La tesi delle difesa: «Schmidheiny buttò in Italia 76 miliardi di lire ma non era lui a decidere»
di Massimiliano Francia
Lo svizzero Stephan Schmidheiny buttò tra il 1976 e il 1986 ben 72 miliardi di lire negli stabilimenti italiani senza (ed è questo l’aspetto più sorprendente) avere una vera e propria capacità decisionale, senza quello che viene definito «potere di spesa».
Il gruppo svizzero del quale era a capo dava indirizzi, svolgeva un ruolo di coordinamento, ma le decisione e la gestione effettiva avveniva «in autonomia» da parte dei dirigenti degli stabilimenti.
E Schmidheiny non aveva neppure il potere di effettuare un controllo veramente efficace se è vero - come ha ammesso la difesa stessa - che in occasione delle sue visite negli stabilimenti si facevano le grandi pulizie. Prova che dalla Svizzera - ha detto - veniva proprio quell’input: «massima pulizia e igiene negli ambienti di lavoro». Sorge però qualche dubbio sulla effettiva utilità del SIL, il servizio di Eternit che faceva le rilevazioni ambientali: possibile che a occhio nudo si percepisse l’effetto di scopa e ramazza e non lo registrassero invece i raffinatissimi strumenti in dotazione ai tecnici di Eternit, che davano praticamente sempre risultati confortanti con valori che confermavano che tutto costantemente andava per il meglio? Boh...
Le «magnifiche sorti e progressive» dell’Eternit cominciano comunque proprio con l’avvento di Schmidheiny, secondo l’avvocato Astolfo Di Amato, che ha proposto con grande abilità oratoria un punto di vista diverso e opposto a quello della Procura, tentando (come peraltro ci si attendeva dall’inizio) di addossare tutte le responsabilità ai dirigenti locali, attribuendo invece allo svizzero il merito di avere per primo posto a livello internazionale il problema della salute e di aver portato in Italia fondi consistenti (76 miliardi di investimenti contro neppure 4 di utili!) e l’immissione di tecnologie d’avanguardia, per l’epoca. Ma sarà così allora che si diventa ricchi, che si fa carriera e si diventa businessman di fama internazionale? Mah...
Altro dubbio: le aziende locali - autonome com’erano - potevano decidere se utilizzare oppure no l’amianto? Certamente no! Ma secondo Di Amato l’utilizzo dell’amianto non può costituire una responsabilità: non legale (perché era autorizzato) e nemmeno morale (perché lo svizzero era convinto che si potesse lavorare in sicurezza...).
«Come tutto il mondo...» lascia intendere Di Amato, marginalizzando il ruolo di Selikoff che nel 1964 aveva gridato (da New York a un convegno di scienziati, mica dal deserto del Kalahari tra gli gnu...) che l’amianto faceva morire! Che con Hammond aveva accertato il legame tra amianto e mesotelioma inequivocabilmente pubblicato uno studio sul New England Journal of Medicine del 1965.
E gli studi di metà anni Cinquanta di Doll (medico della civilissima Inghilterra) sul tumore al polmone? Di Amato ha preferito rivalutare piuttosto il ruolo di Robock, che secondo la Procura era di fatto al soldo degli svizzeri dell’Eternit per mistificare, confondere, con un sistema articolato di controsapere.
«Uno scienziato stimato», secondo l’avvocato, che aveva all’attivo tante pubblicazioni.
Mascherine e polverino
Le mascherine? Eternit consigliava le migliori e sempre e comunque nel rispetto delle leggi nazionali. Poi se non venivano utilizzate costantemente non si può certo chiamare in causa «un signore» che stava in svizzera invece che il direttore dello stabilimento.
Il polverino? È stato diffuso nelle gestioni precedenti perché gli svizzeri introdussero direttive che ne impedivano la diffusione e la vendita.
E poi la polverosità, attribuita dalla difesa di Schmidheiny ai cementifici citando un episodio del 1978 (vedi il box sopra) come se fosse la regola e insinuando dubbi sulla bontà della «memoria individuale condizionata dalla rilettura collettiva» che ha proposto una verità diversa da quella storica.
Quindi sarebbe la memoria a essere impolverata e non le tute dei lavoratori?, come aveva ricordato Giovanna Patrucco in aula «colpevole» di non avere ricordato - secondo la difesa dello svizzero - che c’erano anche altre aziende al Ronzone (i cementifici, appunto) e che nel cemento all’epoca c’era il cromo, altro cancerogeno, ha detto Di Amato. Peccato che al Processo Eternit si parla di morti causate dall’amianto. Tante, tante morti. E proprio sul «tante» scatta l’assalto agli studi epidemiologici, giudicati inattendibili, e la guerra dei numeri fino ad arrivare a sostenere che quelli attribuibili a Casale al periodo svizzero - ha detto Di Amato - sarebbero solo sei.
Ma come mai allora per stessa ammissione del legale dello svizzero la transazione proposta da Schmidheiny ha interessato mille casi?
Forse che il criterio scientifico corretto per compilare gli studi su chi si ammala di una qualche malattia non è la patologia (e la causa) che lo colpisce, ma il fatto che sia stata indennizzata...