica vi ha scritto: “a Jona, l’augurio fecondo di una avvenire lieto e brillante”. Per Lino la vita termina invece proprio all’inizio di quella giovinezza che, più forte di ogni ingiustizia, custodiva e coltivava gioia e speranza nel futuro. Annsalisa Cerruti Prosio

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